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Bear market Bitcoin: cos’è e quali sono le cause

Giovedì 30 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Valori
Bear market Bitcoin: cos’è e quali sono le cause
Valori

C’è un’espressione che circola nei mercati finanziari ogni volta che i prezzi scendono a lungo e in modo sostenuto: bear market, letteralmente “mercato dell’orso”. L’immagine evoca l’orso che attacca dall’alto verso il basso, graffiando i prezzi verso il ribasso, al contrario del toro (bull market) che colpisce dal basso verso l’alto, spingendo i valori a salire.

Nel mondo delle criptovalute, un bear market si verifica quando il prezzo di bitcoin (e delle altre valute digitali) cala almeno del 20% rispetto ai massimi, anche se tipicamente il crollo va ben oltre quella quota, e la fase ribassista si prolunga nel tempo per settimane o mesi. Nel 2026, questa parola è tornata prepotentemente al centro del dibattito.

Bitcoin aveva raggiunto un valore impensabile di 126mila dollari nell’ottobre 2025. Da allora con un calo di oltre il 40% rispetto a quel massimo storico e una capitalizzazione complessiva del mercato crypto diminuita di quasi 2mila miliardi di dollari, non c’è più alcun dubbio: in questi primi mesi del 2026, ci troviamo in un bear market.

Ma ci sono dei ma… Il “battito cardiaco” di bitcoin: l’halving Per capire i cicli di bitcoin, bisogna partire da un meccanismo tecnico fondamentale: l’halving. Ogni quattro anni circa, il protocollo di Bitcoin dimezza automaticamente la ricompensa assegnata ai “minatori” – i computer che verificano le transazioni e producono nuovi bitcoin.

Questo riduce a metà il tasso di emissione della valuta, creando artificialmente una maggiore scarsità e, rallentando la creazione di nuovi bitcoin, e mantiene il limite massimo di 21 milioni di unità. Quando entrano in circolazione meno monete, si crea più scarsità e, se la domanda cresce, il prezzo tende a salire.

La storia, pur breve (meno di 20 anni), mostra una dinamica ricorrente. Tipicamente, il ciclo passa dall’accumulazione a una fase di rialzo, quindi verso un picco euforico nel primo anno dopo l’halving, concludendosi infine in un bear market.

Gli halving si sono susseguiti nel 2012, 2016, 2020 e 2024. In tutti i casi, la sequenza è stata molto simile:  rialzo nei mesi di luglio e agosto; correzione a settembre; rally finale verso il massimo ciclico nel quarto trimestre; avvio di un bear market nell’anno di metà ciclo.

Il 2026 sarebbe dunque, secondo questo schema, l’anno in cui l’orso si sveglia. Tuttavia, un numero crescente di analisti ritiene che questo schema possa non essere più valido.

Alcuni suggeriscono che il comportamento del prezzo di bitcoin sia determinato più da variazioni della liquidità globale che dagli eventi di halving. Il dibattito è aperto, e la risposta dipende in larga misura dal ruolo assunto da nuovi protagonisti istituzionali.

I crolli di Bitcoin: cronologia dal 2011 al 2026 La storia di Bitcoin è costellata di cicli violenti, ognuno con le proprie cause specifiche. 2011–2015 Nei primissimi anni, Bitcoin era un esperimento di nicchia. Nel 2014, il principale exchange mondiale (Mt.

Gox, con sede a Tokyo) fu vittima di un massiccio hackeraggio che portò alla perdita di circa 850mila bitcoin. Il crollo distrusse la fiducia nel settore e precipitò i prezzi per oltre un anno.

Ricordiamo che Bitcoin nasce nel 2009 come risposta a un sistema finanziario percepito come opaco e centralizzato, ma i suoi primi anni sono stati segnati da fragilità infrastrutturali enormi. 2018 Il boom delle Ico (Initial coin offering), raccolte di fondi in criptovalute per progetti spesso privi di basi solide, gonfiò una bolla speculativa che esplose nel corso dell’anno. Bitcoin perse oltre l’80% del suo valore di picco. 2022 Il crollo di Ftx, la piattaforma di exchange gestita da Sam Bankman-Fried, portò il prezzo di Bitcoin dal massimo storico di quasi 69mila dollari nel 2021 a malapena ai 17mila dollari a fine 2022.

Insieme a Bitcoin, tutto il mondo crypto sprofondò. 2025–2026 Il ciclo attuale si è distinto per la sua rapidità. Dopo aver segnato il massimo nel quarto trimestre del 2025, Bitcoin ha già subito una correzione che si aggira attorno al 40% dai massimi, proiettandosi verso quello che sarà il bottom definitivo atteso, secondo le proiezioni dei cicli passati, tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

Su quest’ultimo ciclo, tuttavia, è opportuno tenere presente una regola aurea quando si discute di questioni finanziarie: la storia può descrivere delle tendenze, mostrare delle dinamiche ricorrenti, ma non può prevedere con certezza il futuro. L’ingresso dei grandi investitori:

Etf e Bitcoin Treasury Proprio alla luce di questo, è fondamentale sottolineare che questo bear market ha caratteristiche strutturalmente nuove rispetto ai precedenti. Per la prima volta, il mercato è fortemente condizionato dalla presenza di grandi investitori istituzionali, entrati attraverso due canali principali.

Il primo è rappresentato dagli Etf (Exchange traded fund). Il 10 gennaio 2024, la Sec statunitense ha approvato 11 diversi Bitcoin Spot Etf, tra cui quelli di BlackRock, Fidelity e VanEck.

Questo ha reso molto più semplice per gli investitori americani investire in bitcoin insieme agli asset tradizionali. Wall Street ha senza dubbio apprezzato questa innovazione.

Ma anche i cittadini comuni sono stati esposti a questi strumenti, consapevolmente o meno; ad esempio quasi una dozzina di fondi pensione americani e almeno un paio di fondi pensione statali hanno investito in Etf crypto, legando la salute finanziaria di milioni di lavoratori statunitensi alla volatilità del mercato delle criptovalute. Il secondo canale sono le Bitcoin Treasury, aziende che hanno sostituito la liquidità aziendale con bitcoin.

Strategy (già MicroStrategy) detiene al 20 aprile 2026 oltre 800mila bitcoin, intorno al 3% dell’offerta totale, rappresentando da sola circa il 50% di tutti gli asset crypto detenuti dalle cosiddette Digital Asset Treasury Companies. Il problema è che questo modello si regge su un equilibrio fragile.

Infatti il 10 ottobre 2025, un crollo improvviso innescato dall’annuncio di dazi del 100% sulla Cina da parte del presidente Trump ha portato ad un crollo delle azioni delle Treasury. Gli analisti avvertono che in uno scenario ribassista, vendite forzate di bitcoin potrebbero innescare un effetto domino di liquidazioni, con impatti sull’intero mercato.

Etf e Treasury rappresentano dunque elementi di novità nel ciclo attuale, che possono incidere in maniera significativa sulla volatilità di prezzo del bitcoin e addirittura condizionarla. L’effetto stabilità che non c’è stato Una delle aspettative legate all’ingresso dei grandi investitori istituzionali era che avrebbero smorzato la volatilità di bitcoin, rendendo i cicli meno violenti.

In parte, questa ipotesi si è avverata, poiché a differenza delle precedenti fasi ribassiste, in particolare quella del 2022, l’attuale bear market non è stato contrassegnato da grandi fallimenti aziendali su larga scala. L’infrastruttura è migliorata, le istituzioni sono più coinvolte e la volatilità si è ridotta rispetto ai cicli passati.

Tuttavia, la dipendenza istituzionale ha introdotto nuove vulnerabilità. Gli Etf, che erano stati la principale fonte di domanda strutturale nel ciclo 2024–2025, si sono trasformati in venditori netti da novembre 2025 in poi, sebbene attualmente siano tornati a comprare (ma come vedremo qui entra in gioco la guerra in Iran e le sue conseguenze globali).

Il mercato crypto, invece di poter contare sull’hype di celebrity e influencer, è ora dipendente dai flussi di capitale istituzionale, che seguono logiche proprie e possono invertirsi rapidamente. Considerando Strategy, gli Etf e il governo americano insieme ad altri grandi detentori istituzionali, circa il 15–20% di tutto il Bitcoin è oggi in mano a meno di 200 entità.

Se uno di questi soggetti fosse costretto a liquidare, la pressione di vendita sarebbe catastrofica. L’ombra di Trump: il “pump” di Stato Nessun bear market nella storia di Bitcoin era mai stato così profondamente intrecciato con la politica di un governo nazionale.

Trump è tornato alla Casa Bianca con la promessa di fare degli Stati Uniti «la capitale mondiale delle crypto». Il settore, in un momento di crescita istituzionale, aveva finanziato la sua campagna con quantità mai viste prima.

Una volta al potere, Trump ha agito su più fronti:  ha graziato personaggi di spicco del mondo crypto (in prevalenza quelli che avevano investito nei suoi progetti); ha spinto una serie di leggi pro-crypto al Congresso; ha annunciato la creazione di una Strategic Bitcoin Reserve governativa; i suoi funzionari hanno archiviato ogni indagine e causa civile relativa a frodi, manipolazioni di mercato e violazioni delle sanzioni nel settore crypto. Tuttavia il punto più controverso dell’era Trump-crypto non è la politica regolatoria, ma il conflitto d’interesse diretto.

Al gennaio 2026, il patrimonio della famiglia Trump era cresciuto di oltre 1,4 miliardi di dollari grazie al suo impero crypto: dai memecoin TRUMP e MELANIA alle card Nft, da una società di mining bitcoin alla piattaforma World Liberty Financial, con il suo token Wlfi e la stablecoin Usd1, entrambi tra le prime quaranta criptovalute per capitalizzazione. Il risultato?

Il presidente statunitense ha alimentato un “boom artificiale” del mondo crypto che certamente ha contributo a gonfiare i prezzi fino a ottobre 2025, creando le condizioni per un crollo tanto più brusco quanto più era stata ampia la spinta politica. Le crypto “vacillano”: cosa succede nel 2026?

Hadas Thier, autrice dell’articolo “Crypto Is Flailing” pubblicato da Jacobin il 4 aprile 2026, offre una chiave di lettura politica che va oltre la semplice analisi di mercato. La tesi centrale è che il fallimento del “pump di Stato” riveli qualcosa di sistemico.

Infatti nonostante tutto il sostegno senza freni del politico più potente e sfrontato del mondo, il mercato crypto sta vacillando. L’amministrazione Trump ha riformulato le regole della finanza, e questo avrà conseguenze durature e pericolose.

La critica di Jacobin tocca anche il tema della concentrazione del rischio, con meno del 2% degli indirizzi che controlla più del 92% di tutto il bitcoin in circolazione. Il sogno originario era la democratizzazione finanziaria, ma oggi Bitcoin è dominato da pochi grandi attori.

L’ingresso dei fondi pensione statunitensi nel mercato crypto, segnalato da Jacobin, rappresenta in questo senso un paradosso: uno strumento nato per sfuggire alla finanza tradizionale è diventato parte integrante dei risparmi pensionistici di milioni di lavoratori. Il vero rischio sistemico, dunque, non è solo che i prezzi scendano.

È che la volatilità crypto si trasmetta ai portafogli della gente comune, che aveva creduto di essere protetta dall’etichetta “istituzionale” attaccata a questi strumenti. È finito il sogno decentralizzato delle criptovalute?

C’è un’ironia profonda nella storia recente di Bitcoin. Nato nel 2009 come risposta alla crisi finanziaria globale, con l’ambizione dichiarata di liberare la moneta dal controllo delle banche e degli Stati, si ritrova nel 2026 a essere uno strumento molto apprezzato da Wall Street, lo specchio del sentiment politico della Casa Bianca, e il veicolo attraverso cui un presidente americano e la sua famiglia si arricchiscono direttamente.

Inoltre nel panorama finanziario del 2025 si è consumata una battaglia silenziosa ma decisiva tra la finanza tradizionale e il mondo delle criptovalute. Al centro di questo scontro si trovano le Bitcoin Treasury, che hanno trasformato i propri bilanci in depositi di criptovalute, sfidando il monopolio delle istituzioni finanziarie tradizionali sull’allocazione del capitale aziendale.

Ma l’esito di questa battaglia non è la liberazione promessa, è una nuova forma di concentrazione del potere finanziario, dove i grandi player istituzionali dettano le regole tanto quanto – se non più – le banche tradizionali. Un numero crescente di esperti sostiene che il ciclo quadriennale di Bitcoin non sia più il modello più efficace per analizzarne il comportamento, dal momento che le dinamiche di mercato sono cambiate profondamente dopo l’approvazione degli Etf e la crescente presenza di capitali istituzionali.

Bitcoin non è più, se mai lo è stato, il denaro dei popoli. È diventato, di fatto, un asset macroeconomico ad alta volatilità, sensibile alle stesse forze che muovono le borse tradizionali.

Come orientarsi in un bear market Bitcoin Per chi si trovasse oggi con investimenti in Bitcoin o criptovalute, alcune considerazioni pratiche possono aiutare a non prendere decisioni impulsive. La prima regola, spesso ignorata nell’euforia rialzista, è non investire più di quanto si possa permettersi di perdere.

I dati ci dicono che nei cicli precedenti, il mercato ha sempre trovato un punto massimo di ribasso e ha poi recuperato. Alcuni esperti suggeriscono che bitcoin abbia già superato la fase più intensa del bear market attuale, avvicinandosi progressivamente al punto di minimo.

Ma questo non significa che sia finita, la storia suggerisce che i recuperi richiedano tempo. La seconda considerazione riguarda la lettura critica delle notizie.

Come mostra la vicenda Trump-crypto, gli interessi politici e finanziari intorno a Bitcoin sono oggi enormi e diretti, dunque le dichiarazioni entusiastiche di esponenti politici o manager di fondi vanno valutate sempre tenendo conto di chi parla e di cosa possiede. Infine ricordiamo che la domanda più importante non dovrebbe essere «quando rientra il prezzo», ma «che tipo di sistema finanziario vogliamo costruire».

La grande libertà derivante dalla decentralizzazione comporta congiuntamente la completa rinuncia alle tutele previste nel sistema tradizionale: chi perde le proprie criptovalute non ha alcuna possibilità di recuperarle, né rivolgendosi a istituti finanziari né a istituzioni pubbliche. In un bear market, questa assenza di protezione diventa molto concreta.

Una doverosa precisazione Mentre scriviamo non possiamo ignorare quel che accade in Asia Occidentale, in Iran, in tutto il Golfo Persico e per estensione sull’intera economia globale. Dunque si rende necessario un post scriptum.

Nonostante l’escalation del conflitto, con tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran che hanno portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, spingendo il prezzo del Brent oltre i 115 dollari al barile, il bitcoin ha dimostrato una sorprendente resilienza. A marzo 2026, dopo un iniziale probabilmente correlato all’aumento dei prezzi del petrolio e all’incertezza geopolitica, il prezzo si è stabilizzato intorno ai livelli pre-crisi, con analisti che evidenziano un ruolo emergente come bene rifugio.

Questo comportamento ricorda la dinamica del 2022 durante l’invasione russa dell’Ucraina: un panico iniziale, seguito da rimbalzo e consolidamento, grazie a flussi in Etf e attività delle whale (come vengono definiti i grandi detentori di bitcoin). La stabilità attuale del bitcoin, al netto delle pressioni inflazionistiche trasmesse dal petrolio, riflette l’interconnessione dei mercati globali ma anche la sua aumentata capacità di assorbire shock esterni rispetto al passato.

In un bear market strutturale, questa fase di equilibrio suggerisce l’ipotesi che il bitcoin non sia più un asset puramente speculativo, ma un elemento di diversificazione in contesti di instabilità economica globale. Continueremo ad osservarne le evoluzioni e a raccontarle nelle diverse implicazioni finanziarie, politiche e sociali.

Initial Coin Offering (Ico) Un Initial coin offering (Ico) è un modo per raccogliere denaro per finanziare un progetto, di solito legato alle criptovalute. Dunque è una possibile forma di finanziamento alternativa ai prestiti bancari, ad esempio, vendendo “gettoni digitali” a chi vuole investire in un determinato progetto.

Chi compra questi gettoni spera che: il progetto cresca; quei gettoni in futuro valgano di più. Questi gettoni sono spesso basati su tecnologie come la blockchain, cioè un sistema condiviso online.

In breve un Ico è una specie di “raccolta fondi online” dove in cambio dei soldi si ricevono monete digitali anziché azioni. È fondamentale ricordare che non tutti gli Ico sono affidabili, quindi bisogna fare molta attenzione prima di investire.

Per ripassare e approfondire un po’ Stretto di Hormuz: pedaggio in yuan e bitcoin tra sanzioni e dedollarizzazione Dai combustibili fossili ai bitcoin: i legami profondi dietro la promozione delle criptovalute Criptovalute, IA e potere politico: perché i miliardari tech hanno scelto Trump Ascesa e crollo delle Bitcoin Treasury Meritano un click Agenda Digitale – Bitcoin tra rimbalzo e fragilità: perché il mercato CoinMarketCap – Bitcoin Faces Worst Q1 Loss Since 2018 Bear Market Adnkronos – Iran, riprende terreno il Bitcoin. Canepa:

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