Politica
L’unica pace giusta è quella che elimina i semi della guerra successiva
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“In pace i figli seppelliscono i padri, in guerra i padri seppelliscono i figli” (Erodoto) A tutti la guerra fa orrore, ognuno vorrebbe la pace: parola fondante di una visione politica di sinistra. Ma c’è un altro vocabolo, un aggettivo, che divide il mondo progressista (e non solo): “giusta”.
Si invoca una “pace giusta”, prima ancora di accettare l’idea di un negoziato. È una posizione carica di ambiguità, che andrebbero dissipate.
Soprattutto all’interno del Pd, dove invece sembra che su questo tema venga sperimentata la dottrina delle “convergenze parallele”, in nome dell’unità del partito. Il monumento forse più antico dedicato alla pace si trova nel centro di Roma, è l’Ara Pacis, che celebra la pace di Augusto, ovvero la “pax romana”, quella imposta ai vinti dai vincitori.
Nei secoli il concetto di “pax romana” si è un po’ evoluto, ma non più di tanto. Perché anche se una guerra finisce con un negoziato, le condizioni di un accordo tra i belligeranti sono comunque dettate dai rapporti di forza: pesano le capacità belliche, le alleanze geopolitiche, oltre alle congiunture più o meno favorevoli.
Sono invece irrilevanti le ragioni etiche, i torti e le ragioni, la distinzione tra aggressore e aggredito, categorie di riferimento dell’idea odierna di “pace giusta”. Certo, una pace sarebbe più giusta se il Paese invasore si ritirasse entro i propri originali confini e se risarcisse quanto è risarcibile.
Ma non funziona così, non ha mai funzionato così. Dunque invocare genericamente una “pace giusta” significa di fatto sostenere la prosecuzione della guerra, considerare come un prezzo accettabile il tanto sangue ancora da versare e le nuove distruzioni a venire per tentare di “piegare” il nemico alle nostre condizioni, persino in un contesto di grande inferiorità sul piano militare, solo perchè le nostre condizioni sono moralmente più giuste.
Tradotto in pratica, la “pace giusta” è quella che si ottiene con la vittoria militare. Bellicismo mascherato da pacifismo.
Eppure la categoria di “pace giusta” storicamente esiste, come il suo contrario, se viene declinata in tutt’altri termini. Un accordo di pace è “giusto” quando non lascia sul campo i semi della guerra successiva.
Di più: quando crea le pre-condizioni per coesistenza e, in prospettiva, cooperazione tra ex nemici. La pace di Westfalia del 1648 (Guerra dei Trent’anni) fu “giusta” perchè assicurò all’Europa un secolo e mezzo di stabilità.
Quella uscita dal Congresso di Vienna nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, produsse ugualmente frutti positivi perchè la Francia non fu umiliata. Al contrario, la pace di Versailles del 1919 condannò la Germania a risarcimenti insostenibili, facendola cadere in una crisi economica catastrofica che spazzò via la Repubblica di Weimar ed aprì le porte al nazismo.
Così in soli vent’anni arrivò la Seconda guerra Mondiale, che invece si concluse con una pace considerata “giusta” perchè infine trasformò i nemici in alleati. Quale dovrebbe essere oggi, allora, una “pace giusta” per l’Ucraina?
Lascio al lettore la risposta. Ma per affrontare questa domanda occorre prima riflettere sulla natura della guerra in questo secolo.
In un lasso di tempo relativamente breve sono radicalmente cambiati sia il modo di fare la guerra, sia il contesto geopolitico. Il progresso tecnologico ha rivoluzionato le strategie belliche.
E’ arrivata la “guerra da remoto”, cioè combattuta soprattutto a distanza. L’Ucraina negli ultimi quattro anni è stata un laboratorio bellico straordinario, sono entrati massicciamente in scena missili e droni, strumenti che sono diventati con estrema rapidità via via più efficaci e anche più economici degli armamenti tradizionali.
Per il mercato bellico è stata una cuccagna: solo per fare un esempio, un giovane industriale della Repubblica Ceca, Michal Strnad, 27 anni, che produce armamenti (Czechoslovak Group), in pochi anni è diventato uno dei quattro uomini sotto i 40 anni più ricchi del mondo. Vende soprattutto droni, di ultimissima generazione.
La guerra da remodo cambia molte cose: riduce il numero delle vittime tra i militari e moltiplica le vittime civili, sconvolge l’architettura della sicurezza trasformando le basi militari sparse nel mondo in altrettanti punti sensibili, fianchi scoperti la cui protezione è difficile e costosa (ormai un drone vale un centesimo di un missile intercettore). Ma quel che è peggio, porta facilmente ad una situazione di stallo.
Il conflitto finisce per assomigliare ad una faida, una tragica catena di stragi e distruzioni da una parte e dall’altra che si prolunga senza vincitori né vinti, per anni. Si può devastare un Paese ma non si riesce a conquistarlo.
E così la linea del fronte in Ucraina non si muove, mentre nello stretto di Hormutz gli Usa e l’Iran, con blocchi e controblocchi navali, sono impegnati a strangolarsi a vicenda. Ma così facendo soffocano anche l’economia globale.
E qui si presenta un’altra (prevedibile) novità di questo secolo. Il blocco di Hormutz è il primo esempio lampante di come la guerra stia diventatando antistorica.
In un mondo che non è mai stato così interconnesso a tutti i livelli, dunque interdipendente, la guerra non produce risultati strategici, non si risolve e non risolve, bensì mette in crisi il sistema globale, tanto complesso quanto pieno di vulnerabilità. Sono bastate poche settimane di conflitto nel Golfo Persico per precipitare il mondo in una crisi paragonata a quella del Covid.
Ed è superfluo ricordare gli immani danni economici subiti dall’Europa con il prolungarsi della guerra in Ucraina. Dunque la soluzione bellica di qualsiasi conflitto di interessi tra Stati porta vantaggi soltanto all’apparato industriale-militare, ahimè imponente e potente, ma con ricadute sugli interessi globali ormai insostenibili, incompatibili con il modo in cui oggi funziona il mondo.
E sarebbe ora di valutare anche i terribili impatti ambientali delle guerre, pagati da ogni abitante del pianeta e anche da quelli che devono ancora nascere. Pacifismo e ambientalismo dovrebbero essere coniugati insieme da una vera forza di sinistra.
Da questi temi discendono a cascata tutti gli altri: giustizia sociale, welfare, redditi, servizi, riduzione delle disuguaglianze. Perché, se mi è concesso schematizzare, delle due l’una: o spendi i soldi dei cittadini per combattere le ingiustizie, oppure per costruire missili e droni.
Magari necessari per inseguire il fantasma, con elmetto, della “pace giusta”. L'articolo L’unica pace giusta è quella che elimina i semi della guerra successiva proviene da Strisciarossa.