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Politica

La sinistra deve abbracciare la bandiera della pace: è il simbolo di un’altra idea di mondo

Giovedì 16 aprile 2026 ore 17:55 Fonte: Strisciarossa
La sinistra deve abbracciare la bandiera della pace: è il simbolo di un’altra idea di mondo
Strisciarossa

È straordinario il risultato delle elezioni in Ungheria e non solo naturalmente per quel Paese. A mio giudizio, va connesso anche a quello che è accaduto in Italia con il voto sul referendum.

So benissimo che si tratta di cose profondamente diverse: in Italia si trattava di un quesito che riguardava la costituzione, cioè il fondamento del vivere civile nel nostro Paese; in Ungheria si trattava invece di una votazione che riguardava la formazione del nuovo Parlamento. Due eventi, dunque, profondamente differenti.

Hanno però qualcosa in comune, anzitutto la straordinaria quantità di votanti, e già questo è un dato su cui vale la pena di riflettere. Roma Festa per la vittoria del NO al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia In Ungheria come in Italia bocciati i governi filo-Trump Esprimo in modo netto la mia tesi: penso che sia in Italia sia in Ungheria abbia agito un inizio di rivolta a livello popolare contro la politica imperniata sulla guerra che viene sviluppata attualmente a livello mondiale da Trump e da Netanyahu con il consenso, più o meno aperto, dei loro alleati.

È un altro elemento che accomuna i due eventi: Orbán in Ungheria, Meloni in Italia sono stati i più grandi alleati di Trump e non hanno mai espresso nessuna critica nei confronti di quello che avviene in Palestina, a Gaza, e anche in Libano, tranne qualche bisbiglio in momento in cui era impossibile non farlo, per esempio quando le truppe israeliane hanno attaccato i soldati italiani.

Ora le cose sembrano cambiare perché, da una parte Orbàn viene sconfitto duramente in casa e dall’altra il risultato referendario prima e il volgare attacco al Papa da parte di Trump poi hanno spinto la nostra premier, anche se con fatica, a criticare il presidente americano che l’ha ricambiata definendola “inaccettabile” e priva di coraggio. Insomma, sembra crollato quel ponte tra Italia e America che Giorgia Meloni aveva promesso di costruire grazie ai suoi buoni rapporti con Trump.

La nostra premier ha capito che tenersi legata a un leader così imprevedibile e aggressivo non è una scelta utile perché i cittadini stanno andando da un’altra parte. Il punto infatti è che, alla base del risultato del referendum in Italia e delle elezioni in Ungheria, pur nella profonda differenza, si è espressa una netta e larghissima critica nei confronti dei governi che si sono schierati a favore di Trump e di Netanyahu: in una parola, della guerra.

Certo, in Ungheria si è espresso il fastidio per una figura che governava da sedici anni. Ma il motivo di quel voto è più di fondo: esprime un rifiuto dell’azione delle potenze che stanno attualmente sconvolgendo il mondo avendo scelto come terreno principale della loro politica la guerra:

Trump contro l’Iran arrivando perfino a minacciare di utilizzare, sia pure senza dichiararlo apertamente, la bomba atomica; Netanyahu con una guerra infinita che sconvolge tutto il sistema politico e istituzionale nel Medio oriente, con l’obiettivo, così dicono i membri del suo governo di estrema destra, di costituire la grande Israele di cui parla la Bibbia.

In Italia e in Ungheria, al di là delle grandi differenze, c’è stato il rifiuto delle politiche dei governi che sono schierati in un sistema di alleanze internazionali imperniato sulla guerra, contro la pace, sulla rottura di tutti i princìpi del diritto internazionale. È entrata in crisi l’abitudine, che è stata propria di questi ultimi tempi in Occidente, all’idea e all’esperienza della guerra come fatto ordinario e quotidiano.

Questo è, a mio avviso, il dato principale, ed è stato reso possibile dal convincimento che il mondo è arrivato a un punto estremo, che è in discussione il suo stesso destino. L’ha capito il Papa, cominciano a capirlo i popoli.

C’è stato un sussulto, che veniva però da lontano, dalle manifestazioni che ci sono state in Italia negli ultimi mesi contro tutto quello che avveniva a Gaza e contro lo sterminio in atto dell’intera popolazione palestinese ad opera dell’attuale governo israeliano. Manifestazione per la pace, Milano.

Foto di Paola Cadorin   I giovani testimoniano l’orrore contro la guerra Se questo è vero, come io penso, è necessario che le forze di sinistra riflettano su quanto è accaduto. C’è un fatto, che va al di là degli eventi di cui si parla qui: si sta diffondendo la coscienza che il mondo stia arrivando a un punto di non ritorno, e che questo accada per responsabilità dei governanti che scelgono la guerra come strumento indiscriminato del proprio potere, in un delirio che non trova confini in alcuna legge, o in alcun limite che non sia quello che gli stessi governanti stabiliscono per sé stessi.

Un vero e proprio bellum omnium contra omnes, che mette a rischio in modo mai visto prima la comune umanità. È quello che ha capito il Papa, con una chiarezza e un’efficacia straordinaria.

Tante volte si è detto che il mondo era arrivato a un punto cruciale, ma in queste ultime settimane si è visto in maniera diretta e concreta che il mondo è veramente sul baratro e che per la prima volta è possibile pensare alla fine della civiltà non in termini filosofici, ma sul piano storico concreto. Io credo che questa consapevolezza si stia diffondendo e che abbia spinto molti cittadini a prendere posizione, ad alzarsi in piedi, ad andare a votare, quando e come ne hanno avuto la possibilità.

Ed è questo che è accaduto a mio giudizio in Italia prima e poi in Ungheria: al fondo c’è stata la consapevole volontà di prendere posizione nei confronti di quelle politiche che portano con la guerra il mondo al disastro. Credo che le forze riformatrici a sinistra, ma anche quelle di centro, debbano comprendere quello che sta accadendo e mettere al centro della loro azione la battaglia contro la guerra e la difesa della pace.

Questo non deve significare l’accettazione dello status quo, cioè dell’esistente; deve comportare l’indicazione di politiche che a livello sociale costituiscano un elemento di sviluppo, di rinnovamento, di progresso. La pace è il contrario della stasi, della quiete.

Diceva un grande teorico del socialismo che per coinvolgere i popoli sono necessari simboli e bandiere, e aveva ragione. Oggi il simbolo è quello della pace.

Si è sottolineata spesso in questi giorni l’importanza del voto dei giovani, ed è giusto averlo fatto. Ma credo che i giovani con la loro partecipazione e il loro voto abbiano voluto soprattutto testimoniare l’orrore per la guerra e la scelta della pace, e, in concreto, la vicinanza ai popoli che vengono sterminati quotidianamente.

Si sono schierati per un mondo diverso che rifiuti la guerra e assuma la pace come principio fondamentale. Lo schieramento che ambisce ad assumere il potere in Italia dopo la Meloni deve operare una serie di riflessioni su quello che il tema della pace può significare da un punto di vista generale e su questo si deve concentrare.

Non sulle primarie e altri temi di quest’ordine, che non toccano la sensibilità dei popoli, tantomeno quella dei giovani. Personalmente non ho mai amato le primarie, che mi sono apparse sempre un modo frettoloso per cercare di risolvere il problema della crisi della democrazia rappresentativa immettendo nel gioco politico elementi della democrazia diretta, alla quale, come è noto, sono immanenti esiti di carattere autoritario e dispotico.

Credo che questo problema non esista e che ad assumere la leadership nello schieramento riformatore debba essere il leader di quel partito che raccoglie più voti, come è ovvio e come avviene in qualsiasi democrazia. Ma non è questo il punto da mettere al centro del dibattito politico.

Il problema oggi è la pace, che non coincide – lo ribadisco – con la stasi, la quiete. Ne è l’esatto contrario.

Di qui bisogna prendere le mosse per costruire un programma di governo che trovi consenso, anzitutto tra i giovani. La pace è la condizione della civiltà, la guerra è la via per la barbarie.

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