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Voto di fiducia e correzioni sul Decreto Sicurezza
Il contestato Decreto legge Sicurezza, approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio scorso, si può dire che ormai abbia le ore contate in quanto, per legge, il Parlamento ha 60 giorni di tempo per convertirlo definitivamente il legge, altrimenti decade. Entro la scadenza, fissata al 25 aprile, il testo deve ricevere il via libera di entrambe le Camere.
Al Senato il Decreto è stato approvato il 17 aprile e ora è passato alla Camera e il governo ha già preannunciato il voto di fiducia per evitare altri imprevisti e chiudere l’esame nei giorni rimasti. Va da se che con la strettoia del voto di fiducia, non ci sono i tempi per un esame del testo perché si elimina la possibilità di votare modifiche al testo stesso.
È indubbio che con questo governo si sia toccato uno dei momenti più bassi e avvilenti della storia parlamentare della nostra Repubblica, dove lo strumento della decretazione d’urgenza viene adoperato per ogni iniziativa legislativa – indipendentemente dal presupposto dell’urgenza – esautorando di fatto il Parlamento dai suoi compiti. L’ultima norma contestata e che ha ulteriormente agitato le acque dell’iter approvativo è quella che prevede un premio per gli avvocati che, assistendo i migranti, li consiglino a lasciare questo Paese.
L’incostituzionalità di questa nuova norma era apparsa subito del tutto evidente, ma non ai proponenti tant’è che era dovuto intervenire il Presidente Sergio Mattarella – dopo un colloquio con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano – per farlo notare e chiederne la sua cancellazione pena la mancata firma sul Decreto. La ruvida indifferenza di Matteo Salvini nei confronti dell’intervento del Presidente della Repubblica – «Stupito dalla posizione del Colle?
Ormai non mi stupisco più di nulla» – che tutto sommato gli teneva a galla il Decreto, stava a dimostrare che il governo si era impantanato con le sue mani forse perché i suoi componenti non sono più da tempo abituati a riflettere sulla costituzionalità delle norme che presentano. Prima però di descrivere il maldestro correttivo proposto dal governo, è doveroso ricordare la ferma protesta del Consiglio Nazionale Forense che per bocca del suo presidente Francesco Greco ha puntualizzato: «L’organo istituzionale che presiedo è stato inserito nel testo senza che io ne sapessi nulla.
Ribadisco che né preventivamente, né durante l’esame al Senato, né dopo l’approvazione del decreto sono stato avvisato. Ciò che è scritto su quel decreto non rientra tra le nostre competenze.
La legge attribuisce al Cnf certe prerogative. E tra queste non esiste la possibilità di erogare denaro agli avvocati o di fare da tesoreria di altri soggetti.
Non è semplicemente possibile. Possiamo pagare i dipendenti del Consiglio, come tutti gli enti, ma non possiamo pagare gli avvocati.
Non si sono resi conto di aver scritto qualcosa che materialmente non figura tra le possibili attività del Consiglio»[1]. Oltre le parole inequivocabili del presidente Greco, c’è un altro problema di non poco conto e cioè utilizzare gli avvocati nell’opera di convincimento al rimpatrio, utilizzarli come uno strumento delle politiche governative della c.d. remigrazione, andrebbe a confliggere con l’articolo 24 della Costituzione che garantisce a tutti – e sottolineo tutti – «il diritto di agire in giudizio per tutelare i propri diritti e interessi legittimi, sancendo il diritto inviolabile alla difesa in ogni stato e grado del procedimento».
Come se non bastassero i rilievi del Quirinale, la dissociazione dall’iniziativa del Consiglio Nazionale Forense, è arrivata anche la stilettata del Comitato per la Legislazione, organo della Camera presieduto dal meloniano Riccardo De Corato che deve dare i pareri su come vengono scritte le leggi. Il comitato, che si esprime all’unanimità, «approva un parere in cui non solo chiede alla maggioranza di chiarire alcune questioni di formulazione linguistica della norma ma scrive un monito anche al governo sui tempi di approvazione delle leggi: l’esecutivo “abbia cura” di avviare una riflessione “per individuare modalità idonee ad evitare un eccessivo intervallo di tempo tra la deliberazione di un decreto in Consiglio dei ministri e la sua entrata in vigore in Gazzetta»[2].
Tutte queste cose insieme hanno scosso il governo, che nella fretta di chiudere questa partita, ha caricato a testa bassa incurante delle norme costituzionali e con l’orgoglio della sua arroganza, varerà un nuovo Decreto legge per modificare un altro Decreto legge; per di più in fase di conversione in legge. Questo sta a dimostrare che il governo vuole l’approvazione ad ogni costo, sigillando tutto con il voto di fiducia affinché il Decreto passi indenne le forche caudine da loro stessi imposte.
A riprova di questo, il governo non ha ammesso l’errore e a dirlo è proprio Giorgia Meloni che «Non lo considero un pasticcio», difendendo una norma «di assoluto buonsenso». Dello stesso parere il ministro Matteo Piantedosi che in aula si è detto convinto di «essere sulla strada giusta», definendo addirittura i dubbi sull’incostituzionalità della norma «sensibilità espresse»[3], parole di amletica decifrazione.
Insomma un vero e proprio corto circuito istituzionale, anche se dal punto di vista del governo, con sfacciata sicurezza l’arrivo contestuale sul tavolo del Presidente della Repubblica di due provvedimenti sulla stessa materia, dovrebbe mettere al riparo la norma. Analizzando il tutto a livello di costituzionalità, come ha notato il professore di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, Gaetano Azzariti «Il governo dovrebbe approvare un testo, “sotto la sua responsabilità”, in Consiglio dei ministri che abroga una norma che è ancora in discussione in parlamento, uccidendo così un fantasma; mentre il parlamento approvare una norma già dichiarata morta.
Un decreto legge privo di oggetto e un’approvazione parlamentare fittizia. Ma l’organo più colpito sarebbe il presidente della Repubblica.
Non solo perché i suoi rilievi non sarebbero stati accolti linearmente, modificando il testo nella sede parlamentare propria. Ma anche perché il «pasticcio» del governo dovrebbe trovare l’avallo dello stesso presidente.
A lui spetterebbe infatti tanto promulgare la legge di conversione quanto emanare il decreto “tappabuchi”. Ma può il capo dello Stato firmare due atti che violano così platealmente l’ordine delle competenze costituzionali?
Siamo ad una svolta, e la forzatura che si vuole imporre con questo gioco delle parti in commedia appare evidente. Il rigore e il rispetto della Costituzione rischiano di essere compromessi» [4].
In sostanza, il secondo Decreto che modificherebbe il primo dovrebbe essere riapprovato dal Parlamento – Presidente della Repubblica permettendo – ma a questo punto il tempo utile per l’approvazione, il 25 aprile, potrebbe essere già scaduto. In questo grottesco carosello, il governo per evitare di tornare indietro al Senato, e difendere l’impianto della norma «ha ampliato la platea dei destinatari del contributo che verrà elargito non solo agli avvocati ma anche ai mediatori e alle associazioni.
E anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine. Questo ovviamente farà crescere l’entità delle coperture necessarie»[5], fermo restando che le persone migranti a cui è stata respinta la richiesta d’asilo non avranno più diritto al gratuito patrocinio se presentano ricorso, cioè non saranno assistiti gratuitamente da un avvocato assegnato dallo Stato.
Ma che cosa è il rimpatrio volontario assistito e come vi si accede? «Il Rimpatrio Volontario assistito è un percorso individualizzato di rientro in Patria, a cui un cittadino straniero e/o la sua famiglia possono accedere solo volontariamente e con piena consapevolezza. Si tratta di un progetto assistito perché prevede, sia nel Paese di migrazione sia in quello di origine, il sostegno da parte di personale specializzato nella fase pre-partenza ed in quella di re-integrazione» [6].
Già in queste poche righe di fonte governativa, risulta chiaro che il presupposto del rimpatrio si basa su due punti essenziali e cioè la volontarietà della scelta e la piena consapevolezza. Presupposti che necessariamente verrebbero meno sotto la sollecitazione di un avvocato ad aderire alle procedure stesse di rimpatrio.
Comunque, il rimpatrio volontario è generalmente considerato più efficace sotto il profilo dei costi rispetto al rimpatrio forzato. Secondo le stime del Servizio di ricerca del Parlamento europeo «un rimpatrio forzato costa 3 414 € a persona, contro i 560 € di un rimpatrio volontario.
Il costo indicativo medio stimato di un rimpatrio da un paese di transito si aggira invece sui 2 500 € a persona» [7]. Questo governo che ha fatto sui rimpatri, volontari o meno, la sua battaglia propagandistica continua a raccontare una storia che non trova riscontri e a dircelo è l’Ufficio Statistico dell’UE (EUROSTAT) con i dati del quarto trimestre 2025 pubblicati a marzo scorso. «Nell’Unione Europea, la maggior parte dei cittadini di Paesi terzi che abbandonano il territorio lo fa attraverso rimpatri volontari, che rappresentano il 58,9 per cento del totale, a fronte del 41,1 per cento di rimpatri forzati.
Questo scenario varia drasticamente tra i singoli Stati: mentre l’Italia ha registrato esclusivamente rimpatri forzati nell’ultimo trimestre del 2025, Paesi come Cechia, Lettonia, Lituania ed Estonia hanno visto oltre il 90 per cento delle persone partire volontariamente» [8], che tradotto in cifre correnti, almeno per l’Italia, significano 4.780 persone su circa 21mila ordini di uscita. Queste cifre vanno lette all’interno del quadro normativo di base della UE in materia migratoria, dal quale emerge un sempre più forte orientamento verso le pratiche di esternalizzazione prevedendo la possibilità di trasferire i migranti verso «hub di rimpatrio» situati in Paesi terzi sulla base di accordi internazionali.
In sostanza, per chiunque venga etichettato come un potenziale rischio per la sicurezza, il testo introduce regole ancora più aspre e controlli invasivi, confermando una volontà politica – per nulla mascherata – che privilegia l’efficacia burocratica delle espulsioni rispetto alla tutela delle garanzie individuali. Tirando le fila del discorso su questo Decreto Sicurezza, già in precedenza da noi seguito nel suo iter, il testo va, con tanta fatica, all’approvazione finale oggi 24 aprile e questa volta, forse, senza scossoni dato che il governo ha posto il voto di fiducia.
Abbiamo già chiarito quanto il Decreto sia una manifesta e arrogante – sui contenuti normativi (come non vedere una concreta compressione delle libertà costituzionali come quelle di riunione, associazione e manifestazione) e sull’intera architettura che li sorregge, un’alternativa reazionaria al testo della Costituzione che la destra va proponendo. Sempre in questa direzione va ricordata la norma che già desta allarme fra magistrati e avvocati penalisti e riguarda la possibilità di introdurre nelle carceri agenti infiltrati che potranno fingersi detenuti o addirittura educatori, infermieri o assistenti.
Come spiega l’Associazione Antigone «Un ulteriore avvelenamento del clima, modello Usa o Russia, è in arrivo nelle carceri… il governo prevede e rende legittime operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari. Nessuno si fiderà più di nessuno e il carcere, per adulti e per minori, avrà definitivamente smesso di essere una comunità.
Si trasformerà ancor più in un luogo buio e opaco governato dalla sfiducia, dalla paura, dalla delazione. Altro che funzione rieducativa della pena»[9].
Si getta nella spazzatura ogni sforzo per la risocializzazione del detenuto, nella convinzione che reprimere tutto, sempre e comunque, sia più politicamente redditizio che affrontare i gravi problemi sociali che affliggono il Paese. Stefano Ferrarese [1] https://www.consiglionazionaleforense.it/web/cnf-news/-/24697-411, 19 aprile 2026 [2] Liana Milella e Giacomo Salvini, https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/21/decreto-sicurezza-mattarella-rimpatri-migranti-notizie/8361605/, 21 aprile 2026 [3] Marika Ikonomu, https://www.editorialedomani.it/politica/italia/dl-sicurezza-rimpatri-volontari-avvocati-ora-governo-fretta-correggere-se-stesso-t5ywym0z, 21 aprile 2026 [4] Gaetano Azzariti, https://ilmanifesto.it/decreto-sicurezza-e-ri-decreto-dal-governo-un-assedio-al-quirinale, 22 aprile 2026 [5] https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/04/21/governo-pone-fiducia-sul-dl-sicurezza-e-annuncia-la-correzione-caos-alla-camera_10e57cb2-4b7b-4700-b910-13bb73f0a531.html, 21 aprile 2026 [6] https://integrazionemigranti.gov.it/it-it/Ricerca-news/Dettaglio-news/id/2021/Che-cose-il-Rimpatrio-volontario-assistito-Come-vi-si-accede, 8 0ttobre 2021 [7] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52021DC0120, 23 aprile 2026 [8] Caterina Mazzantini, https://www.eunews.it/2026/03/31/aumentano-del-13-per-cento-i-rimpatri-di-persone-migranti-dallue-verso-paesi-terzi/, 31 marzo 2026 [9] Patrizio Gonnella, https://www.antigone.it/, 28 febbraio 2026 The post Voto di fiducia e correzioni sul Decreto Sicurezza appeared first on Mentinfuga.