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Martedì 21 aprile 2026 ore 17:48

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Da Netanyahu a Trump: la normalizzazione della disumanizzazione

Martedì 21 aprile 2026 ore 16:10 Fonte: Valigia Blu

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Il saggio analizza come la percezione del pericolo, trasformata in un valore assoluto, abbia condotto a rotture significative nel rispetto dei diritti umani, normalizzando la disumanizzazione in contesti come la Cisgiordania e Gaza. Attraverso l'esame delle politiche di leader come Netanyahu e Trump, si evidenzia come tali dinamiche abbiano contribuito a giustificare violazioni sistematiche e a creare un clima in cui la dignità umana viene sistematicamente negata, riflettendo una tendenza preoccupante nella politica contemporanea.
Da Netanyahu a Trump: la normalizzazione della disumanizzazione
Valigia Blu

“Tante volte si fa un dibattito su che cos'è il percepito, la paura percepita, il pericolo percepito e si tende sempre a dire che il percepito deve essere sempre contrapposto nelle decisioni, nelle scelte, nel pensiero, alla realtà dei fatti, ai numeri, alle evidenze. Invece siamo entrati in un tempo in cui il percepito ha un valore assoluto ed è giustificativo di tutto”, spiega Francesca Mannocchi nel dialogo con Mario Calabresi nell’incontro “Il potere delle storie” al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

La trasformazione del pericolo percepito in un valore assoluto ha portato a una serie di rotture che hanno consumato il diritto e normalizzato la disumanizzazione. Lo vediamo in Cisgiordania, a Gaza, ma anche in altri contesti, come gli Stati Uniti.

“Il malfunzionamento delle parole determina la disapplicazione del diritto”, afferma Mannocchi, “e la sproporzione si sta trasformando in procedura”. “Nel caso della violenza dei coloni in Cisgiordania, questo è particolarmente evidente perché corrisponde in maniera estremamente precisa a un meccanismo di erosione delle parole che si è accompagnato all'erosione del diritto e le due cose camminano a braccetto da decenni.

È un processo carsico che, almeno in Israele e nei territori palestinesi occupati è in corso da decenni, ma che ha avuto una accelerazione esponenziale dall'8 ottobre, cioè da quando è iniziata l'offensiva militare su Gaza”, aggiunge Mannocchi. L’erosione delle parole in nome del pericolo percepito e della presunzione di colpevolezza ha portato a giustificare gli attacchi alle zone residenziali, a negare un funerale ai palestinesi uccisi, ai doppi attacchi ai mezzi di soccorso, alla distruzione degli ospedali in base alla presunzione della presenza di potenziali terroristi senza portare l’onere della prova.

E l’emblema di questa erosione del significato delle parole è la vaghezza della definizione della categoria dell’infanzia. “È venuta meno la categoria dell'infanzia, ricordate tutti, definisci bambino, è una cosa che non consentiremmo in nessun posto al mondo e che però è stata è stata nominabile rispetto ai bambini palestinesi, ai 18.000 morti.

Non riusciamo a immaginarli 18.000 bambini morti, ma abbiamo avuto un diplomatico israeliano in televisione che ha avuto il coraggio di dire ‘definiamo bambini’. Quel definisci bambino è figlio della paura percepita, è la stessa cosa.

In questa cornice, aggiunge Calabresi, non si dovrebbe parlare di legge del più forte, ma di assenza di regole dettata dal più forte: “Non c'è più legge, c'è arbitrio totale.

Quello che noi assistiamo è arbitrio totale”. L’arbitrio trova la sua giustificazione nella procedura.

“Chi ha fatto qualcosa di totalmente sproporzionato ha seguito la procedura e la procedura è assolutoria”. E questo lo stiamo vedendo applicato in Israele come in in Minnesota.

“A Minneapolis l'ICE ha giustificato tutto sempre con la procedura. Vi potrei parlare dei morti, no, non vi parlo dei morti di Minneapolis, vi parlo di un di un uomo che forse avrete visto venire trascinato fuori di casa con 20 sotto zero con solo i boxer, a torso nudo, mentre cercava di coprirsi con una coperta sulle spalle.

Quell'uomo era cittadino americano. Avevano sbagliato pensando che non fosse cittadino americano e lo avevano portato via nonostante non avesse compiuto alcun reato, semplicemente aveva l'eventuale colpa di essere entrato illegalmente, ma invece quello era un cittadino americano.

Ma il fatto che siamo andati a prenderlo a casa sua, armati come con i mitragliatori bardati come se stessero come in Iraq, esattamente con la stessa procedura, lo stesso tipo di armamento e le procedure che si che si sono utilizzate in in Afghanistan e in Iraq e che adesso gli Stati Uniti hanno importato in casa. (...) Nessuno è stato perseguito per questo, perché quegli uomini stavano seguendo la procedura. E nessuno si ferma a dire più: ‘Ma la procedura è allucinante, grottesca’”.

La sproporzione è stata trasformata in procedura. Qui di seguito il video del dialogo tra Francesca Mannocchi e Mario Calabresi, confronto sul ruolo del racconto giornalistico e narrativo nel dare forma alla realtà e nel costruire nuove chiavi di lettura del nostro tempo.

Immagine in anteprima: Francesco Cuoccio/IJF26

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