Politica
In Bulgaria il vento soffia più a est
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Siamo alle solite. Anche in Bulgaria – il Paese più povero dell’Unione europea, con il 30% della popolazione a rischio povertà, e con una forte instabilità politica (in cinque anni si è votato otto volte) – si ripropone l’interrogativo: filorusso sì, filorusso no; europeista sì, europeista no.
In questo caso, la questione si pone dopo le elezioni parlamentari di domenica, vinte dalla coalizione Bulgaria progressista, di stampo socialista e nazionalista, composta dal Movimento politico “socialdemocratici”, dal Partito socialdemocratico e dal Movimento “Il nostro popolo”. Un’alleanza vincente ideata da Rumen Radev, 62 anni, già presidente della Repubblica – dal gennaio 2017 al gennaio 2026, quando si è dimesso sostituito dalla sua vice, Iljiana Jotova, proprio in previsione del voto –, ed ex comandante dell’aviazione bulgara.
Bulgaria progressista si è affermato con il 45% (240 seggi) dei consensi, che gli garantirebbe una maggioranza assoluta senza la necessità di chiedere un sostegno ad altre formazioni politiche. Clamoroso il crollo, senza precedenti, al di sotto del 13%, del partito Gerb (Cittadini per lo sviluppo europeo), europeista di centrodestra, guidato dal potente ma in declino Bojko Borisov, già primo ministro per tre mandati: dal luglio 2009 al marzo 2013, dal novembre 2014 al gennaio 2017, e infine dal maggio dello stesso anno al maggio 2021.
La sua formazione è stata superata anche dal Pp Db (Continuiamo il cambiamento), che ha conseguito circa il 15%, mentre Dps-Nuovo inizio, il partito della minoranza turca, ha conseguito il 7,5%, davanti ai nazionalisti di Vazrazhdane (Rinascita) arrivati al 5,1% dei voti. Infine, al 4,1%, i socialisti che avrebbero così superato la soglia di sbarramento del 4%.
Radev, che molti osservatori sono comunque restii a considerare una fotocopia di Orbán, ha dato tuttavia più volte dimostrazione delle sue simpatie per Mosca e della necessità di una politica distensiva tra Russia ed Europa, e tra Russia e Ucraina, esprimendo la propria contrarietà all’invio di armi a Kiev. La storia del leader bulgaro è complicata.
Durante gli anni della sua presidenza, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, si era presentato come un indipendente, per poi spostarsi, come abbiamo detto, su posizioni filorusse, riesumando il suo vecchio legame con il Cremlino, essendo stato lui stesso esponente del partito ai tempi del comunismo. Come già successo in altri Paesi europei, sia collocati all’interno dell’Unione sia fuori, ci sono notizie e indiscrezioni riguardo a sostegni russi, in questo caso a favore di Radev.
Secondo quanto riporta il quotidiano “La Stampa”, il nuovo premier sarebbe stato appoggiato da Leonid Reshetnikov, ex capo della sezione di analisi del servizio russo di intelligence estera, mentre, ancora secondo il quotidiano torinese, una rete di account si sarebbe attivata a favore della componente filorussa della politica bulgara. Dal punto di vista economico, l’80% delle relazioni della Bulgaria sono però con l’Europa, e questo è dunque un legame esistenziale per Sofia; ma il fabbisogno energetico dipende sostanzialmente dal gas russo.
Radev ha voluto comunque rassicurare l’Unione, dichiarando che, a differenza di Orbán, non utilizzerà un eventuale veto contro le decisioni collettive, sottolineando il suo sentirsi parte del vecchio continente. Come succede in mezza Europa, in particolare nei Paesi orientali, la popolazione è divisa in due: da un lato, i giovani che guardano con maggiore attenzione all’Europa, e, dall’altro, i più anziani e i meno alfabetizzati poco interessati alla collocazione geopolitica, e invece pragmaticamente disposti a indirizzare le proprie simpatie nei confronti di chi avrebbe più a cuore la propria condizione sociale.
Abbiamo citato in precedenza Bojko Borisov, grande sconfitto di questo appuntamento elettorale. Nel passato recente, lo scontro tra i due protagonisti della politica bulgara è stato senza esclusione di colpi.
Soprattutto nel 2019, quando Radev si oppose fermamente alla nomina di un nuovo procuratore capo, Ivan Geshev, sostenuto appunto da Borisov. Il conflitto, che si tradusse in grandi manifestazioni di piazza, con scontri e arresti anche tra esponenti dell’amministrazione presidenziale, venne vinto nettamente dall’ex presidente che, pur non essendo affatto una novità nello scenario politico bulgaro, è riuscito a trasformare una vecchia querelle in qualcosa di inedito, grazie appunto al sostegno della popolazione.
“Radev – dice Anna Krasteva, professoressa di Scienze politiche alla Nov Balgarski Universitet di Sofia, in un’intervista di Francesco Martino, una laurea in Scienze della Comunicazione, collaboratore dell’’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa’, e cooperante in Kosovo – è il primo politico che riesce a effettuare, con successo, il passaggio dalla carica presidenziale a un suo progetto politico in parlamento, mossa che in tanti, prima di lui, avevano tentato invano. E lo fa con un profilo da politico dal piglio deciso e moderatamente nazionalista, anche se le sue ultime dichiarazioni in campagna elettorale fanno emergere un Radev più estremo e meno rassicurante”.
Un progetto che lui è riuscito abilmente a costruire durante i suoi due precedenti mandati, approfittando della crisi politica endemica che ha caratterizzato la vita politica bulgara. Il momento cruciale ha coinciso con la rovinosa caduta del governo di Rosen Zelyazkov, ultima creatura politica targata Borisov, il 19 febbraio scorso (sostituito ad interim dal tecnico Andrej Gjurov), accompagnata da grandi manifestazioni di massa, caratterizzate da una massiccia presenza giovanile, che ha dato vita al movimento “Continuiamo il cambiamento” di carattere europeista.
“Nelle liste elettorali di Bulgaria progressista – sostiene nelle pagine dell’’Osservatorio’ il politologo Dimitar Ganev, fondatore dell’agenzia sociologica Trend – sono entrate soprattutto tre tipologie di candidati. Da una parte, elementi dell’amministrazione presidenziale.
Dall’altra, quadri che hanno partecipato ai numerosi governi tecnici nominati da Radev negli ultimi anni. Infine, non pochi esponenti che gravitavano nell’area del Partito socialista”.
Quali scenari si profilano ora in un Paese così sofferente e complicato? “È presto per fare previsioni – precisa il politologo –, ma, dopo le ultime dichiarazioni, lo sbocco più naturale sembra quello di un governo di stampo più marcatamente nazionalista e filorusso, con i socialisti e il movimento Rinascita.
Altra possibilità, vista la tregua silenziosa con Borisov, potrebbe essere quella di un governo dello status quo tra i due avversari, a cui il leader di Gerb sarebbe felice di partecipare per essere di nuovo al potere”. Una prospettiva, quest’ultima, sicuramente più gradita all’Europa, che però sarebbe troppo impopolare e vecchia per quella Bulgaria che vuole voltare pagina, e che mal vedrebbe il ritorno di personaggi che Radev ha combattuto.
L’orizzonte del nuovo governo bulgaro è perciò complicato: pur vicino alla Russia, non potrà e non vorrà marcare troppo le distanze da Bruxelles – senza trascurare il fatto che, prima o poi, qualcosa a Kiev e a Mosca dovrà cambiare, con conseguenze importanti in tutto il vecchio continente. Inoltre, il vincitore non dovrà dimenticare che a sceglierlo è stato un fronte ampio, che va appunto dai giovani che guardano a ovest e coloro che, come abbiamo detto, vogliono solo una classe politica dignitosa.
Espressione che, in Bulgaria come un po’ dappertutto in Europa, suona ormai quasi come un ossimoro. Nella foto:
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