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La crisi dello Stretto di Hormuz impatta su energia, fertilizzanti e sicurezza alimentare in tutto il mondo

Mercoledì 22 aprile 2026 ore 08:00 Fonte: Lo Spiegone

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Il blocco dello Stretto di Hormuz ha gravi ripercussioni sul mercato energetico mondiale, influenzando negativamente la distribuzione di fertilizzanti e alimenti, con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare a livello globale.
La crisi dello Stretto di Hormuz impatta su energia, fertilizzanti e sicurezza alimentare in tutto il mondo
Lo Spiegone

Il 28 febbraio 2026, un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha dato inizio alla terza guerra del Golfo. Denominata “Furia epica” dagli statunitensi e “Ruggito del leone” dagli israeliani, questa operazione è stata presentata come un attacco preventivo, quasi un atto dovuto in seguito al fallimento dei negoziati sul programma nucleare iraniano.

Dall’altra parte, l’Iran l’ha considerata un’aggressione illegale non provocata e ha risposto con l’operazione “Vera promessa 4”, bombardando sia Israele sia alcuni obiettivi militari statunitensi negli Stati arabi del Golfo Persico. Oltre agli attacchi con missili e droni, l’Iran ha compiuto una mossa strategica in grado di paralizzare i traffici commerciali del mondo intero: la chiusura dello Stretto di Hormuz, avvenuta a partire dal 2 marzo 2026.

Si tratta di un canale largo 37 chilometri, che divide la Penisola Arabica dalle coste dell’Iran, mettendo in comunicazione il Golfo Persico con il Golfo di Oman e il Mar Arabico. Gli ultimi sviluppi Nel corso del cessate il fuoco di due settimane concordato il 7 aprile 2026, l’Iran ha formalizzato un sistema di pedaggi in criptovaluta per le petroliere in transito.

Ogni nave deve preventivamente comunicare via email il proprio carico alle Guardie della rivoluzione iraniane che stabiliscono il pedaggio da corrispondere. Se il pedaggio è di 1 dollaro per ogni barile a bordo, per esempio, una petroliera a pieno carico pagherebbe circa 2 milioni di dollari.

Secondo questo sistema, inoltre, il pagamento deve avvenire in bitcoin, entro pochi secondi dalla comunicazione dell’importo, per evitare che i fondi siano tracciati o bloccati per via delle sanzioni internazionali. Tuttavia, a nemmeno metà della tregua, il 13 aprile 2026, è entrato in vigore il blocco navale sullo Stretto, istituito dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in risposta al fallimento dei negoziati con l’Iran.

Si tratta di un blocco “selettivo”, poiché ad essere colpite dal provvedimento sono solo le navi che partono o sono dirette verso i porti iraniani. Nonostante ciò, la combinazione tra blocco statunitense e controllo iraniano sul traffico ha reso lo Stretto di fatto inaccessibile per gran parte delle compagnie di navigazione, anche nei momenti di apertura formale.

Che cosa passa attraverso lo Stretto di Hormuz Pur non essendo sempre stato uno snodo commerciale sicuro, con l’inizio dello sfruttamento delle riserve di greggio nella regione, lo Stretto di Hormuz è diventata una delle rotte per il commercio navale più battuta al mondo, con un traffico di circa 138 navi al giorno, prevalentemente petroliere. Attraverso Hormuz, infatti, passa circa il 27% del petrolio mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto (Gnl), prodotti ed esportati da Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq e dallo stesso Iran.

Oltre ai carburanti fossili, 1,3 milioni di tonnellate di fertilizzanti transitano attraverso lo Stretto ogni mese, circa il 13% dell’intero volume commerciato a livello globale. In particolare, un terzo dell’urea prodotta a livello mondiale viene dai Paesi del Golfo Persico e viene esportata passando per Hormuz.

Questo fertilizzante è largamente impiegato nella produzione di grano, riso e mais. Infine, per Hormuz passa anche una grande quantità di prodotti agroalimentari, per lo più cereali ma anche altri beni come olio di palma o zucchero.

Infatti, la maggior parte dei petro-Stati del Golfo Persico è rappresentata da importatori netti di cibo, che arriva preferenzialmente via mare tramite questa rotta. Una crisi energetica senza precedenti Poiché non esistono rotte marittime alternative, qualsiasi interruzione o chiusura dello Stretto ha fortissime ripercussioni internazionali non solo sulla disponibilità, ma anche sui prezzi di tutti i beni commerciati.

L’impatto più rapido e immediato si è visto sui prezzi dei carburanti. Il brent – il petrolio estratto nel Mare del Nord, il cui prezzo é usato per quantificare le oscillazioni dei costi – ha superato i 120 dollari al barile.

Prima della crisi, la cifra era di circa 70 dollari al barile. I costi sono aumentati di circa il 60% per quanto riguarda il gas naturale, scatenando una vera e propria crisi energetica globale.

Con il protrarsi della chiusura, l’emergenza si è allargata anche al kerosene e al cosiddetto jet fuel, il carburante utilizzato anche dagli aerei dell’aviazione civile. A fare le spese di questo blocco sono, prima di tutti, i Paesi asiatici come India, Giappone, Cina e Corea del Sud, storicamente dipendenti da petrolio e gas prodotti nel Golfo Persico.

Inoltre, dopo le sanzioni imposte dall’Unione europea alla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, anche i Paesi Ue hanno cominciato a dipendere massicciamente dai carburanti che passano attraverso lo Stretto, seppur con sensibili differenze tra uno Stato e l’altro. Se per i Paesi importatori il blocco ha comportato l’impennata dei prezzi, per i venditori è coinciso con un calo drastico dei redditi provenienti dall’esportazione.

Ciò ha scosso sia le grandi multinazionali sia i singoli cittadini e nuclei familiari dei Paesi del Golfo, il cui sostentamento è spesso legato all’estrazione, raffinazione e vendita dei carburanti. Una minaccia per la sicurezza alimentare globale Quanto ai fertilizzanti, l’aumento del prezzo è stato altrettanto immediato: in un mese il prezzo dell’urea è cresciuto del 46%.

Tuttavia l’impatto più grosso è atteso nei prossimi 6-9 mesi. Infatti, la mancanza di fertilizzanti per i grandi produttori ed esportatori agroalimentari in Asia, Europa e America latina, molto probabilmente, si tradurrà – in base alla stagionalità di ciascun prodotto – in raccolti meno abbondanti e ridotta disponibilità del prodotto sul mercato.

Cose che, a loro volta, comporteranno un aumento dei prezzi. I grandi produttori alimentari, come Brasile, Bangladesh, India e Pakistan –  i cui sistemi produttivi sono basati sull’utilizzo di fertilizzanti su larga scala – devono correre ai ripari per garantire raccolti sufficienti, in modo da non pesare sulle riserve strategiche e non perdere i redditi derivanti dall’export di cibo.

Nonostante ne facciano un uso meno intenso, anche Paesi africani come l’Etiopia o il Kenya rischiano di essere fortemente danneggiati. La loro produzione è infatti supportata da programmi governativi per la distribuzione e il sussidio ai fertilizzanti, che quindi oltre a essere un mezzo di produzione sono anche un costo fiscale.

La minaccia alla sicurezza alimentare passa dall’essere uno scenario futuro a una realtà del presente se si restringe il campo ai Paesi del Golfo. La chiusura di Hormuz sta già impedendo di accedere a quantità di cibo adeguate, costringendo a intaccare le scorte nazionali e bloccare le esportazioni (anche non via mare) per garantire il consumo domestico.

Un’emergenza silenziosa Un ulteriore aspetto critico legato alla chiusura dello Stretto, forse meno noto rispetto alla crisi energetica e dei fertilizzanti, è quello delle perdite alimentari. Infatti, il blocco delle rotte marittime ha costretto a deviare le derrate alimentari destinate ai Paesi del Golfo verso porti più lontani e, talvolta, meno equipaggiati ed efficienti nello stoccaggio delle merci.

Ciò ha aumentato sia i tempi di trasporto sia i costi e i rischi legati al deterioramento. Nel breve periodo, i rischi principali riguardano l’aumento delle perdite di prodotti freschi, come evidenziato da casi concreti di merci deteriorate durante il reindirizzamento delle spedizioni, oltre a inefficienze nella distribuzione.

Nel lungo periodo, gli effetti possono essere più strutturali. L’aumento dei costi energetici e logistici, insieme alla riduzione dell’accesso a fertilizzanti e input agricoli, rischia di ridurre la produzione e aumentare la volatilità dei mercati alimentari, con possibili effetti a catena su perdite e inefficienze lungo tutta la filiera.

Alcuni Paesi stanno già adottando misure per mitigare questi rischi. Le economie del Golfo stanno diversificando le rotte di importazione e investendo in scorte strategiche e logistica alternativa per ridurre perdite e interruzioni.

A livello più generale si osserva un rafforzamento delle infrastrutture di stoccaggio e dei sistemi di distribuzione. Tuttavia, queste strategie restano parziali e costose.

La loro efficacia dipenderà dalla durata della crisi e dalla capacità di adattamento delle catene di approvvigionamento globali. I governi rispondono all’emergenza Le risposte emergenziali adottate dai governi in risposta alla crisi energetica e alimentare si sono prevalentemente concentrate su interventi per contenere i prezzi, garantire le forniture e proteggere i gruppi più vulnerabili.

Nel settore energetico, le politiche si sono basate su price cap (limiti al prezzo massimo), sussidi e riduzioni fiscali per attenuare l’impatto sui consumatori. Paesi come Cina e Corea del Sud hanno introdotto tetti ai prezzi, mentre in Europa, Croazia e Serbia hanno limitato anche i margini dei distributori.

Parallelamente, Bangladesh e Pakistan hanno rafforzato i sussidi e molti Paesi, tra cui Spagna e Australia, hanno ridotto accise e Iva. Sul lato dell’offerta, Cina e Giappone hanno rilasciato riserve strategiche e, in coordinamento internazionale, sono stati mobilitati stock petroliferi per stabilizzare i mercati.

Altri Paesi hanno invece introdotto razionamenti e misure di contenimento della domanda, come telelavoro e restrizioni alla mobilità. Nel settore dei fertilizzanti e agroalimentare, le misure hanno puntato a contenere i costi e garantire la continuità delle forniture.

Diversi Paesi hanno introdotto sussidi diretti agli agricoltori, come Spagna (500 milioni di euro) e Ghana (distribuzione gratuita di fertilizzanti), mentre altri hanno diversificato le rotte commerciali o facilitato le importazioni. Sul lato dell’offerta globale, sono state introdotte restrizioni all’export (Cina e Russia) per proteggere i mercati interni.

Infine, sul fronte del welfare e della protezione sociale, molti governi hanno rafforzato il sostegno diretto alle famiglie per compensare la perdita di potere d’acquisto. Le misure includono trasferimenti monetari, distribuzione di beni essenziali e ampliamento dei sistemi di protezione sociale, considerati strumenti più efficaci rispetto ai sussidi generalizzati per mitigare l’impatto dell’inflazione su famiglie vulnerabili.

Una spinta (forzata) verso le rinnovabili Insieme alle misure emergenziali, molti governi stanno orientando le loro azioni verso una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, tramite una maggiore integrazione delle risorse rinnovabili. Questa transizione non va letta soltanto in chiave ambientale, ma soprattutto come una scelta strategica di sicurezza energetica, volta a ridurre l’esposizione a shock geopolitici e alla volatilità dei mercati internazionali.

Sebbene la diffusione delle rinnovabili richieda tecnologie e infrastrutture – la cui produzione è fortemente concentrata in pochi Paesi, in particolare la Cina – una volta installati, questi sistemi consentono una maggiore autonomia. A differenza delle fonti fossili le risorse rinnovabili come sole e vento non sono soggette a concentrazioni geografiche né a controllo politico diretto, riducendo il rischio di dipendenze strategiche.

Al contrario, petrolio e gas restano distribuiti in modo diseguale e continuano a rappresentare leve di potere nelle relazioni internazionali. Già con la guerra russo-ucraina è emerso chiaramente come le risorse energetiche possano trasformarsi da bottino economico di guerra in un vero e proprio strumento di pressione geopolitica, soprattutto nei confronti dei Paesi importatori.

La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran si inserisce in questa logica, riproponendo dinamiche simili a quelle osservate nel 2022, quando la Russia ha utilizzato il gas come leva strategica nei confronti dell’Europa. La doppia faccia dei biocarburanti Sia nell’immediata emergenza, sia in una prospettiva di più lungo periodo, molti Paesi – dal Nepal all’Argentina, fino allo Zimbabwe – hanno deliberato un aumento della quota di etanolo nella miscela dei carburanti.

L’etanolo è uno dei principali biocarburanti, ossia combustibili ottenuti da materie prime biologiche rinnovabili (biomasse), come residui organici o colture agricole. La sua miscelazione con la benzina consente di ridurre il consumo di combustibili fossili e, in determinate condizioni, anche le emissioni complessive.

L’etanolo viene prodotto attraverso la fermentazione di zuccheri derivanti da colture come canna da zucchero, mais o cassava. Di conseguenza, sia nei Paesi in cui la produzione è emergente (come Indonesia e Cina) sia in cui è già consolidata (come Stati Uniti e Brasile), l’aumento della domanda di etanolo pone il problema della competizione tra usi energetici e alimentari di queste materie prime.

In primo luogo si tratta di una questione di allocazione delle risorse. Se per gli agricoltori risulta più redditizio destinare le colture alla produzione di biocarburanti piuttosto che al mercato alimentare, è probabile che l’offerta di prodotti per il consumo umano diminuisca.

Questo può esercitare pressioni al rialzo sui prezzi alimentari, riducendo l’accessibilità per i consumatori. Inoltre, l’espansione delle colture destinate ai biocarburanti può incentivare fenomeni di land-use change, ovvero la conversione di terreni (anche forestali o marginali) verso monocolture energetiche.

In tali casi, i benefici ambientali dei biocarburanti possono ridursi sensibilmente o addirittura annullarsi, poiché le emissioni associate al cambiamento d’uso del suolo e l’intensificazione agricola possono compensare i vantaggi derivanti dalla sostituzione dei combustibili fossili. Fonti  Blenkinsop, P.

“Fertiliser shortages due to Iran war are a key worry for developing world“, Reuters 14 aprile 2026. El Satfy, S.

“Gulf importers race to reroute as Hormuz closure jolts supply chains“, Reuters, 16 marzo 2026. FAO.

2026. Agrifood Policy Highlights.

IEA. 2022. Solar PV Global Supply Chains.

IEA. 2026. 2026 Energy Crisis Reponse Tracker. Miglio, V.

“Chiusura Stretto di Hormuz e fornitura di petrolio: i Paesi che rischiano di più e le soluzioni in campo“, GeoPop, 2 marzo 2026. Renno, R. “La mappa dei paesi che importano petrolio e gas dall’Iran e passano per lo Stretto di Hormuz”. GeoPop,  31 marzo 2026.

UNCTAD. “Hormuz shipping disruption raise risk for energy, fertilisers and vulnerable economies”. 10 marzo 2026.

Vosti, A. Minoli, M. “Trump blocca lo stretto di Hormuz, le conseguenze“, RSI, 13 aprile 2026.

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