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Cultura

Le sorelle in giallo di Mieko Kawakami , viaggio al termine della notte di Tokyo

Venerdì 24 aprile 2026 ore 08:54 Fonte: Rivista Studio
Le sorelle in giallo di Mieko Kawakami , viaggio al termine della notte di Tokyo
Rivista Studio

Ciò che rende inconsueto Le sorelle in giallo all’interno della produzione recente di Mieko Kawakami fa correre la memoria a un altro romanzo sui generis della letteratura giapponese contemporanea. Entrambi i libri sono scritti da donne, sono insolitamente lunghi per lo standard della letteratura giapponese e sono apparentemente lontani dai toni a cui le autrici hanno abituato i loro lettori.

Nel loro approccio insolito finiscono per creare una sorellanza letteraria: quella che unisce Grotesque di Kirino Natsuo al nuovo libro di Mieko Kawakami. I due tomi (superano entrambi le 600 pagine nella traduzione italiana) rendono evidente una sintonia finora insospettata tra autrici nipponiche apprezzatissime all’estero, diventate il simbolo della propria epoca letteraria.

Una negli anni Zero, l’altra negli anni Venti, sono diventate portabandiere della letteratura giapponese a livello internazionale, anche se finora Kawakami è stata per lo più comparata al collega Haruki Murakami. Eppure era tutta già lì, la sorellanza tra Narsuo e Kawakami, tra le loro pagine: la voce narrante femminile, i contesti disagiati che costituiscono la quotidianità delle protagoniste, invisibili, nascoste dietro una certa patina di efficienza che il Giappone ama proiettare.

A rendere il legame evidente è servita però una storia che portasse entrambe lontano dalla loro comfort zone. Mieko Kawakami oggi è una delle voci della narrativa mondiale contemporanea più attenzionate dalla critica e lette dal pubblico, almeno quello interessato al racconto di un Giappone lontano dai caffé che raffreddano, dagli izakaya misteriosi e dai gatti magici che con il loro successo commerciale hanno comunque contribuito a portare tanta letteratura giapponese nelle nostre librerie.

Kawakami non racconta quel Giappone così gentile e delicato, così “altro” in modo sempre educato e mai conflittuale. Nelle sue pagine non si vive il sogno turistico del Paese ordinato, pulito, efficiente, tradizionale eppure proiettato verso il futuro.

Il Giappone di Kawakami, da sempre, è percorso dal disagio sottile e muto di chi quella società la abita dai margini, incapace di muoversi con la stessa efficienza emotiva ed economica, le cui inquietudini e solitudini sono celate allo sguardo proprio perché la società è costruita per silenziare, mettere da parte questi problemi. Quello che Kawakami solitamente fa con le sue protagoniste inquiete, esplorandone l’esistenza quotidiana fino a risalire all’origine della loro angoscia, Kirino Natsuo lo faceva negli anni Zero, con piglio diametralmente opposto.

L’allora regina del crime nipponico era nota per i suoi romanzi violentissimi, in cui la stessa inquietudine venata di misoginia esplodeva in climax che s’immergevano di testa nell’orrore estremo. Proprio attraverso quelle esperienze al limite le sue protagoniste ritrovavano sé stesse, esprimendo con la violenza e la rabbia (subita ma molto spesso rispedita al mittente) tutto ciò che la società le aveva costrette a silenziare.

Out (da noi noto come Le quattro casalinghe di Tokyo) fu un caso editoriale internazionale. Se Kirino non è mai arrivata agli stessi livelli di menzione critica di Kawakami, non è dovuto certo a un difetto qualitativo della sua scrittura, quanto al solito relegare il genere crime a qualcosa di molto gradevole ed efficace in classifica e in lettura, ma di scarsa rilevanza letteraria.

Per chi li ha letti entrambi, Grotesque e Le sorelle in giallo sono in continuo dialogo. Hanno trame molto simili e avvicinano come mai prima d’ora le autrici, permettendoci di apprezzare la continuità del loro sguardo su una condizione femminile che non si è certo affrancata in Giappone, ma è mutata insieme alla società in qualcosa di differente dal passato ma altrettanto insidiosa.

Una Kawakami più brutale e una Kirino (a modo suo) meno crime finiscono per esplorare lo stesso mondo sotterraneo e per farlo, a distanza di vent’anni, si prendono centinaia e centinaia di pagine. Questo perché il mondo dei night club di Tokyo e dintorni, dell’intrattenimento notturno e del suo vischioso flirtare con la prostituzione e la malavita, è un microcosmo complesso, stratificato, ricchissimo di ambiguità.

Nelle sue logiche e gerarchie servono molteplici personaggi ed episodi apparentemente banali per darne davvero uno spaccato, esplicitando perché sia una lente perfetta per parlare della condizione femminile in Giappone. Ogni autrice parte dal suo presente: il pieno della pandemia per Kawakami e il 2003 per Kirino.

La loro voce narrante, ormai adulta, ripercorre la giovinezza segnata da una figura femminile magnetica, che ha distintamente marcato la traiettoria della sua vita. Kirino esplora quel mondo negli anni Ottanta, dove la demarcazione tra intrattenimento e prostituzione è ancora possibile tracciarla, benché molto sfumata.

Dopo il suo incipit pandemico, la voce narrante di Kawakami attraversa invece gli anni Novanta visti da quegli stessi locali notturni, che però si affollano di liceali decise a “prendere il potere”. Le sorelle in giallo è il ritratto di un decennio unico della storia giapponese, fatto di una grande vitalità economica riflessa in una profondissima inquietudine sociale.

Un momento che la letteratura locale ha spesso raccontato come irripetibile, rivissuto da Kawakami attraverso gli occhi di una ragazzina adolescente, abbandonata dal padre e trascurata dalla madre, che segue le orme di quest’ultima. Hana abbandona la scuola quasi inconsapevolmente ed entra nel mondo della vita notturna da giovanissima, al fianco della sua mentore.

Insieme a lei, cresciuta in totale solitudine e perciò irretita dalla magnetica amica della madre Kimiko, esploriamo a poco a poco le gerarchie di un mondo che offre innumerevoli risposte al desiderio maschile. Snack bar, telekura, kyabakura, soap bar: ogni locale fornisce una parvenza di convivialità con giovani donne e un’economia fatta di fiumi di alcol da comprare per sé e per la propria avvenente hostess.

Al Lemon, il localino che Hana apre e gestisce con Kimiko, i clienti bevono, chiacchierano, cantano al karaoke, in un’atmosfera apparentemente innocente all’interno della quale, però, ai margini si aggirano di continuo faccendieri che maneggiano buste piene di soldi. Dentro il Lemon s’insinua anche l’atmosfera del Giappone di quegli anni in cui tutto è angst: i primi crimini efferati che sconvolgono l’opinione pubblica, il lutto collettivo per la morte del leggendario chitarrista degli X Japan vissuto come un dramma nazionale e mediatico, i film dello studio Ghibli, i loose socks delle ragazze alla moda e i charm da appendere ai cellulari a conchiglia.

Tutto però è ovattato, lontano, perché quel che Kawakami fa particolarmente bene è rendere palpabile quella barriera invisibile che separa Hana, sua madre, le sue amiche e Kimiko dal mondo “vero”. Hana finisce a fare lo stesso lavoro della madre che disprezza senza nemmeno rendersene conto, perché forse non ha mai davvero avuto altra scelta.

Eppure, almeno all’inizio, per lei, l’altrettanto spiantata Ran, l’amica ricca ma estraniata dalla sua stessa famiglia Momoko il Lemon è un luogo di libertà e rivalsa. Per Hana, che sviluppa una crescente ossessione per il denaro, è un modo per sentirsi sicura e fare progetti, un primo affaccio su un mondo maschile che subisce sin da ragazzina, tramite i fidanzati balordi della madre e un padre fantasma.

I locali notturni creano una situazione ambigua in cui le hostess sono al servizio degli uomini ma anche in grado di farsi viziare e mantenere. È un’illusione in un sistema che fa ricadere tutte le responsabilità economiche sulle spalle di quelle che oggi forse definiremmo freelance del piacere.

Quella di Hana però è una generazione destinata, per un breve periodo, a estrarre valore dagli uomini adulti e danarosi come mai prima di allora. Le sorelle in giallo infatti rievoca la nascita e diffusione dell’enjo kōsai, di tutta una serie di truffe e raggiri con cui studentesse e adolescenti sfioravano la prostituzione con uomini adulti, in cambio di regali, soldi, sussidi.

È lo stesso cambiamento di cui Kirino Natsuo in Grotesque esplora le radici. Negli anni Novanta il piacere maschile diventa una leva che le giovani donne cercano di utilizzare per affrancarsi dalla propria condizione, di riequilibrare il potere tra sessi e tra generazioni.

Entrambe le autrici sono ben consapevoli che la possibilità di un ribaltamento delle dinamiche di potere è illusoria, ma si rifiutano di vedere nelle loro protagoniste delle semplici vittime degli eventi. Anzi, la fascinazione di questi due romanzi sta proprio in come ritraggano una complessa sorellanza tra donne più o meno giovani che creano legami di amicizia, rivalità e co-dipendenza sempre più difficili da definire.

Kimiko è la carismatica leader del gruppo e sembra orchestrare le dinamiche tra Hana, Momoko e Ran per mantenere la leadership, ora dimostrandosi materna e amichevole, ora fredda e manipolatrice. Nel lunghissimo flashback che è al centro di Le sorelle in giallo però, romanzo che si apre con un crimine e una colpevole, rimane sempre impossibile capire chi perpetui la violenza, chi la subisca e chi ne sia complice, dentro legami sempre più intricati ed estremi, il cui spettro riaffiora a distanza di anni, con un solo articolo di giornale.

Non ci sono risposte dentro Grotesque e Le sorelle in giallo: c’è invece l’onestà di due autrici abbastanza lucide da negare una risoluzione positiva alle proprie protagoniste in una società costruita per farle sistematicamente fallire, ma più che decise a renderle protagoniste del loro tentativo impossibile di rivalsa. Artefici del proprio destino, talvolta carnefici, nel limitatissimo spazio di manovra che la realtà permette.

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