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“Il caso 137” è un film sugli abusi della polizia in Francia nel 2018 che riguarda anche l’Italia

Giovedì 30 aprile 2026 ore 06:16 Fonte: Altreconomia
“Il caso 137” è un film sugli abusi della polizia in Francia nel 2018 che riguarda anche l’Italia
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Quanto contano, quanto indignano gli abusi di polizia nelle democrazie contemporanee? E che cosa si fa per punirli e soprattutto prevenirli?

C'è un film di recente uscito nelle sale -“Il caso 137”, del regista Dominik Moll- che indaga il caso francese. È ambientato nel 2018 al tempo della protesta dei “gilet jaunes”, una stagione di mobilitazioni affrontate con durezza dalle polizie francesi, a suon di cariche, lacrimogeni e proiettili di gomma, con un bilancio terribile:

2.500 civili feriti, 24 occhi accecati, almeno cinque mutilazioni dovute al lancio di granate stordenti. Il film racconta un caso che ne riassume altri: un giovane colpito alla testa da un proiettile di gomma e gravemente ferito nel centro di Parigi; l'inchiesta istruita per accertare chi abbia sparato e se abbia seguito le regole prescritte (evidentemente no, perché mai si dovrebbe sparare alla testa).

L'inchiesta è condotta da un'ispettrice dell'Inspection général de la police nationale (Igpn), un'istituzione nata col preciso compito di indagare, in raccordo con la magistratura, sulle violazioni compiute dai corpi di polizia. L'indagine ovviamente è difficile, avversata dal personale di polizia e dai sindacati, ma procede senza fare sconti e mette a confronto due diversi punti di vista.

Da un lato i cittadini, gli attivisti -potremmo dire “quelli che stanno sotto” nella gerarchia sociale, rubando un'espressione tipica del mondo sudamericano- e la loro sfiducia nelle forze di polizia e nello Stato; dall'altra l'ispettrice, convinta che la sua indagine sia necessaria per dimostrare che le polizie sono imparziali e capaci di punire chi sbaglia. Non importa dire come andrà a finire e per quali vie -la visione del film è più che consigliata-, è più importante ragionare su almeno due aspetti.

Il primo è sollevato da una giovane inserviente d'albergo, nera, residente in banlieue, che affronta l'ispettrice e le espone tutto il suo scetticismo: “Qui la polizia -le dice-, prende di mira i ragazzi, specie se arabi o neri, li provoca, poi se reagiscono li aggredisce, li picchia, li arresta, sostenendo anche il falso, e che cosa succede?

Non succede nulla. Se anche c'è un'inchiesta, qualcuno viene forse punito e condannato?”.

Il secondo aspetto riguarda il modo di affrontare gli abusi di polizia. In Francia esiste il citato Igpn, che ha il difetto d'essere composto da altri agenti di polizia e non da personale “terzo”, in Italia non esiste neanche un'istituzione del genere e le indagini, quando ci sono, vengono affidate ai “normali” reparti di polizia o dei carabinieri, aumentando il pericolo di un paralizzante conflitto di interessi.

Occorre chiedersi, pensando a entrambi gli aspetti, che sono l'uno specchio dell'altro, in che misura vi sia nelle istituzioni dello Stato, degli Stati, la reale volontà non solo di punire gli abusi, ma anche di prevenirli, perché questo, alla fine, è l'interesse pubblico, specie di quelli che stanno sotto. Le cinque amputazioni, i 24 occhi lesionati in Francia sono l'esito, oltre che di un uso della forza eccessivo, di specifiche dotazioni tecniche -i fucili con proiettili di gomma, i lancia granate stordenti- e poiché gli abusi, le violazioni delle regole sono in buona misura prevedibili, la vera domanda è: perché si sceglie di alzare il livello militare dello scontro?

Perché usare strumenti così pericolosi per affrontare manifestazioni pubbliche di persone disarmate? Non solo in Francia ma in tutta Europa e ovviamente anche in Italia -che rifiuta perfino semplici strumenti di prevenzione come i codici identificativi per gli agenti- le forze di polizia sono sempre più screditate agli occhi dell'opinione pubblica e di quelli “che stanno in basso”, la gente che poi scende in piazza, ma invece di agire per recuperare credibilità e fiducia, i poteri politici lavorano per allargare oltremisura i compiti delle forze dell'ordine, per acuire i già esagerati allarmi sulla sicurezza, per mandare ai lavoratori delle polizie insidiose promesse di “protezione senza se e senza ma”.

È un'escalation che avviene in una fase storica di arretramento dei diritti e della loro effettività e senza che vi sia un'adeguata mobilitazione dell'opinione pubblica democratica, da troppo tempo irretita dalle nuove versioni del vecchio motto “legge e ordine”, tipico delle destre più o meno (il)liberali. “Il caso 137” è un film che fa pensare a quanto sia mancato nel cinema italiano uno sforzo per raccontare non tanto e non solo i fatti del G8 di Genova (i pestaggi, le torture, l'omicidio di Carlo Giuliani) ma le inchieste e i processi che ne sono seguiti, e poi le reazioni all'interno delle polizie e le condotte del potere politico, reazioni e condotte rimaste ben al di sotto di un minimo standard democratico.

Il film di Dominik Moll ci aiuta comunque a comprendere a che punto siamo nella notte dei diritti civili e politici; può essere una scossa elettrica utile a uscire dal torpore. Una volta fuori dal cinema si capisce meglio quanto sia urgente riprendere possesso del concetto di sicurezza e riportarlo alla sua pienezza: sicurezza nei propri diritti sociali, nel diritto alla salute, al lavoro, alla casa e anche nel diritto a esercitare pienamente e in libertà il proprio dissenso politico; la “sicurezza” intesa come tutela poliziesca dell'ordine pubblico e quindi dello status quo, anche nella versione secondo la quale non sarebbe “né di destra né di sinistra”, è una manipolazione che sta compromettendo non solo il futuro, ma anche il presente delle democrazie contemporanee.

Punire gli abusi di polizia è difficile, quasi impossibile, ma è ancora più importante prevenirli. Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”.

Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” © riproduzione riservata L'articolo “Il caso 137” è un film sugli abusi della polizia in Francia nel 2018 che riguarda anche l’Italia proviene da Altreconomia.

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