Cultura
Malaria di Paolo Mazzarello
L’ archeologo Andrea Carandini, nell’introduzione del suo libro Storie della Terra. Manuale di scavo archeologico (1996), scrive:
“I giovani nati modesti sono nati vecchi, perché la potenza creativa di colui che si imbarca per la prima volta nella vita non può non inorgoglire chi la possiede e non irritare chi già si trova oltre la grande boa. Ma le irritazioni degli adulti per i giovani, spesso giustificate, mai dovrebbero giungere a neutralizzarne i meriti.
Vendicarsi dell’intelligenza è come punire la vita. La modestia si impara con gli anni”.
Può accadere, tuttavia, che lo scorrere del tempo non porti a più miti consigli e ci si possa trovare a pagare il prezzo di un’intelligenza che non ha saputo spogliarsi della superbia. Ne sono un esempio le vicende raccontate da Paolo Mazzarello nel suo ultimo saggio, Malaria.
Il Nobel negato: storia di Battista Grassi (2025). Nell’Ottocento la malaria era un’emergenza sanitaria.
Oltre la metà della popolazione globale rischiava di contrarla e in Italia era considerata una “malattia nazionale”, in quanto diffusa in ampie aree della penisola, che affliggeva in particolar modo il meridione. Nelle zone più fertili, come le pianure vicine ai litorali e le valli fluviali, il numero elevato di contadini e braccianti che rimanevano a letto per le febbri o ne morivano era un peso insostenibile per l’economia agricola.
Sebbene la comunità scientifica mondiale stesse iniziando a comprendere la causa della patologia, un protozoo parassita appartenente al genere Plasmodium, il meccanismo di trasmissione continuava a essere elusivo. Le ipotesi più diffuse optavano per una modalità di contagio legata all’esposizione ambientale: il nome “malaria”, infatti, richiamava l’aria malsana e l’altro appellativo storicamente conosciuto del morbo, paludismo, non si allontanava di molto dall’idea di miasmi ed esalazioni provenienti dalle acque di palude.
Gli scienziati dell’epoca si chiedevano come il plasmodio riuscisse a penetrare l’organismo umano, ma non trovavano una risposta convincente che superasse il vaglio del metodo scientifico. Paolo Mazzarello ci proietta nell’Italia della fine del Diciannovesimo secolo, nei suoi ospedali, nelle sue università, tra medici e ricercatori che hanno scritto la storia della scienza in un periodo di grande fermento, favorito da nuovi strumenti e teorie.
Sciogliere questo enigma significava elaborare piani di profilassi efficaci e così salvare la vita di milioni di persone. Non era solo questa, però, la posta in palio: capire le modalità di contagio avrebbe assicurato l’immortalità scientifica al suo scopritore.
Un riconoscimento per cui Giovanni Battista Grassi lottò fino alla fine dei suoi giorni. Paolo Mazzarello, scrittore, professore ordinario di storia della medicina all’Università di Pavia e direttore dei musei scientifici pavesi, ci proietta, già dalle prime pagine, nell’Italia della fine del Diciannovesimo secolo, nei suoi ospedali, nelle sue università, tra medici e ricercatori che hanno scritto la storia della scienza in un periodo di grande fermento, favorito da nuovi strumenti e teorie.
Battista Grassi è studente di medicina all’Università di Pavia, un ateneo che aveva accolto riferimenti culturali come il fisico Alessandro Volta, il naturalista Lazzaro Spallanzani e protagonisti alquanto eccentrici quali il patologo Paolo Mantegazza e lo psichiatra Cesare Lombroso. Il vento che ha sferzato le vele della rivoluzione risorgimentale soffia con lo stesso impeto sulla ricerca scientifica.
Il giovane Grassi si distingue subito per la sua intelligenza, preparazione e per il suo ardore nei confronti della conoscenza, qualità che gli aprono ben presto le porte di una possibile e promettente carriera universitaria. Non sarà un percorso lineare come ci si aspetterebbe, perché un’ombra incombe su queste prospettive luminose: il suo pessimo carattere.
L’autore lo descrive così, narrando il coinvolgimento di Grassi in una protesta sulla gestione del Collegio Ghislieri, storica istituzione in cui alloggiava grazie a una borsa di studio: Emotivamente incontenibile – come l’espulsione dal Ghislieri attestava ‒, il giovane Battista entrava a gamba tesa, incautamente e senza ritegno, anche in questioni controverse, che gli procuravano facilmente – e inutilmente – molti nemici.
Quanto più si prosegue con la lettura, maggiormente la promessa espressa dal titolo dell’opera, quel Nobel negato, trasforma il saggio in thriller: ogni tappa del percorso accademico di Grassi, ogni personaggio incontrato, ogni disputa scientifica, ogni dissapore, ogni umiliazione da lui inferta, diventa un indizio per capire come un uomo così competente, brillante e devoto alla scienza, possa essere stato escluso da un così alto riconoscimento e, soprattutto, si cerca di indovinare chi potrebbe averlo tradito. Ci si chiede come un medico naturalista, che deteneva un chiaro vantaggio sui suoi colleghi e conoscenze chiave per comprendere per primo il ruolo delle zanzare Anopheles nella trasmissione del plasmodio, dopo tanta abnegazione, sia caduto vittima di una congiura.
Molti sono i possibili colpevoli. Un indiziato è Salvatore Calandruccio, l’assistente che ammirava Battista Grassi per le sue doti di scienziato e lo odiava perché riteneva che i propri meriti non venissero riconosciuti adeguatamente, in particolare quelli per la ricerca grazie alla quale venne svelato che i leptocefali, simili a piccoli pesci trasparenti, non erano una specie a sé ma la fase larvale dei “murenoidi”, un gruppo di pesci che comprende le varie specie di murene.
I risultati di questi esperimenti, prevalentemente condotti da Calandruccio, insieme ad altri lavori, valsero a Grassi la medaglia Darwin della Royal Society nel 1896. Poi ci sono lo scozzese Patrick Manson e il britannico Ronald Ross a rivendicare la precedenza nella scoperta del ruolo delle zanzare nel contagio della malaria e i loro rapporti a dir poco tesi con il medico italiano.
Anche Robert Koch e la scuola tedesca non riconoscono il primato di Battista Grassi e sono stati oggetto di scontri e polemiche da lui alimentate. E poi non è da sottovalutare il fuoco amico: non c’era un solo collega italiano con cui lo scienziato non avesse avuto almeno un alterco.
Le scoperte sulla malaria valevano sicuramente l’assegnazione del primo Nobel per la Medicina, ma al momento di assegnare il premio, Battista Grassi, che più di tutti si era speso per studiare i meccanismi di trasmissione del contagio, rimase escluso. Mazzarello mostra le tracce di rabbia e scontento che il suo protagonista ha lasciato nella comunità scientifica in decenni di ricerca.
Nel frattempo, Alfred Nobel, chimico e imprenditore svedese, inventore della dinamite, aveva istituito un ricco premio per chi avesse dato un contributo d’eccezione alla medicina e alla fisiologia. Nobel morì nel 1896 e la prima assegnazione del premio fu prevista per il 1901.
Le scoperte sulla malaria valevano sicuramente quella onorificenza e, nonostante più di uno studioso avesse contribuito al raggiungimento del risultato, solo una persona avrebbe potuto partecipare alla celebrazione di Stoccolma quel 10 dicembre. E non fu Battista Grassi, né in quell’anno né nei seguenti.
Dopo la notizia della mancata assegnazione del Nobel nel 1902, conferito a Ross, come scrive l’autore Battista raccolse le forze, come il suo carattere polemico lo spingeva a fare, per sollevare la sua protesta, documentandola scientificamente. Nonostante il disincanto, niente gli poteva togliere quello che il destino gli aveva riservato, la scoperta delle Anopheles, la chiave per aprire una serratura rimasta fino a quel momento inviolabile. […] Doveva per forza, nonostante la delusione del Nobel, continuare a rimanere quello che era.
Aveva strenuamente combattuto la “malaria materiale” era ora il momento di affrontare la “malaria morale”. Anche dopo il Nobel mancato ci furono accuse, tensioni e tentativi di difendersi dalle infamie ricevute.
Nulla servì a restituire a Battista Grassi ciò che aveva perduto: il riconoscimento universale del suo ruolo nello studio della malaria e dei suoi meccanismi di trasmissione. Eppure, salvo una breve pausa, dettata dal dolore per la sconfitta, il suo lavoro di ricerca proseguì fino alla fine dei suoi giorni, quando la morte lo colse a settantuno anni, nel 1925, in un’Italia in cui i venti che spiravano erano profondamente cambiati, all’alba del regime totalitario di Benito Mussolini.
Quella raccontata in Malaria è una vicenda avvenuta più di un secolo fa, che tuttavia permette ancora oggi di riflettere su quanto il rispetto degli altri, e il riconoscimento del loro lavoro, possano esercitare un peso persino superiore ai risultati ottenuti. Malaria racconta una vicenda avvenuta più di un secolo fa, ma ancora attuale.
Permette di riflettere su quanto il rispetto degli altri e il riconoscimento del loro lavoro possano esercitare un peso persino superiore al valore reale del proprio operato e ai risultati ottenuti. La storia di Giovanni Battista Grassi, con il suo carattere effettivamente fin troppo spigoloso, non ci rassicura con un lieto fine.
Riecheggiano le parole di Andrea Carandini: se la modestia non si impara con gli anni, prima o poi qualcuno arriverà a vendicarsi dell’intelligenza. L'articolo Malaria di Paolo Mazzarello proviene da Il Tascabile.