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“Fotografare Mussolini”. Una storia visiva del megafono fascista e del suo immaginario

Martedì 21 aprile 2026 ore 11:08 Fonte: Altreconomia
“Fotografare Mussolini”. Una storia visiva del megafono fascista e del suo immaginario
Altreconomia

L’ascesa del fascismo in Italia è avvenuta in contemporanea alla nascita della moderna cultura di massa attraverso la diffusione di mezzi di comunicazione come radio, cinema e fotografia. Strumenti che Benito Mussolini utilizzava ampiamente e abilmente per monopolizzare la sfera visiva pubblica anche prima della dittatura.

A studiare questo fenomeno è Alessandra Antola Swan, specialista in Storia visiva e fotografia di propaganda, nel suo libro “Fotografare Mussolini” pubblicato da Meltemi editore. Una lezione da tenere a mente in un periodo in cui social media e intelligenza artificiale stanno trasformando radicalmente il modo in cui il potere si presenta ai cittadini.

L’abbiamo intervistata. Antola Swan, lei sostiene che Mussolini sia stato il primo dittatore a essersi esposto con i mezzi di comunicazione moderni.

In che modo? AAS Oggi il fascismo viene studiato in chiave globale e comparata: in un mondo interconnesso adottare uno sguardo sia storico sia attuale non è più opzionale ma necessario.

Nel Novecento europeo Mussolini è il primo dittatore a utilizzare sistematicamente i media moderni -fotografia, stampa e cinema- per trasformare la politica in una rappresentazione permanente. Leader performativo, il duce sfrutta la fotografia per un’operazione di vero e proprio branding politico: apparendo ora come soldato, ora come contadino o sportivo, costruisce un’immagine versatile, onnipresente e immediatamente riconoscibile.

Forte della sua esperienza giornalistica, Mussolini comprende che il potere dipende dalla gestione dell'immagine pubblica. Elabora così una “stenografia visiva” fatta di posture e gesti codificati, potenziati da un uso sapiente della tecnica fotografica (luci, angolature e "fotoritocco").

Questi accorgimenti fungono da megafoni visivi: traducono gli slogan ideologici nei linguaggi immediati della pubblicità e della società di massa, rendendo il messaggio del regime memorabile e pervasivo. Quali sono stati i modelli visivi dell’immagine di Mussolini?

AAS Il fascismo si inserisce in un solco già tracciato: quello della personalizzazione del potere e della centralità dell’immagine. Già nell’Ottocento leader e monarchie avevano imparato a usare la fotografia per creare un legame emotivo con le masse, trasformando il volto del sovrano nel volto della nazione.

Il fascismo, tuttavia, compie il salto decisivo rendendo queste pratiche sistematiche e trasformando il leader in una presenza quotidiana e onnipresente. Mussolini costruisce il proprio mito assemblando modelli di carisma eterogenei.

Il primo è Giuseppe Garibaldi, prototipo di branding politico: con la camicia rossa e il poncho, crea una firma visiva che lo rende un’icona internazionale già nel 1864, anticipando un’era in cui l’immagine conta quanto l’azione. A questa base popolare Mussolini aggiunge la teatralità di Gabriele D’Annunzio, ereditando dal "vate" una retorica enfatica e la gestione dell'apparizione pubblica come performance.

Infine, contamina questo bagaglio con la modernità aggressiva del futurismo di Filippo Tommaso Marinetti e con i miti della cultura di massa, come Maciste, simbolo di forza virile. È da questo intreccio tra tradizione iconografica e nuovi linguaggi mediatici che nasce l’estetica del duce: una sintesi perfetta tra storia e modernità.

Quando si parla della propaganda fascista non si può non citare l’Istituto Luce. Quale è stato il suo ruolo nella costruzione dell’immagine pubblica del duce?

AAS L’Istituto Luce è il vero regista della propaganda di Stato. È proprio da qui che il libro mette in discussione un nodo centrale: il mito del "one man show", cioè l’idea di Mussolini come unico creatore del proprio culto, anche sul piano tecnico e materiale.

Per comprendere davvero il funzionamento della propaganda personalistica è necessario superare questa visione autoriale e considerarla come il prodotto di una rete di attori e di pratiche. Il sistema fascista opera, infatti, all’interno di una società dei media in rapido mutamento, in cui fotografia, stampa e pubblicità si intrecciano e rendono labile il confine tra realtà e costruzione.

In questo contesto i fotografi -dell’Istituto Luce, della stampa o degli studi privati- svolgono un ruolo decisivo anche se spesso invisibile: attraverso il loro lavoro quotidiano contribuiscono a mettere in scena il carisma del leader. Analizzarne i linguaggi permette di comprendere come si sia formato e consolidato il culto della personalità fascista.

Diventare consapevoli dei meccanismi di produzione e circolazione delle immagini aiuta anche a capire che quella realtà non è affatto spontanea, ma costruita. Parallelamente, censura e propaganda attuano una gestione quasi scientifica dell’immagine pubblica.

La fotografia, medium ancora relativamente nuovo, gode di un’aura di veridicità: ciò che è fotografato appare autentico. Il regime sfrutta questa illusione producendo immagini che simulano naturalezza ma sono attentamente orchestrate.

Ogni apparizione fotografica di Mussolini diventa così un atto performativo: pose, gesti e inquadrature trasformano il corpo del leader in una presenza scenica continua, mentre selezione, censura e post-produzione -invisibili allo sguardo- risultano essenziali alla costruzione e al mantenimento del suo carisma. [caption id="attachment_238931" align="aligncenter" width="463"] Immagine della "Battaglia del grano" ad Aprilia (Roma), 4 luglio 1938, pubblicata sulla prima pagina de L'Illustrazione Italiana il 10 luglio e sul Corriere della Sera nel 1939.[/caption] È possibile azzardare un parallelismo con la comunicazione odierna via social? AAS I post che i politici pubblicano oggi appaiono spontanei ma sono quasi sempre il risultato di strategie studiate e, sempre più spesso, potenziate dall’intelligenza artificiale.

Al di là dei parallelismi storici emerge una costante: ogni epoca sfrutta il medium ritenuto più "vero" per costruire consenso. Se nel Ventennio quel mezzo era la fotografia, oggi lo sono i social e i contenuti generati dall’Ai.

La forza di questi materiali risiede nella loro apparente immediatezza: sembrano autentici proprio perché nascondono la loro natura ipermediata. Come all’inizio del Novecento si credeva ciecamente alla "verità" della fotografia, oggi scatta un meccanismo analogo con il digitale.

Tuttavia esiste una differenza fondamentale: il pubblico non è più un destinatario passivo. Oggi i cittadini si appropriano delle immagini del potere per rielaborarle, spesso in chiave ironica o irriverente.

Attraverso i meme, l’icona del leader diventa instabile e continuamente rinegoziabile, perdendo quell’aura fissa e unidirezionale che caratterizzava la propaganda fascista. [caption id="attachment_238932" align="aligncenter" width="564"] Copertina de Il Tempo che annuncia l'ingresso dell'Italia nella Seconda Guerra mondiale[/caption] Paradossalmente una delle fotografie più famose di Mussolini è quella del suo corpo esposto a Piazzale Loreto, scattata il 29 aprile 1945. Che cosa può insegnarci questo sulla sua figura?

AAS La “fama” della fotografia di Piazzale Loreto è in larga misura il prodotto di una costruzione retrospettiva; è anzi significativo che venga percepita come una delle fotografie più famose di Mussolini proprio dopo essere stata sottratta alla vista per decenni: la sua forza simbolica è cresciuta nel silenzio. Nel lavoro di analisi storica dobbiamo quindi distinguere tra due dimensioni: da un lato l’immagine postuma, rielaborata e stratificata dalla memoria collettiva; dall’altro l’immagine originaria, colta nella sua immediatezza dagli osservatori dell'epoca.

Studiare queste fotografie significa innanzitutto chiarire quale di queste due immagini stiamo interrogando e, soprattutto, con quali categorie critiche scegliamo di leggerla. Se questa fotografia è considerata la più famosa è anche perché, con la Liberazione, si scatena una furia iconoclasta contro le immagini del regime, percepite come un tassello fondamentale della comunicazione fascista.

Piazzale Loreto segna così una rottura radicale: un gesto che sembra chiudere definitivamente ogni possibilità di celebrazione della figura di Mussolini. È un’immagine del potere capovolta e svuotata, fortissima e scioccante, che funziona quasi come una catarsi collettiva, la fine simbolica di un’epoca.

Proprio per questo, però, diventa anche un’immagine ingestibile: le fotografie vengono sequestrate e tolte dalla circolazione per molti anni. Così come non esistono fotografie dei dittatori mentre compiono direttamente atti violenti o compromettenti, non esistono immagini dell’esecuzione: circolano solo quelle scattate a partire dal giorno successivo.

In genere non vediamo il momento della violenza in sè, ma solo ciò che viene prima o dopo, perché l’immagine del potere -anche nella sua caduta- è sempre mediata, selezionata e filtrata. [caption id="attachment_238933" align="aligncenter" width="355"] Una cartolina di Mussolini tratta da una fotografia Luce scattata a Piazza Venezia, Roma, il 28 aprile 1935, durante la celebrazione della Festa del Lavoro[/caption] Eppure, l’immagine di Mussolini ancora oggi esercita il suo fascino e continua a circolare non solo "clandestinamente". AAS La rimozione dell’immagine del duce non è riuscita a cancellarne il peso; al contrario, sembra averla resa ancora più totemica, pronta a riemergere come un fantasma nell'attualità.

Un episodio emblematico è quello del 2012 quando Alessandra Mussolini viene ripresa in Parlamento mentre autografa le foto del nonno: un gesto che dimostra quanto questa icona continui a circolare quasi indisturbata nello spazio pubblico. Questo solleva un interrogativo cruciale: che cosa resta oggi dell'immagine di Mussolini?

È chiaro che queste rappresentazioni non hanno un significato fisso; mutano a seconda del contesto e dell’osservatore, confermandosi strumenti politici mai neutri. Nonostante il fallimento del regime, il disastro bellico e l'umiliazione finale di Piazzale Loreto, la sua gestualità e la sua retorica sono sopravvissute nell'immaginario collettivo, talvolta finendo per oscurare la memoria storica della dittatura stessa.

L’icona del duce non accenna a svanire: continua a circolare, alimentata oggi dalla viralità del web, dal mercato del collezionismo e dalla costante riproposizione del patrimonio fotografico dell'Istituto Luce. [caption id="attachment_238935" align="aligncenter" width="772"] Fotomontaggio di Mussolini ne "La Vittoria" gennaio 1935[/caption] È possibile tracciare un parallelismo tra Mussolini e le controverse figure politiche di oggi come Donald Trump o Vladimir Putin? AAS Il legame tra la propaganda fascista e la comunicazione politica attuale non è di natura ideologica ma mediale: riguarda la strategia con cui l’immagine viene utilizzata per rendere il potere visibile e memorabile.

Andando oltre le differenze politiche, oggi assistiamo a un cambiamento strutturale: leader come Trump comunicano in modo diretto, abbattendo i filtri istituzionali per farsi essi stessi "canale". La rappresentazione del potere non passa più solo per i manifesti o le foto ufficiali, ma per un flusso di meme, screenshot e immagini decontestualizzate che circolano autonomamente.

Si pensi all'iconografia di Putin a torso nudo o alle immagini generate dall'intelligenza artificiale che ritraggono Trump come un imperatore romano. In questo sovraccarico di post e video emerge però un paradosso: nonostante la velocità del web, è ancora l’immagine fissa a cristallizzare il senso.

Che siano serie o provocatorie, queste immagini funzionano perché sono immediatamente leggibili. La vera rottura rispetto al passato è la natura partecipativa dell’ecosistema visivo.

Se nel Ventennio la propaganda era monolitica e controllata da un unico centro, oggi le immagini vengono riusate, deformate e spesso irrise dal pubblico in una forma di interazione allora impensabile. Questo rende la propaganda contemporanea meno rigida, ma forse proprio per questo più pervasiva e difficile da decodificare. © riproduzione riservata L'articolo “Fotografare Mussolini”.

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