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Cultura

Sono un uomo in bilico. Epepe di Ferenc Karinthy

Giovedì 23 aprile 2026 ore 20:00 Fonte: Carmilla on line
Sono un uomo in bilico. Epepe di Ferenc Karinthy
Carmilla on line

di Marco Sommariva Trent’anni fa iniziai a lavorare per una multinazionale operante nel settore ferroviario che, a un certo punto, visti gli scarsi risultati portati a casa da colleghi laureati che conoscevano più di una lingua straniera, decise di mandare all’estero il sottoscritto per verificare il corretto avanzamento lavori presso le ditte a cui erano state assegnate determinate produzioni. E così, un perito meccanico totalmente incapace di sostenere un qualsiasi dialogo in una lingua diversa dall’italiano o dal dialetto genovese, finì con l’avventurarsi per anni a Berlino, Hennigsdorf, Stoccarda, Parigi, Lione, Vienna, Zurigo, Ginevra e non solo, provando a raggiungere quegli obiettivi che, di volta in volta, i manager dello stabilimento cui faceva capo gli avrebbero posto.

I fatti diedero ragione alla classe dirigente dell’epoca. Il sottoscritto riuscì meglio di chi l’aveva preceduto perché, alla fine, a fronte di numeri, disegni tecnici, strumenti di misura e un poco di gestualità, occorrevano pochissime parole per capirsi e far procedere il lavoro correttamente.

Per me, il vero problema non era davanti a un tornio o a una fresa, ma nasceva fuori dagli stabilimenti in cui avevo trascorso la giornata lavorativa: per far capire a un tassista dove portarmi oppure a un ristoratore cosa mangiare, ero sprovvisto di disegni tecnici che mi aiutassero a spiegarmi. Finii, così, in una serie di incidenti che spaziavano dal comico all’horror, come quando, a Vienna, mi vidi servita per pranzo una minestra di verdure arricchita da fettine di fragole o quando, a Parigi, un gigantesco tassista di origine africana fermò il mezzo, si girò e mi urlò contro qualcosa di cui, ancora oggi, non sono riuscito a capirne il significato, oltre che la ragione: scappai letteralmente dall’auto lasciandogli il doppio dei soldi marcati sul tassametro.

Il protagonista di Epepe – romanzo del 1970 dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy – è il professor Budai, un famoso linguista che, dopo aver preso inconsciamente un volo sbagliato, si ritrova in una metropoli a lui tanto estranea quanto frenetica, annichilente e disumana, dove neanche le sue conoscenze gli permettono di capire una sola parola della lingua del posto. Di questa labirintica città dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa, Budai ignora tutto, anche nome e posizione geografica.

Una metropoli con tanto di quartieri di periferia, fatti di case tetre di mattoni, recinzioni, ciminiere, gasometri, strade larghe e sporche: “[…] lontano contro il cielo grigio la sagoma scura e imponente di una grande fabbrica, col tetto dentato come una sega, un’aria piena di fuliggine e acre odore di fumo. Qua e là spacci di alimentari, rigattieri, negozi di articoli vari con le vetrine piene di merce piuttosto scadente”.

Le prime domande che il professore si pone sono come dovevano sentirsi gli abitanti nati e cresciuti in mezzo a quel caos; se non si rendevano conto che la folla inondava e intasava tutto obbligandoli a stare perennemente in fila, a sprecare un mucchio di tempo; come potevano tollerare una qualità di vita così infima; se non erano in grado d’immaginare niente di diverso; se a loro sembrava naturale; se davvero avevano fatto l’abitudine a quello squallore. Gli viene persino il dubbio se si trova sulla Terra o se è finito su un altro pianeta, domanda che non suona così tanto assurda, visto che il personaggio si muove nell’era delle missioni spaziali.

Alla fine, decide che si trova ancora sul nostro pianeta data la presenza di esseri umani, case, alberghi e trasporti pubblici, tutto identico o molto simile a quel che si trova in qualsiasi grande città: “Il modo di vivere in generale, i ritmi, i negozi, i ristoranti, il cibo, l’economia basata sul denaro […]; i numeri arabi e l’uso del sistema decimale.

La scansione del tempo in settimane, la pausa domenicale, eccetera, eccetera”. Anche il traffico non è affatto diverso da quello che conosce.

Per le strade c’è la stessa enorme quantità di veicoli e pedoni – annessi clacson, ressa e urti –, benché non riesca a spiegarsi dove si dirigano tutti così di fretta, se tornino dal lavoro oppure ci stiano andando: “Nessuno si curava di lui, non lo degnavano di un’occhiata, ma se si distraeva per un istante, se solo si fermava a guardarsi intorno, veniva immediatamente preso a spintoni e faticava a rimanere in piedi.

Capì che se voleva ottenere qualcosa in quel luogo doveva ricorrere anche lui alla forza, alle spallate e alle gomitate”. Budai resta colpito dal numero di divise presenti in città.

Poliziotti coi manganelli si aggirano nella calca, al mercato, al parco e attorno allo stadio, ma anche controllori dei mezzi pubblici, vigili del fuoco, postini, ferrovieri e persino bambini e bambine spesso portano una sorta di divisa: “[…] una giacchetta verde con pantaloni o gonna della stessa stoffa. Ma le più comuni erano normali tute da lavoro marroni, di tela robusta, senza alcun distintivo, indossate da uomini e donne”.

Il professore, penalizzato da un carattere alieno a ogni forma d’invadenza e prevaricazione, si rende conto che, se non riuscirà a vincere la sua modestia, il suo timore di essere di peso, non si tirerà mai fuori da quella città, da quella situazione dove non capisce nessuno e nessuno capisce lui, si rende conto che dovrà battersi da solo, che non c’è altra via d’uscita, che dovrà cambiare radicalmente, perché solo così potrà ritrovare la sua vita vera, la sua persona: “Odiava quella città, la odiava profondamente”.

Budai odia la città dov’è finito perché gli riserva solo sconfitte, lo tiene prigioniero e lo costringe a rinnegare e a cambiare la sua natura per sopravvivere. Il professore vivrà anche la fase complottista e comincerà a chiedersi se è mica finito lì non per un errore ma perché, magari, qualcuno l’ha volutamente dirottato, in pratica, rapito.

Si domanderà se sull’aereo potrebbero avergli somministrato in qualche modo del sonnifero perché non si rendesse conto della durata del volo e se, da allora, lo trattenessero appositamente in quel luogo, per impedirgli di tornare a casa: “Ma chi erano, e per quale ragione, e a che scopo?

E perché proprio lui? A chi dava fastidio?

Che cosa aveva fatto di male, e a chi?”. Di sicuro, una risposta a queste domande gli avrebbe reso la situazione più sopportabile.

Identificare un avversario, combatterlo rabbiosamente, sperare di sconfiggerlo avrebbe dato un senso a quella sua esperienza, ma “se a confinarlo là erano l’indifferenza e la paralizzante noncuranza di chiunque – cosa che sembrava più verosimile –, allora come tirarsi fuori da quelle sabbie mobili senza niente a cui aggrapparsi, niente su cui puntare i piedi?”. Trovatosi per caso coinvolto in una sollevazione popolare, s’accorgerà che in quella città sono bene organizzati nell’incanalare la rabbia di chiunque:

“Si domandò se rivolte simili non fossero già avvenute in altre occasioni. In effetti, le rovine affumicate in mezzo alle quali aveva cercato rifugio portavano i segni di battaglie precedenti.

Poteva darsi che queste sommosse fossero un fenomeno necessario, una conseguenza inevitabile del modo di vivere di quel luogo, un’esplosione periodica [per] incanalare la rabbia”. Intanto il tempo passa e, piano piano, al professore pare che la folla fluttuante di cui lui stesso fa parte non gli sia più così sgradita, pare sopportabile, a tratti persino piacevole perché, in fondo, gli fa vivere il tutto con un senso di leggerezza, forse l’unico vantaggio ma per nulla trascurabile di quella nuova esistenza, ossia il non dover rendere conto di niente a nessuno:

“Ci si poteva anche abituare a una vita complicata, fatta di continue attese e code, in cui bisognava sgomitare nella ressa; avrebbe finito per non accorgersene più, l’avrebbe considerata una cosa naturale, come tutti gli altri”. Il romanzo terminerà lasciando al protagonista uno spiraglio di speranza di tornare da dov’era venuto.

Epepe ha dato corpo ai miei incubi. Oggi, trascorro sempre più tempo in mezzo a gente con la quale non riesco a comunicare, e non perché vado all’estero.

Io, come Budai, vivo in mezzo a persone che parlano una lingua sconosciuta e incomprensibile dove, se tento di farmi comprendere, il misterioso linguaggio utilizzato dai più rende vano ogni mio sforzo; vivo immerso in una folla che non mi spinge involontariamente in un hotel come succede al professore nel romanzo ma, comunque, prova a spingermi dove non voglio andare, e non so davvero quanto involontariamente. Come Budai, provo in tutti i modi a farmi capire, a non perdere mai il desiderio e la voglia di comunicare con quelli che sono i miei simili, a cercare di tornare a quel tempo in cui s’ascoltava e s’era ascoltati, ma anch’io, come il professore, ottengo risultati vicini allo zero.

Il grande tema del libro è proprio questo, non riuscire a parlare con nessuno, ascoltare risposte in una lingua indecifrabile. Pare una sciocchezza, ma la nostra parola ha una valenza se rapportata a quella di altri, persino il senso della nostra esistenza dipende da qualcuno disposto a rispondere e comprendere quanto diciamo; ditemi voi se le vicende di Budai sono così distanti dalla nostra esperienza attuale dove, all’incessante aumento della comunicazione, delle trasmissioni, non corrisponde un identico incremento dell’ascolto, delle ricezioni, anzi.

Io riuscivo a comunicare meglio trent’anni fa in un’officina di Hennigsdorf con un tedesco che non conosceva una parola d’italiano, che non oggi con un italiano che non vuole ascoltare e che, in fondo, non gliene frega neanche un granché d’essere ascoltato. Indubbiamente, sono afflitto dallo stesso problema di Budai, sono alieno a ogni forma d’invadenza e prevaricazione e presto, se non riuscirò a vincere questo mio timore d’essere di peso, non mi tirerò mai fuori da questa situazione dove tendo a non capire più nessuno e viceversa.

Come il professore, odio questo stato di cose perché mi riserva soltanto sconfitte, mi tiene prigioniero e mi obbliga, se voglio sopravvivere, a rinnegare la mia natura, a cambiarla. Come Budai, patisco sconfitte inferte da un avversario sgradito che s’è limitato a confinarmi con l’indifferenza, con la paralizzante noncuranza della mia parola scritta e parlata, abbandonandomi in sabbie mobili che, essendo tali, non mi consentono di trovare nulla su cui puntare i piedi per uscirne.

La mia lotta quotidiana è faticosissima perché prevede di resistere anche al tempo che passa, di far sì che l’avversario sgradito, piano piano, non mi diventi prima sopportabile, poi addirittura piacevole, dato che è indubbio che, in fondo, vivere con un senso di leggerezza è un vantaggio per nulla trascurabile. Ora passo a farvi qualche esempio di questo mio non essere capito.

Premetto, sono banalità che espresse negli anni Settanta/Ottanta avrebbero fatto sorridere i più tanti, così come farebbero due genitori verso il figlio piccolo che prova a dar loro consigli di vita. Quando i colleghi, sentita la notizia alla TV di un giovane marocchino ucciso, mi dicono che ha fatto bene il poliziotto tal dei tali a sparare e uccidere questo spacciatore che gli aveva puntato un’arma contro, io chiedo se, prima di avanzare qualsiasi conclusione, fosse possibile aspettare qualche giorno in più per avere maggiori informazioni su cui ragionare, giusto per avere le idee un po’ più chiare perché, provo inutilmente a spiegare, c’è il rischio che si discuta sul nulla, scoprendo un giorno che, magari, il poliziotto spacciava più del pusher e che non gli è mai stata puntata contro alcuna pistola ma, anzi, l’arma trovata accanto al cadavere è stata messa lì dallo stesso agente.

Sono solo ipotesi le mie, ovviamente. Buttate lì con educazione, calma, ma… niente da fare, le reazioni sono energiche, nervose, stizzite, portano musi lunghi, silenzi, ombre.

Quando gli amici, letta la notizia su Internet di un famiglia che vive nel bosco, discutono fra loro schierandosi immediatamente dalla parte di coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem oppure con chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato, io propongo se, in attesa di maggiori informazioni, non sarebbe meglio cambiare il quesito e spostarlo su di noi invece che sugli altri, chiedendoci se siamo più propensi a vivere l’armonia tra un gruppo di esseri umani e il bosco, questo sconosciuto groviglio squilibrato, asimmetrico, questo disordine naturale dove non sai cosa accadrà l’indomani ma dove tutto funziona, in cui piante e arbusti crescono e si muovono indipendentemente dall’Uomo favorendo insetti e fauna selvatica, oppure se siamo più portati per la “vita da giardino” ossia, come dice Joel Edgerton nel film Il maestro giardiniere di Paul Schrader, “per una manipolazione del mondo naturale [creando] ordine dove l’ordine sarebbe appropriato, [una] capillare correzione del disordine là dov’è necessario” perché, in fondo, al contrario del bosco, il giardinaggio rasserena, “è fede nel futuro, è convinzione che le cose accadranno secondo i piani, che il cambiamento arriverà a tempo debito” – sempre Joel Edgerton nel film di prima. È solo una proposta la mia, ovviamente.

Buttata lì con buona creanza, per allenare l’intelletto e provare anche uno straccio di autoanalisi, ma… niente da fare, le reazioni sono di sbigottimento, sospetto, portano fughe, delusioni, anche un po’ di rancore verso chi non vuole piegarsi al gioco quotidiano di sedersi su una gradinata e augurare le peggiori cose a chi sta su quella di fronte, ovviamente urlandole. In poche parole, mi ostino ad aprir bocca ma, i fatti parlano chiaro, inutilmente: non sono mai riuscito a spostare di un micron le traiettorie altrui.

Ma poi mi domando… chi mi credo di essere per pensare che queste traiettorie abbiano veramente bisogno d’essere spostate? Mi è persino capitato di vedere andare a sbattere persone alle quali avevo suggerito di sterzare un poco e, poi, di commettere l’errore di proferire altre parole inutili tipo la frase che fa imbestialire un po’ tutti quanti, quell’inopportuno “Te l’avevo detto” che da tempo non pronuncio più.

Come avrete già capito, tale quale Budai, non mi tirerò mai fuori da questa situazione dove non capisco nessuno e nessuno mi capisce, visto che sono alieno a qualsiasi forma d’invadenza e prevaricazione, perché sussiste sempre il timore d’essere di peso. Ha scritto Emmanuel Carrère nella prefazione a Epepe: “la storia […] di Budai si svolge non soltanto nella finzione, ma in un universo parallelo, un paese di fantasia che sfugge alle leggi del realismo almeno quanto le isole dove finisce il Gulliver di Swift”.

Penso anch’io di vivere in un universo parallelo, e credo che la porta spaziotemporale a condurmi lì sia stata aperta dalle tantissime storie pazientemente ascoltate e dalle altrettante lentamente lette. Per concludere, proverò a fare ancora più silenzio di quello che già pratico, ma mi vedo messo comunque male, dato che ultimamente ho letto che al capitalismo non piace il silenzio perché, quanto maggiore è la produttività, tanto maggiore è il rumore.

Il rumore moltiplica il capitale. E il capitale fa rumore per moltiplicarsi.

Il silenzio non produce. E se fosse che è anche a causa di tutto questo rumore prodotto dal capitalismo che non riusciamo più a capirci?

E se, un po’ come scriveva Saul Bellow, tutto quanto non fosse altro che una specie d’addestramento al silenzio? Una richiesta di accettare l’imposizione di ogni tipo d’ingiustizia aspettando in fila sotto il sole cocente?

Di essere al contempo sentinelle e lavoratori, di essere privi di significato? Il risultato potrebbe essere che impariamo a non avere sentimenti o curiosità nei confronti di noi stessi, l’autoanalisi di cui sopra: chi potrebbe appassionarsi a essere cacciatore di sé stesso quando sa di essere a sua volta preda o, ancor peggio, nulla di così definito come una preda ma, piuttosto, uno dei tanti pesci che, in banco, vengono guidati verso la diga?

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