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La lungimiranza di Ada Gobetti. Per non imbustare la Resistenza e metterla in un museo
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La scenografia è semplice: una lampada da scrivania, fogli, taccuini, due microfoni, una cassa. Poi azioni, voci e musica.
Il regista Simone Capula e l’attrice Cinzia Laganà, in arte Collettivo teatro no!, riescono a creare un’atmosfera intima e immersiva per il pubblico che, disposto intorno a un tavolo, si sente spettatore di una riunione clandestina della Resistenza. A guidare il racconto di “Ada Gobetti.
Dalle belle città” -messo in scena anche al circolo Volere la luna di Torino- è proprio la penna della partigiana: corredandoli con canzoni e brani musicali, i due artisti hanno scelto di recitare alcuni passaggi di "Diario partigiano", una raccolta autobiografica di pensieri e avvenimenti sistematizzati negli anni Cinquanta su invito dell’amico Benedetto Croce; l’intellettuale di Pescasseroli riconosce in lei una delle figure chiave della Resistenza e le chiede di chiarirgli che cosa fosse successo al Nord nei venti mesi fra l’Armistizio e la Liberazione. Classe 1902, Ada Prospero Gobetti Marchesini -triplice cognome che lega la sua identità da nubile ai due mariti, Piero ed Ettore- nasce nel capoluogo piemontese in una famiglia abbiente di commercianti di frutta; studia Lettere e filosofia, si appassiona al russo e all’inglese -tanto da diventare traduttrice per Laterza e Garzanti-, e diventa insegnante, contribuendo nel Dopoguerra in modo significativo alla pedagogia italiana, anche sulle colonne de l’Unità.
La sua attività di difesa delle libertà inizia ben prima del ’43 perché la sua casa di Torino è stata ritrovo di intellettuali e dissidenti del regime dagli anni Venti, luogo di riflessione, pianificazione e anche convivialità, come ricordato nello spettacolo da un momento coinvolgente in cui Capula e Laganà versano bevande calde agli spettatori-partecipanti. Inoltre, Gobetti ha anche rilevanza dal punto di vista politico perché aderisce al movimento Giustizia e libertà ed è tra le fondatrici del Partito d’azione nel ’42, con il quale è diventata la prima vicesindaca di Torino nel Dopoguerra.
Inamovibile nei suoi ideali democratici, avverte subito che la firma dell’8 settembre non può essere motivo di sollievo, come si sente in uno dei passaggi scelti dal collettivo: “Capivo, pur confusamente, che s'iniziava per noi un periodo grave e difficile, in cui avremmo dovuto agire e lottare senza pietà e senza tregua, assumendo responsabilità, affrontando pericoli d'ogni sorta.
Tutto questo personalmente non mi spaventava”. [caption id="attachment_244452" align="aligncenter" width="683"] Cinzia Laganà interpreta dei passaggi di Diario partigiano di Ada Gobetti © Alessia Cesana[/caption] L’apprensione, però, la prova per il figlio Paolo, appena diciottenne, e le parole che gli rivolge -spesso parole di umanità e solidarietà estese a tutta la generazione impegnata a combattere il fascismo- hanno ispirato in particolar modo l’attrice nella scelta di alcuni stralci del "Diario": Ada, coraggiosa e determinata, trasmette le sue qualità e i suoi valori al ragazzo che diventa un giovane protagonista della Resistenza, spesso impegnato in azioni pericolose o addirittura azzardate.
“È Ada stessa a riconoscere le preoccupazioni di un genitore; d’altronde, erano costantemente a rischio e passavano giorni senza darsi notizie -ricorda Barbara Berruti, direttrice dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza (Istoreto) ed esperta nella componente femminile dei movimenti partigiani-. Però scrive anche: ‘Nessuna considerazione di nessun genere deve poter diminuire o togliere ai giovani quella spontanea fioritura di gioioso entusiasmo che è il ‘primo amore’, sia esso per una donna, per un Paese o per un’idea, o forse per tutte queste cose insieme’.
Non ci si poteva aspettare altro, comunque, da una famiglia che aveva ‘impegno’ come parola d’ordine”. Berruti sottolinea che Gobetti non è stata una staffetta -incarico certo di capitale importanza ma che spesso assorbe e oscura la molteplicità dei compiti delle resistenti-, ma è stata una dirigente della Resistenza, il cui ruolo era “ispettore del comando”.
Lei, divisa fra le montagne della Val Susa e Torino, si occupa tanto di coordinare sabotaggi e azioni armate -infatti, è stata fra le poche a essere insignita della medaglia d’argento al valore militare alla fine della guerra, anche per partecipato alla missione di fine dicembre 1944 in Francia in cui si sono presi contatti con gli eserciti degli alleati - quanto di organizzare la lotta nella città occupata, più cospirativa e clandestina. Facendo da spola fra due territori che conosceva bene -vantaggio inaccessibile ai tedeschi-, Gobetti sfrutta le sue ottime doti relazionali per mantenere rapporti sia con gli ufficiali combattenti sia con gli industriali, alle porte dei quali bussava per chiedere finanziamenti.
Non è per caso che abbia partecipato alla missione di fine dicembre 1944 in Francia per prendere contatti con gli eserciti degli alleati. È consapevole dei pregiudizi patriarcali che vedevano le donne come incapaci di partecipare alla ribellione e alcune pagine scelte da Capula e Laganà rendono evidente che li impiegasse a suo vantaggio, come quando “fingendosi la desolata sorella di un disperso” si informa dello stato di salute delle bande.
Una delle funzioni più rilevanti che svolge è quella di controinformazione, come ad esempio quando volantina davanti a una scuola per incitare i giovani alla rivolta ed evitare che rispondano ai bandi di leva. Oppure quando arriva ad attacchinare direttamente la porta dell’albergo in cui alloggiavano i tedeschi, sprezzante.
In "Diario partigiano", come puntualizza Berruti, Ada nomina circa settanta donne (fra cui Lisa “Lisetta” Giua Foa, Bianca Guidetti Serra, Marisa Scala), elemento che indica l’estesa rete femminile che collaborava alla resistenza. Secondo la banca dati Ricompart consultabile sul portale Partigiani d'Italia in Piemonte, circa il 6% della Resistenza era composto da donne mentre nel resto d’Italia ci si assesterebbe sul 5%.
La storica, però, sottolinea come questi dati siano fortemente sottostimati per diverse ragioni. In primis, le Commissioni regionali per il riconoscimento delle qualifiche partigiane istituite nel 1945 consideravano criteri fortemente militari per conferire il titolo di “combattente” o “patriota”, che escludevano quindi in partenza un gran numero di donne.
Inoltre le Commissioni lavoravano su richiesta individuale e molte combattenti non hanno chiesto di essere iscritte negli elenchi: innanzitutto perché non solo non avevano un’utilità immediata -come gli uomini, a cui invece veniva abbonato il servizio di leva obbligatorio-, ma anche perché, tornando alle mansioni che ricoprivano prima del conflitto, rischiavano di essere considerate promiscue o impure. “Molte volevano o erano costrette a tornare nell’invisibilità -spiega Berruti-.
Gobetti stessa fa molti nomi e pochi cognomi: era un modo per proteggerle dalla società di allora”. Di base, vigeva un sistema culturale che ha portato in secondo piano le figure femminili nella Resistenza perché la predisposizione generale era quella di non riconoscere la politicità di certi gesti: gli uomini tendevano a mettere in disparte le donne, che a loro volta svalutavano il valore del loro contributo, specialmente a contatto con la componente civile della società.
Per il “semplice volantinaggio”, d’altronde, si rischiava il carcere, la tortura, la fucilazione, la deportazione. Gobetti anche in questo è lungimirante perché rivendica il protagonismo femminile nella Resistenza, con le sue peculiarità, ed rimane attiva nello spazio pubblico.
Lei, infatti, è una delle fondatrici nel novembre 1943 dei Gruppi di difesa della donna, un movimento trasversale ai partiti e femminile, che ricalca l’organizzazione del Comitato di liberazione nazionale. Diffusi in tutta Italia, i Gruppi sono arrivati a contare almeno 70mila aderenti e dopo la Liberazione si sono ricostituiti nell’Unione donne italiane, di cui Gobetti ha ricoperto anche la carica di presidente.
“Le donne hanno combattuto una doppia lotta, una di liberazione e una contro una società rigidamente patriarcale. La guerra, paradossalmente, ha lasciato loro degli spiragli di libertà che prima non avevano mai provato.
Poi questa mentalità si è richiusa su di loro”, commenta Berruti, evidenziando come il conflitto armato abbia segnato una svolta nell’alfabetizzazione politica femminile e nella destabilizzazione di alcuni stereotipi di genere. Ada Gobetti era convinta, ad esempio, che le donne avrebbero acquisito il voto nel Dopoguerra, la riteneva una conquista già avvenuta; quello per cui combatteva era la parità salariale ed economica e invitava le donne a non smobilitarsi, a non mollare a conflitto finito.
“Gobetti lottava perché conclusa la guerra voleva costruire la pace, affinché il vecchio non si mangiasse il nuovo. Il senso del 25 aprile oggi è lo stesso: non spegnere la carica ideale di quei venti mesi in cui hanno avuto la forza di sognare un mondo diverso, un futuro migliore, plurale, democratico”. [caption id="attachment_244453" align="aligncenter" width="1024"] Il Collettivo teatro no! e la bandiera "antifa" esposta durante la rappresentazione © Alessia Cesana[/caption] Simone Capula e Cinzia Laganà propongono uno spettacolo su questi temi nel 2026 perché condividono questa visione.
Stendono orgogliosamente sul tavolo la bandiera “antifa”, che per loro è il simbolo dell’antifascismo attuale e militante ma è considerata dall’amministrazione Trump un emblema di un movimento terrorista. “L’antifascismo oggi è strisciante, è comodo.
Noi vogliamo prendere una posizione netta, contro le storielle da salotto -conclude il regista-. Il 25 aprile non è solo commemorazione, ma è azione e rivendicazione.
Già Ada Gobetti nel ’67 si chiedeva se non stessimo ‘imbustando la Resistenza per metterla al museo’: non bisogna perdere di vista la lotta costante contro il fascismo e ogni forma di ideologia omologante”. © riproduzione riservata L'articolo La lungimiranza di Ada Gobetti. Per non imbustare la Resistenza e metterla in un museo proviene da Altreconomia.