Cultura
L’estrema destra ha normalizzato l’assurdo e la remigrazione ne è la prova
“Che pal-le!” dice, scandendo teatralmente ogni sillaba, il signor Paolo di fronte alle immagini del comizio di Salvini. Il signor Paolo, il babbo maremmano di una mia amica, è una persona tranquilla e premurosa.
Quando l’ho conosciuto si raccomandava che io non tracannassi troppo velocemente l’acqua fredda nella caldissima controra toscana; oggi invece impreca davanti alla televisione. Anche se di indole bonaria, il signor Paolo ormai perde la calma quando sente dire, come accade da trent’anni, che il problema sono i migranti.
La vista di Salvini che ripete dal palco lo slogan-titolo della manifestazione tenutasi sabato a Milano, “Senza paura”, e di Calderoli, Zaia e Fontana che annuiscono e applaudono, gli fa perdere la calma – si fa per dire, è pur sempre un uomo pacato. Salvini apre il comizio con un richiamo alla morte di Giacomo Bongiorni, l’uomo ucciso a calci e pugni a Massa Carrara a causa di una futile lite con un gruppo di ragazzi, tra cui il 23enne Alexandru Miron e il 19enne Eduard Alin Carutasu.
Il secondo pensiero è per Umberto Bossi, un omaggio che costruisce un ponte di continuità con quel passato, seppur con le moltissime differenze esistenti tra oggi e allora. E poi a Viktor Orban, “amico e patriota”.
Se non fosse per gli elogi a Bossi e a Orban, tutto sarebbe come da copione: Salvini che polemizza con la sinistra e i centri sociali, con il Pd e con i non cristiani, con la migrazione che è criminale, con l’Europa che non tutela i raccolti, i terreni, le nazioni.
Applausi, clacson di trattori con lame frontali che recitano “fuori dall’Europa”. Il palco è però un palco particolare: piazza Duomo, il luogo simbolo di un’altra manifestazione, a una settimana di distanza: il 25 aprile.
Nata come “Remigration”, la manifestazione è diventata “Non ho paura” a seguito del fallimento ungherese, e dello sfilarsi di Vannacci. Forza Italia ha preso le distanze, con una contromanifestazione all’Arco della Pace proprio sull’integrazione.
Gli ospiti internazionali vengono presentati sui grandi schermi con una voce che ricorda quella dei vocalist delle fiere di paese, con uno sfondo di musica dance che incita: “Patrioti a casa nostra noi”.
Ogni relatore è introdotto da un videoclip che ne esplicita il ruolo e la provenienza. Sono tutti sottoscrittori del Manifesto di Vienna, che ha sostituito, in qualche modo, il gruppo di Visegrad nelle richieste nazionaliste in Europa, dando vita a un vero e proprio partito di Patriots.eu.
Ci sono, tra gli altri, Santiago Abascal di Vox, Jordan Bardella, Afroditi Latinopoulou da Atene. Assenti, ma connessi al network, Marine Le Pen e Orban.
Presenti, oltre a Salvini, alcuni ministri, tra cui Valditara. Oltre alle bandiere della Lega, sventolano quelle con la croce rossa di San Giorgio.
Gli interventi si susseguono, con grandi assonanze. Si tratta di una retorica prevedibile a cui siamo ormai purtroppo abituati.
Per chi ha memoria, questa retorica richiama quella simile ma più pittoresca prodotta a metà negli anni duemila proprio a Milano da Pier Gianni Prosperini, personaggio fumantino, molto controverso e poi pluricondannato dell’estrema destra lombarda. Molto presente sulle tv regionali, in radio, Prosperini era uno dei volti peggiori e più riconoscibili di quella destra xenofoba.
Sulle copertine dei calendari che faceva stampare, Prosperini, in pieno culto della propria personalità, compariva fotomontato con armatura da crociato o col suo faccione stondato al posto di quello di Lenin, invitando – ante litteram – gli immigrati a prendere “camel, barcheta… e turnet a Cà!”. Proprio lui è quello che tra i primi ha introdotto il racconto che oggi Salvini ha fatto suo, non solo, su questo palco.
Prosperini il “Baluardo della Cristianità, il Flagello dei centri sociali e condottiero del Nord”, il: “Difensore della Fede, l’Eradicatore dei No Global, il Protettore del Nord”, proprio come Salvini.
Prosperini, nella sua carriera politica a livello comunale a Milano e regionale in Lombardia, si è sempre caratterizzato per le sue posizioni estreme nei confronti degli immigrati, in un arco ampio che andava dai meridionali fino ai principali destinatari delle sue invettive, ossia i migranti musulmani, e per i toni violenti. Se Prosperini (come l’ex sindaco-sceriffo di Treviso Gentiloni, come Borghezio e altri) ai tempi sembrava quasi una macchietta, oggi sarebbe probabilmente visto come figura non così “eccezionale”.
Questo perché quel tipo di comunicazione politica è ormai all’ordine del giorno, essendo diventata quella dominante nel linguaggio delle destre in tutto il mondo occidentale. Ciò che prima si inscriveva all’interno della cornice del grottesco, oggi non lo è più.
Si possono dire le cose peggiori, le più violente, senza che esse vengano prese per iperboli o grossolane provocazioni, ma valutate come legittime proposte politiche. Un meccanismo che si fonda sulla stabilizzazione di un immaginario di bianchezza, cristianità, famiglia tradizionale, trattori e comunità omogenee sfoggiati come elementi apotropaici per contrastare la crisi del presente, fatta di impoverimento generale, insicurezza sociale, scenari di conflitto globale e soprattutto paura.
La tradizione diventa una litania e un orizzonte di senso in cui rifugiarsi, e allo stesso modo tutte le trasformazioni sociali di questi ultimi quarant’anni di recessione vengono relegate a cause del declino, in primis la migrazione. Non basta opporre argomenti razionali come la crisi della natalità, la fisiologica mobilità umana, lo stato delle cose attuale e la visione delle trasformazioni sociali per contrastare questa tendenza regressiva, perché se il futuro è incerto, rifugiarsi nel passato è sicuramente più rassicurante.
Non è un caso che il libro bestseller del generale Vannacci si chiami proprio “Il mondo al contrario”. E quel passato evocato – passato che per definizione non può tornare, e che assume i contorni di una fantasia presentata come veridica – diventa lo strumento di rottura con l’oggi, attraverso un neologismo introdotto nell’enciclopedia Treccani nel 2025: remigrazione.
Il termine esiste da tempo, in parte nel lessico delle scienze sociali, in parte negli innesti politici in Francia e in Belgio a fine anni novanta e indica il ritorno dei migranti nel paese di origine, spesso all’interno di traiettorie di mobilità circolare. Ma è precisamente questo scarto tra uso descrittivo e uso prescrittivo che va osservato, perché nel discorso politico contemporaneo la remigrazione viene costruita come soluzione, di fatto eugenetica.
Il saggista Marco Brando nel suo pezzo per Treccani l’ha definita, non a caso, una “spranga lessicale”. Annalisa Camilli invece l’ha chiamata un “cavallo di Troia per parlare di deportazione”.
A portarla prepotentemente nel discorso pubblico italiano, nel 2024, è il generale Roberto Vannacci. Il testo di Martin Sellner “Remigrazione.
Una proposta”, pubblicato per la controversa casa editrice “Passaggio nel bosco”, e recentemente stampato e diffuso in edicola da «La Verità / Panorama», il gruppo editoriale guidato da Maurizio Belpietro, è ritenuto da più parti la lettura fondamentale per comprendere come si possa praticare nei fatti la remigrazione. Il pamphlet, sotto questo profilo, risulta esemplare non tanto per l’originalità delle tesi espresse, quanto per la forma con cui queste vengono presentate, ripulite superficialmente dalle sue parti più violente.
Come scriveva acutamente qualche giorno fa Alessandro Trocino nella sua pagina Substack, “remigrazione” è nei fatti un re-branding di “deportazione”, che con un linguaggio piano della teoria sociale riporta l’indicibile nel dicibile. Nel volume di Sellner, il registro è costantemente orientato a produrre un effetto persuasivo e razionale.
Ogni passaggio si apre con formule che mirano a disinnescare preventivamente l’accusa di ideologia: “sgombrando il campo da ogni dogma”, “se si usasse la ragione”, “facendo piazza pulita della propaganda”. La posizione dell’autore viene così collocata in uno spazio di apparente oggettività, come se fosse il risultato inevitabile di un’analisi lucida.
All’interno di questa cornice, l’immigrazione di massa viene descritta come un sistema, un meccanismo coerente, dotato di una propria logica interna: un’industria che sfrutta i più deboli, che produce un “esercito industriale di riserva”, che abbassa i salari, che destabilizza gli Stati, che annulla le culture. È su questa base che si costruisce l’inversione centrale: la vera deportazione, il vero razzismo, la vera schiavitù non sarebbero nelle politiche di espulsione, ma nell’immigrazione stessa.
Il punto è decisivo, perché consente di rovesciare l’intero quadro normativo e morale entro cui il fenomeno migratorio è stato discusso negli ultimi decenni. Se la violenza è già tutta lì, nella mobilità, allora la sua interruzione può essere presentata come una forma di tutela.
La remigrazione, nelle parole del suo teorico, è la risposta “sensata” a un meccanismo di morte. Anche quando si ammette la difficoltà della sua implementazione, si insiste sul fatto che essa “tutela diritti”.
Il lessico dei diritti viene così incorporato e riutilizzato all’interno di una proposta che, di fatto, mira a restringerne l’ambito di applicazione. Scrive Sellner:
“In realtà, però, quella della remigrazione è una proposta responsabile, rispettosa, civile. Non è basata sul disprezzo del diverso, ma semmai sulla sua valorizzazione.
È la risposta sensata al meccanismo mortifero dell’immigrazione di massa che ancora continua a mietere vittime tanto fra i migranti quanto fra gli autoctoni europei” . Parallelamente, Sellner costruisce un quadro teorico che lega in modo diretto omogeneità, fiducia e coesione sociale.
La nozione di “high trust society” viene mobilitata per sostenere come la diversità etnica non sia una risorsa, ma un costo e un fardello per la collettività. A questo si aggiunge una concatenazione di nessi causali – tra immigrazione e criminalità, tra presenza musulmana e terrorismo, tra crescita demografica e insicurezza – che vengono presentati come evidenze, più che come ipotesi.
Qualche pagina dopo l’autore afferma: “l’immigrazione di massa è fenomeno indotto, una sorta di industria che opera su larga scala e sfrutta i più deboli a ogni latitudine. Se si usasse la ragione, se si facesse con lucidità piazza pulita di ogni propaganda, si comprenderebbe che la vera schiavitù, la vera deportazione e il vero razzismo risiedono tutti nel sistema dell’immigrazione di massa.
Un sistema che uccide i popoli, che crea un esercito industriale di riserva per abbassare i salari, che serve a destabilizzare gli Stati e a annullare le culture.” In questo modo, la remigrazione si configura come: una forma di razionalità alternativa e un modo di descrivere il mondo che produce direttamente le condizioni della propria legittimità. Non sorprende, allora, che i discorsi pubblici che si sviluppano attorno a questi temi riprendano e amplifichino gli stessi elementi.La costruzione morale è altrettanto riconoscibile: da un lato chi protegge, cura, difende i “propri”; dall’altro una minaccia indistinta, spesso de-individualizzata, che incombe sugli spazi pubblici, sulle donne, sui corpi, sulle case.
Tuttavia, in un lessico saggistico-accademico, Sellner introduce alcuni vocaboli che hanno una chiara funzione sminuente e degradante, come quando parla parla infatti di “processo di snaturamento o ‘inforestierimento’ (Überfremdung) della Germania”, o della . La natura tribale dell’altro, viene costantemente affermata con parole come “clan”, “tribù”, “foresta”, e con un non troppo raffinato orientalismo.
Sellner era stato uno dei relatori di spicco al “Remigration summit” che si era svolto il maggio scorso al teatro Condominio di Gallarate. Tra i protagonisti di quell’evento, la filosofa suprematista olandese Eva Vlaardingerbroek.
Con lei e Sellner, ci sarebbe dovuto essere anche Rasmus Paludan, il politico di estrema destra danese, noto per aver bruciato il Corano in pubblico, ma che è stato espulso per motivi di ordine pubblico appena sbarcato a Malpensa. Perché in realtà l’indicibilità rimane, così come l’impresentabilità di molti relatori, che non possono entrare in buona parte dei paesi europei proprio per l’incitazione all’odio di cui sono responsabili e per la gravità di molti dei contenuti che propongono.
L’Italia, tuttavia è stata scelta perché ha politiche meno restrittive di respingimento di questi leader, permettendo queste forme di raduno. Se l’evento di Gallarate, a teatro, con biglietto e prenotazione, aveva esplicitato il senso dell’espressione “remigrazione” senza giri di parole, gli organizzatori della manifestazione di sabato hanno sfumato molto il concetto, parafrasando “remigrazione” nello slogan “senza paura”.
La nebbia lessicale non ha intaccato i punti di contatto tra le due manifestazioni, e il concetto centrale era pur sempre “patrioti a casa nostra”, e l’insistenza sui temi della cristianità, della nazione, e della famiglia. La costanza con cui si ripetono alcune immagini – la notte, la paura, il ritorno a casa – e la contrapposizione di esse con il nitore di una “luce che brilla” (quella dei patrioti), produce un immaginario di continuo pericolo e salvezza.
Nonostante le aspettative degli organizzatori, la manifestazione è stata un mezzo fiasco. Tra le possibili spiegazioni della partecipazione così bassa, le guerre intestine nella Lega e l’assenza di un chiaro sostegno da parte di Fratelli d’Italia, anche se non certo per disinteresse sul tema, che invece scalda moltissimo e trasversalmente a destra, al punto che questa maggioranza ha pensato a un elemento “fattivo” da inserire proprio nell’attuale “decreto sicurezza bis” in discussione alla Camera e con voto – non a caso – entro il 25 aprile.
L’emendamento prevede l’introduzione di un compenso per gli avvocati che assistono con esito positivo il rimpatrio volontario dei loro assistiti, erogabile delle casse forensi per la cifra di 615 euro a persona. Legare il compenso all’esito del rimpatrio significa introdurre un meccanismo di incentivo che orienta l’azione dell’avvocato verso un risultato specifico.
Non si tratta più di assistere una persona nella valutazione delle sue opzioni giuridiche, ma di accompagnarla – più o meno attivamente – verso una soluzione preferita dall’autorità pubblica. Il nodo, infatti, non riguarda soltanto la disciplina del patrocinio a spese dello Stato, ma la configurazione stessa della funzione difensiva.
La difesa, in questo modo, perde la propria neutralità funzionale e viene inserita all’interno di una catena di decisioni che hanno già individuato l’esito desiderabile. Se applicata, questa norma metterebbe l’avvocato in una posizione in cui l’interesse economico può entrare in tensione con l’interesse della persona assistita.
La valutazione sulla possibilità di ottenere protezione internazionale, sulla sussistenza di condizioni di vulnerabilità, sulla legittimità di un ricorso, rischia di essere influenzata, anche solo indirettamente, dalla presenza di un incentivo legato alla partenza. Sono diverse le questioni di costituzionalità che potrebbero fermare l’emendamento, con un intervento esplicito di Mattarella: l’articolo 3, che sancisce l’eguaglianza, viene messo in tensione da una disciplina che produce effetti differenziati e penalizzanti per una specifica categoria di soggetti, e ancora l’articolo 24 della Costituzione, che garantisce il diritto di difesa, presuppone una difesa libera, indipendente, orientata esclusivamente all’interesse della persona.
Più in generale, viene intaccato il principio di effettività della tutela giurisdizionale. Ma, ancora una volta, il punto più rilevante è culturale prima che normativo, ovvero è la trasformazione del ruolo dell’avvocatura: da garante dei diritti a possibile ingranaggio della politica migratoria.
Quando la difesa smette di essere uno spazio di resistenza e diventa un vettore di esecuzione, il confine tra giurisdizione e amministrazione si fa più sottile. Questa misura si inserisce in una tendenza più ampia, in cui i diritti delle persone migranti si fanno banco di prova per l’introduzione di modelli derogatori.
Ciò che viene sperimentato su soggetti considerati marginali o esterni può, nel tempo, essere esteso. E allora il punto, forse, non è più soltanto ciò che viene detto sui migranti.
Ma ciò che, attraverso i migranti, diventa possibile dire – e fare – sul diritto, sulle istituzioni, sulle funzioni che le tengono in equilibrio. Se guardiamo agli ultimi anni, sui corpi delle persone che attraversano il Mediterraneo, o che arrivano dalla rotta balcanica, le deroghe sono state moltissime.
Mentre le parole d’ordine sembrano le stesse, come se fossimo su un costante piano inclinato in cui rimane fermo solo il rassicurante diorama della tradizione, scivoliamo velocemente, accettando quotidianamente l’inaccettabile. Le stragi del 3 e dell’11 ottobre 2013 avevano posto un primo “mai più” con l’introduzione della giornata della memoria e delle guerre e con le prime misure di soccorso effettivo in mare promosse dal governo Letta sotto il nome di “mare nostrum”.
Ma il tempo del soccorso era finito rapidamente nel 2014, con una nuova strage, forse la più grande nota nell’aprile 2015. Di nuovo, la commozione globale dell’estate di quell’anno, di fronte alle persone bloccate prima sulle coste turche e poi in Ungheria aveva aperto ad un’ondata incredibile di solidarietà, culminata con la morte di Aylan Kurdi, che era durata il tempo di un autunno.
Dopo la strage del Bataclan, le politiche di accoglienza e di mobilità interna in Europa non sono state più le stesse, e da lì in poi ogni volta qualcosa è diventato dicibile. Il blocco della Diciotti, il fermo della Sea Watch nel giugno 2019 con l’arresto di Carola Rackete; la strage di Cutro, in cui nessuno ha soccorso e in cui sono morti 150 tra adulti e bambini senza commozione, l’apertura del Centro di Gjader in Albania, e l’esternalizzazione dei controlli; la condanna per il trattamento dei migranti nel CPR dopo le recenti violazioni; gli ultimi naufragi, fino ai 5 minori, di cui un quindicenne, tenuti in CPR in via Corelli a Milano, nonostante siano inespellibili, nella quasi indifferenza generale.
E ora la possibilità di mandare via anche chi, contro ogni sorte, è riuscito davvero ad arrivare, con la delazione dell’avvocato, che dovrebbe difendere proprio i suoi interessi. Mentre ci sembra tutto uguale, perché da trent’anni la destra non ha fatto altro che puntare sulla paura, sull’islamofobia, sulla costruzione di un altro nemico, deviante, qualcosa però è cambiato.
Pierre Bourdieu affermava che “Non apprendiamo mai il linguaggio senza apprendere, nello stesso tempo, le condizioni di accettabilità di quel linguaggio. […] Impariamo inseparabilmente a parlare e a valutare in anticipo il prezzo che il nostro linguaggio riceverà”. Qual è il prezzo oggi reale di parlare di remigrazione?
Non siamo di fronte a un ritorno del passato, ma a qualcosa di più semplice e più pericoloso: la normalizzazione di ciò che fino a poco tempo fa aveva ancora bisogno di travestirsi da provocazione attraverso i costanti e indicibili ma detti processi di nominazione.