Politica
Medio Oriente, il fallimento della destra globale
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La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto consolidare un nuovo ordine regionale fondato sulla forza e invece sta producendo l’effetto opposto. La coercizione non può rimpiazzare il diritto.
Il progetto egemonico israeliano incontra limiti sempre più evidenti, mentre quello della destra globale raccoltasi intorno a Trump mostra tutte le sue crepe. Sul terreno, intanto, questa logica si traduce anche in forme di punizione collettiva, come nel caso del Libano, dove le operazioni militari israeliane colpiscono non solo Hezbollah ma anche la popolazione civile ritenuta sua complice.
In questa intervista, Maria Luisa Fantappiè (responsabile del Programma Mediterraneo, Medio Oriente e Africa dell’Istituto affari internazionali) analizza le conseguenze del conflitto, l’emergere di nuove medie potenze regionali e la crisi di un modello politico che prometteva pace e prosperità e invece produce solo instabilità e conflitti. Dall’avvio delle azioni militari israelo-statunitensi del 28 febbraio al contenzioso sullo Stretto di Hormuz, come si sta ripercuotendo sullo scenario mediorientale la guerra in Iran?
Innanzitutto è un conflitto che si preparava da moltissimo tempo: non è una guerra improvvisa, pur essendo percepita come tale dall’opinione pubblica. La competizione tra Stati Uniti e Iran sulla questione nucleare e su altre rivalità legate agli interessi nella regione mediorientale è quasi un fatto storico.
A questo si unisce la sensazione di onnipotenza da parte di Israele dopo la guerra a Gaza, soprattutto in seguito al sostegno sia dell’amministrazione Biden sia dell’amministrazione Trump, che gli hanno dato la conferma – illusoria – che sia possibile operare senza limiti nell’utilizzo della forza per cambiare gli equilibri geopolitici nel proprio vicinato. Quindi i due elementi si sono incrociati: da una parte la competizione strutturale tra Stati Uniti e Iran; dall’altra le ambizioni di Israele di costruire un Medio Oriente in cui diventi il perno più importante, dal punto di vista strategico e securitario, di tutta la regione.
Le aspirazioni di onnipotenza sia di Washington sia di Gerusalemme sono giustificate? I fatti gli stanno dando ragione?
La risposta è no. Se la volontà di condurre questa guerra era legata anche a uno scenario di collasso del regime iraniano, o comunque a un suo forte indebolimento, che avrebbe potuto portare gli Stati arabi del Golfo a riavvicinarsi a Israele, come già Emirati e Bahrain avevano fatto con gli Accordi di Abramo, si tratta di una possibilità esclusa, se non altro nel medio termine.
Anzi, si sta producendo un risultato molto diverso da quello prospettato da Israele. Si sta formando un blocco intermedio di potenze – tra cui il Pakistan, che sta mediando il conflitto, l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Egitto – che da una parte sono molto preoccupate delle ritorsioni e dell’effetto destabilizzatore dell’Iran e, dall’altra, delle aspirazioni di egemonia regionale di Israele.
Questo blocco intermedio è la più grande novità emersa nel quadrante geopolitico mediorientale. Quali sono le sue volontà?
Da un lato, probabilmente, mediare; dall’altro, soprattutto adattarsi, gestire la crisi, attraversarla senza dover soccombere né a Israele né all’Iran. Questa crisi intanto ha fatto emergere, se non altro su un piano anche pubblico, una mancata convergenza tra Usa e Israele.
Proprio Trump ha affermato pubblicamente di aver imposto a Netanyahu di interrompere i bombardamenti in Libano. Innanzitutto, rifuggiamo dalla troppo facile lettura secondo cui gli interessi statunitensi coincidono sempre con quelli israeliani.
Non si tratta di due attori che agiscono sempre in duetto. Sicuramente in questo specifico quadrante ci sono interessi molto comuni, sostenuti anche da una rete di personalità legate tra loro nei due paesi, però c’è sicuramente, in questo momento, uno scollamento.
I vertici e la società israeliani vorrebbero continuare questa guerra, perché vedono nell’Iran e nei suoi proxy un nemico esistenziale e questa è l’occasione per sbarazzarsene. Israele persegue l’obiettivo di un Iran più indebolito, oltre a volersi servire della forza degli Stati Uniti nel suo quadrante geopolitico immediato:
Libano, Gaza e Siria. Per gli Usa la questione è molto diversa:
Trump puntava sicuramente a una vittoria “alla Maduro”, che non è riuscito a ottenere. Non solo la sua base elettorale gli si sta rivoltando contro ma addirittura si sta smembrando tutta quella rete della destra globale che vedeva come suo perno lo stesso presidente statunitense.
Ormai è chiaro che questa in realtà non si basa su un vero progetto: l’idea di relazioni internazionali che Trump in primis aveva in mente, portata avanti da una destra fatta di affari e di reti di personalità, non solo non produce risultati vantaggiosi, ma genera anzi più conflitti. Tutto questo dopo aver promesso più pace e più prosperità economica.
La invito a concentrarci sul Libano: si parla molto di “modello Gaza” riferendosi al cuscinetto che Israele vuole consolidare fino al fiume Litani. Ma c’è anche una differenza sostanziale: a Gaza uno Stato comunque non c’è, mentre in Libano sì.
Come si prospetta una tale questione? Sì, dal punto di vista israeliano probabilmente la strategia del “cuscinetto” securitario nel sud del Libano ripete molti degli schemi utilizzati a Gaza, dove appunto si voleva fare un’operazione di terra per sradicare Hamas, così come si vuole fare altrettanto per sradicare Hezbollah.
Penso però che, nel caso del sud del Libano, non si possa andare nella direzione di una distruzione totale come quella vista a Gaza: l’opinione pubblica globale si è mobilitata in modo molto incisivo. Anche se fa finta di ignorarlo, attualmente Israele soffre di un danno reputazionale enorme, legato proprio al suo operato nella Striscia.
Pur in presenza di un approccio simile, il sud del Libano probabilmente sarà più teatro di un’operazione di terra limitata. Ma anche questa, vista l’evoluzione della guerra con l’Iran, penso sia stata riconsiderata rispetto al progetto iniziale.
All’inizio si pensava a un’operazione di terra con una sorta di semi-occupazione del territorio meridionale del paese, seguendo la logica di colpire non solo il movimento armato nemico di Israele – in questo caso Hezbollah – ma anche la popolazione civile considerata come sua complice. Una forma di punizione collettiva che finisce per colpire anche i civili, incluse famiglie e bambini.
Netanyahu fa indubbiamente parte della destra globale trumpiana a cui faceva riferimento. Ne usa gli stessi modi e anche stavolta, probabilmente, i risultati saranno gli stessi… Sì, siamo in presenza del ricorso alla pura e semplice forza militare, senza rispetto né della sovranità dello Stato libanese né del diritto umanitario e internazionale.
Israele non sembra farsi troppi problemi nemmeno a incorrere in scontri con paesi che hanno sempre mantenuto una posizione molto moderata, come l’Italia, che si è mantenuta abbastanza cauta e prudente nonostante quello che stava succedendo a Gaza. Pensiamo anche agli incidenti che hanno riguardato la missione Unifil, di cui il nostro paese fa parte: un altro segnale di come questo tipo di politica israeliana non guardi in faccia a niente e a nessuno.
Ma si tratta comunque di una politica che non porta da nessuna parte. In tutto questo lo Stato libanese dov’è?
Sembra quasi non poter ricoprire alcun ruolo in questa crisi, anche sul fronte interno. A Beirut c’è un governo tecnico, molto debole, che fa del proprio meglio per sventare le opzioni più disastrose, come il continuo bombardamento delle infrastrutture civili e l’aggravarsi dell’enorme crisi dei rifugiati, che si aggiunge a quella verificatasi già un anno fa.
Il governo libanese si trova in qualche modo tra due fuochi: da una parte un’amministrazione statunitense e israeliana che lo mettono con le spalle al muro, presentando come unica opzione per fermare l’offensiva militare il disarmo di Hezbollah; dall’altra, la disposizione di un esercito regolare molto debole, più debole di Hezbollah, e che soprattutto non è in grado di assicurare la difesa del sud del paese. Quindi il governo libanese, anche volendo fare del proprio meglio, si trova di fronte a limiti strutturali.
Al di là degli interventi degli Stati Uniti, il quadrante mediorientale interessa soprattutto Israele. Negli ultimissimi anni la posizione di Gerusalemme nell’area si è rafforzata o no, nonostante la soverchiante potenza militare?
Il periodo che va considerato è senz’altro quello successivo al 7 ottobre 2023. Dopo questa data Israele voleva un Medio Oriente in cui fosse il pilastro securitario e geopolitico più importante, anche rispetto ad altri paesi come l’Arabia Saudita (che doveva essere confinata a un ruolo di semplice produttore di petrolio) o la Turchia (che doveva essere marginalizzata rispetto al gruppo delle grandi potenze regionali).
Si trattava di un forte progetto di egemonia sui paesi limitrofi come Libano, Siria e così via. Ma soprattutto c’era un progetto di forzata normalizzazione delle relazioni tra Israele e i paesi arabi.
Perché non si trattava semplicemente di sconfiggere il grande rivale, l’Iran, e i suoi proxy nel Levante, ma anche di forzare l’accettazione di Israele all’interno del mondo arabo e di proseguire tale processo di normalizzazione, includendovi l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo. A livello globale, il progetto andava molto a braccetto con l’idea della già menzionata destra di Trump: far sì che l’utilizzo della forza potesse rimpiazzare l’ordine multilaterale e i principi del diritto internazionale.
L’assunto di partenza era che tale progetto non avrebbe trovato resistenza e che si sarebbe potuto così costruire un ordine fondato sui più forti, e probabilmente anche sui più ricchi. Sul versante mediorientale, devo dire che siamo molto lontani dal raggiungimento di tutti questi obiettivi.
La normalizzazione con i paesi del mondo arabo non è andata avanti: anche il ricorso alla forza coercitiva e all’apparato tecnologico-militare israeliano, che si è dimostrato superiore rispetto a quello degli altri paesi della regione, non ha prodotto un nuovo ordine geopolitico. Siamo in presenza, prima di tutto, di una situazione umanitaria disastrosa in Libano, a Gaza e in altri luoghi della regione.
E poi di una situazione in cui molte delle potenze che non vogliono questo scenario – come l’Arabia Saudita – si stanno coalizzando tra loro per controbilanciare questo impeto. Questo ci ribadisce la lezione: funziona un mondo in cui esiste solo la forza e non c’è più il diritto, non ci sono più organizzazioni internazionali che gestiscono i conflitti e cercano di stemperare le tensioni?
La risposta, sostanzialmente, è no. E la crisi globale di questa nuova politica incentrata su Trump, con molti che si stanno sfilando dall’alleanza sia ideologica sia strategica con Washington, ne è un segnale evidente.
CREDITI FOTO: Una manifestante deturpa un’immagine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante una manifestazione contro il conflitto in Medio Oriente e l’aumento dei prezzi del carburante, davanti alla sede centrale della compagnia petrolifera Shell a Taguig City, Metro Manila, Filippine, 17 aprile 2026.
EPA/ROLEX DELA PENA L'articolo Medio Oriente, il fallimento della destra globale proviene da MicroMega.