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Ormai le Borse non sono affatto agitate dagli attentati ai presidenti
Si potrebbero dire molte cose sull’attentato a Donald Trump. Mi limito a esprimere due considerazioni.
La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell'economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra in Iran.
La seconda è più argomentata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati.
In passato l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas il 22 novembre del 1963 e l’attentato a Ronald Reagan nel 1981 avevano imposto l'immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato invece alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del "fenomeno" Trump.
Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressochè continuativamente negli ultimi dieci anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4.500 punti nel 2016 a 24.500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18mila a oltre 50mila, con un incremento del 172% mentre l'indice S&P è passato da 2.065 punti a 7.100 con una crescita del 245%.
Dunque una corsa senza troppi intoppi. A ciò ha contribuito il peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale:
BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell'88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%. In sintesi, le Borse Usa e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un "governo" per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti.
I padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere. Questo monopolio ha contribuito a determinare la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelli dell'economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento.
Il Prodotto interno lordo (Pil) statunitense infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40mila miliardi di dollari, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4% nel lasso di tempo considerato. Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma decisamente un minore impatto finanziario.
A meno che il presidente non voglia cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento. Per essere ancora più chiari è bene sottolineare chi guadagna dalla guerra.
Le prime sei banche statunitensi hanno registrato utili nei primi tre mesi dell'anno per quasi 50 miliardi di dollari. Da che cosa sono dipesi?
In gran parte delle commissioni che si fanno pagare per "dare consigli" di fronte alle incertezze e le paure generate dalla situazione internazionale. Naturalmente per placare tali paure, si fanno pagare i consigli molto cari e vendono prodotti -fondi, polizze etc..- che rendono, per i loro grandi azionisti, molto bene: un meccanismo che vale anche per numerose banche europee.
La guerra genera paure che devono essere pagate in termini di costi finanziari da tutti coloro che hanno bisogno di una polizza destinata a fornire, spesso, le coperture sociali sparite. Se poi la crisi viene affrontata con politiche di austerità, tagli e riarmo, quelle polizze saranno ancora più necessarie e costeranno ancora di più.
La finanziarizzazione ha generato disuguaglianze crescenti, tanto profonde da contribuire a mettere in crisi le democrazie liberali sia sul piano della loro stessa sostanza democratica sia su quello della capacità di trovare consenso popolare. In questo senso, la finanziarizzazione ha reso il capitalismo del tutto incompatibile con l’assetto liberale e ha determinato una declinazione politica dello stesso liberalismo in termini decisamente poco democratici, obbligandolo a darsi, proprio per restare in vita, strutture autocratiche e repressive: la finanziarizzazione produce un modello sociale talmente ingiusto e insopportabile che non può reggere senza una compressione profonda degli spazi di democrazia.
Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.
Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024) © riproduzione riservata L'articolo Ormai le Borse non sono affatto agitate dagli attentati ai presidenti proviene da Altreconomia.