Politica
Marco Geddes: la “riforma” del Ssn non può avvenire senza risorse
Il disegno di legge delega (Ddl) per la riforma del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), approvato dal Consiglio dei Ministri a gennaio 2026, mira a riorganizzare la rete ospedaliera e territoriale entro la fine dell’anno. I punti chiave includono la creazione di ospedali di “terzo livello” (“strutture di eccellenza”) e di “ospedali elettivi” (strutture ospedaliere per acuti prive di pronto soccorso), oltre al potenziamento dell’assistenza territoriale.
Come denuncia la Fondazione Gimbe, il Ddl è stato emanato con una “procedura d’urgenza” il 13 gennaio 2026, non è stato sottoposto ad esame delle Regioni in sede consultiva, il ruolo del parlamento è stato del tutto marginale, dal momento che gli schemi dei decreti legislativi sono trasmessi alle Commissioni parlamentari per un parere non vincolante da esprimere in trenta giorni. Ora la Commissione Salute delle Regioni chiede la sospensione della riforma denunciando una serie di criticità che vanno dal metodo alla genericità del testo – obiettivi poco chiari e tempi inadeguati – alla mancanza di finanziamenti, in particolare la mancanza di risorse per il personale.
Abbiamo intervistato Marco Geddes da Filicaia, che è stato direttore sanitario del Presidio Ospedaliero Firenze centro dell’Azienda sanitaria di Firenze e dell’Istituto Nazionale Tumori di Genova; vice presidente del Consiglio Superiore di Sanità e assessore alla Sanità e servizi sociali del Comune di Firenze. Iniziamo dal “metodo” con cui è stata avviata questa “riforma”, per nulla discussa, in linea con una tendenza emersa già su altri fronti, pensiamo alla giustizia, a comprimere gli spazi di discussione e a concentrare l’iniziativa nell’esecutivo.
Qui, in un ambito di competenza condivisa, è possibile dire che la stessa logica si traduce nella marginalizzazione delle Regioni? Le Regioni hanno infatti espresso un parere totalmente negativo, sollevando un problema di violazione del principio di leale collaborazione e hanno, cosa rara, avanzato una richiesta di sospensione della procedura in corso.
Il fatto che una legge delega sia preparata dal governo è giuridicamente legittimo, ma a mio parere su una materia così ampia – e considerando il fatto che c’è per esempio un movimento che sta presentando una proposta di legge popolare – c’è una questione di legittimità politica oltre che giuridica. Una delega di questa portata, che tocca riforme storiche della sanità, dovrebbe nascere da un confronto più maturo in Parlamento sui principi da delegare.
Nel merito, il Ddl è estremamente generico: tocca molteplici problemi come l’assistenza agli anziani non autosufficienti, le cure palliative e la bioetica, con principi e criteri direttivi del tutto indefiniti. Indubbiamente gli ambiti che emergono con più chiarezza riguardano la riorganizzazione degli ospedali.
Ma il Ddl ha una ricaduta normativa imponente e si basa sul principio illusorio che tutto ciò non costerà nulla. Quando è invece un aggiustamento che sottrae risorse ai territori – in questo senso fortemente ospedalocentrico – e sottrae competenze e finanziamenti dalle regioni a favore del livello centrale.
Questa centralizzazione peraltro non è positiva, non si tratta per esempio di una capacità di armonizzare la situazione a livello nazionale. Sì, la centralizzazione proposta non è finalizzata a un potenziamento degli indirizzi; non è finalizzato ad accrescere le capacità tecniche e programmatorie che stanno a capo di enti quali l’Istituto Superiore di Sanità, l’Agenas e l’Aifa – e ad una promozione del loro coordinamento – ma a una sottrazione in termini gestionali.
Rappresenta, in questo senso, un’interferenza pesante, se vogliamo, e una sottrazione di competenze, specialmente per quanto riguarda gli ospedali di “terzo livello”, che sono strutture ad alta specializzazione che potrebbero ricadere sotto il controllo del Ministero della Salute con forme gestionali e di nomina della direzione analoghe agli IRCCS (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico). Questa centralizzazione non si traduce in un’omogeneizzazione positiva, ma in un’ingerenza nella gestione e nel rapporto fra queste strutture e il territorio.
Parliamo degli ospedali, dell’individuazione di questi ospedali “di terzo livello” e di quelli “elettivi”. Dal momento che non esistono risorse aggiuntive, quale è, secondo lei, la logica dietro a questa nuova classificazione?
La logica del governo dietro l’istituzione degli ospedali di terzo livello e degli ospedali elettivi sembra essere quella di sottrarre alla pianificazione regionale i livelli tecnologicamente più rilevanti, aprendo al privato. Nel caso dei primi, pensiamo agli istituti di ricerca, agli ospedali universitari, questo meccanismo permette al governo centrale di avere un rapporto diretto con queste istituzioni, conferendo maggiore potestà al livello nazionale, in termini di gestione.
Per quanto riguarda gli ospedali elettivi, che sono ospedali privi di pronto soccorso, si potrebbe trattare di strutture perlopiù private, specialmente in regioni come il Lazio e la Lombardia. Anche in questo caso parliamo di strutture specialistiche, private, come le case di cura convenzionate, che si occupano di interventi quali la chirurgia oftalmica (in particolare la cataratta in ambulatoriale complessa) e l’ortopedia protesica, in questo caso anche in urgenza post frattura con trasferimento da ospedale a casa di cura convenzionata.
Attività attrattive dal punto di vista del mercato, in cui si intercetta anche una domanda crescente. Quali sono i rischi di una integrazione così massiccia del privato nella sanità pubblica?
C’è da dire intanto che il paese non ha un’industria pubblica: consideriamo la costruzione degli ospedali, la produzione di farmaci essenziali e dei vaccini. Insomma l’entità del privato in termini di fornitura e tecnologie è ovviamente preponderante.
Il privato è cresciuto anche in termini di ricoveri con un incremento percentuale di posti letto rispetto al pubblico. Svolge attività convenzionale, ma il punto è se a decidere in sanità è il pubblico o se quello privato è un percorso del tutto libero.
Ovvero al di là della questione che riguarda l’entità del privato, il nodo è la natura squilibrata di questo rapporto, dove il pubblico si assume i costi e si fa carico di ciò che non è remunerativo dal punto di vista del mercato: si fa carico delle terapie intensive, dei centri ustioni, del pronto soccorso, del trasposto pazienti, dell’oncologia pediatria, degli hospice, dei servizi per le dipendenze… Non è un rapporto equilibrato in cui il pubblico programma e sceglie di cosa avvalersi nel privato convenzionato. In Lombardia, per esempio, pubblico e privato sono sullo stesso piano.
L’altro elemento fondamentale è che lo sviluppo del privato non pianificato fa crescere la spesa, sia privata che pubblica. Penso per esempio a una catena di centri diagnostici che ha lanciato una “card” da regalare, che vale poniamo 100 euro di analisi.
Questo genere di promozione fa crescere i consumi e porta a fenomeni di “overdiagnosis”, cioè di sovradiagnosi, legati a una diffusa medicalizzazione, con interventi diagnostici e terapeutici non necessari e via dicendo. Siamo insomma in presenza di un rapporto del tutto asimmetrico: chi paga (il pubblico), chi prescrive (il medico) e chi incentiva (il privato); chi richiede e riceve la prestazione.
Nei sistemi misti – gli Stati Uniti sono un esempio – l’aumento della spesa, anche quella pubblica, è incentivata dalla presenza del privato in un rapporto di mercato asimmetrico. In un contesto in cui l’aumento della spesa sanitaria è inevitabile per via dell’invecchiamento della popolazione, per i costi tecnologici, eccetera, se questa spesa non viene equilibrata da una adeguata pianificazione quella privata esploderà, e sarà inevitabilmente differenziata sulla base delle diseguaglianze economiche e culturali.
Il punto allora rimane la programmazione, la capacità del pubblico anche di definire l’entità e tipologia del privato convenzionato. Da questo punto di vista il Ddl non fa che peggiorare uno squilibrio già esistente.
Quali sono secondo lei le misure che bisognerebbe invece adottare nell’immediato per mettere in sicurezza il Sistema sanitario nazionale? Le priorità includono l’applicazione obiettiva degli standard territoriali e ospedalieri esistenti, il finanziamento di un’industria di ricerca e produzione farmaceutica pubblica; bisognerebbe rivedere la collocazione progressiva, o almeno facoltativa, dei medici di medicina generale nell’ambito pubblico di dipendenza, ma soprattutto è necessaria l’elevazione dei livelli stipendiali di medici e in particolare degli infermieri.
La carenza di infermieri è strutturale e a questo riguardo dovremmo notare che dove il Ddl individua nuove tipologie di ospedali, già le Case di Comunità previste dal PNRR non sono operative per mancanza di personale. Sono timoroso che si riesca ad attivare operativamente quanto era previsto nel PNRR, non solo per via dei ritardi nella realizzazione vera – ci sarebbe anche una riflessione da fare si cosa significa la dicitura “comunità” – ma per via dell’elemento critico rappresentato dal personale.
Anche qui, la carenza di personale infermieristico è dovuta a motivi stipendiali e alle difficoltà economiche e logistiche della formazione. Le domande ai corsi di laurea infermieristica sono in calo e la fuga di infermieri verso l’estero è ormai un fenomeno strutturale; ogni anno 7.000 infermieri lasciano il paese.
È indispensabile rivedere i percorsi professionali, dato che le loro attuali mansioni – anche in confronto ad altri paesi – non sono coerenti con il livello formativo triennale e l’eventuale successiva laurea magistrale. Oltre al fondamentale tema retributivo, vi sono i costi per così dire indiretti.
Se chi governa, a livello nazionale e comunale, orienta le proprie politiche abitative e urbanistiche per facilitare la realizzazione dei cosiddetti “Student hotel” e B&B, destinati di fatto ad un “overturism”, con conseguente incremento dei costi di affitto degli appartamenti, la formazione professionale ha costi supplettivi insostenibili, proprio nelle città sedi di insegnamento universitario. È necessario, ad esempio, realizzare alloggi e residenze per studenti in infermieristica, in prossimità degli ospedali di insegnamento, per iniziare a risolvere un problema di carenza grave, dal momento che parliamo di una formazione ostacolata anche dal banale fatto che le persone che si vogliono iscrivere ai corsi, ma anche chi già lavora, non trova nelle nostre città dove abitare.
CREDITI FOTO: Un momento dello sciopero di medici e infermieri a piazza SS Apostoli a Roma, 20 novembre 2024.
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