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Giovedì 23 aprile 2026 ore 16:39

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Attenti: la destra vuole la “sua” Costituzione e con la legge elettorale farà di tutto per riuscirci

Giovedì 23 aprile 2026 ore 15:39 Fonte: Strisciarossa
Attenti: la destra vuole la “sua” Costituzione e con la legge elettorale farà di tutto per riuscirci
Strisciarossa

La rigidità della Costituzione e il bilanciamento fra i poteri dello Stato così ben studiati dai costituenti rappresentano i veri ostacoli al riaffermarsi dell’autoritarismo. Non è casuale, quindi, che il principale obiettivo della destra al potere sia quello di arrivare a una Costituzione “di destra”.

Che assomigli alle costituzioni flessibili di due secoli fa modificabili con leggi ordinarie. Con le leggi fasciste del 1925-1926, infatti, si accentrò il potere nel Capo del Governo (come vorrebbe fare la Meloni), eliminò le libertà democratiche (come si vorrebbe fare oggi con la pletora dei decreti sicurezza).

Ma la premier non potrebbe abolire i partiti e imporre lo strapotere della fiamma tricolore in analogia agli eventi della “nazione” fascista perché per fare questo bisognerebbe prima stravolgere la Costituzione antifascista nata dalla Resistenza partigiana: c’è il “piccolo” particolare della rigidità. La Meloni può continuare a definire “nazione” la nostra Repubblica antifascista; può provare a limitare le libertà e i diritti con i decreti sicurezza; può sperare di raggiungere il suo potere personale passando per una reinvenzione della legge elettorale con perversi meccanismi di calcolo e abnormi premi di maggioranza, ma a costituzione invariata.

Questo perché negli ultimi vent’anni si è ormai dimostrato per tre volte, a cadenze regolari, che il popolo italiano non consente lo stravolgimento della Costituzione da parte di nessuno, né da destra né da sinistra (o così detta). È in gioco una riforma che punta a dare al vincitore i due terzi del Parlamento La rigidità è un “piccolo particolare” che i costituenti crearono con grande acume ed è contenuta nell’art. 138 della Costituzione.

Questo articolo consegna la disponibilità della Costituzione quasi sempre nelle mani del corpo elettorale che agisce in nome del popolo sovrano. In altri termini, solo nel caso in cui il progetto di legge fosse approvato in seconda lettura con i 2/3 dei componenti del Parlamento, essa entrerebbe in vigore e il popolo sarebbe escluso dal procedimento di revisione costituzionale.

Una percentuale di circa il 66,6% periodico a cui, visto il premio di maggioranza che si prospetta con il d.d.l. del Governo sulla legge elettorale, la maggioranza di quel momento potrebbe pericolosamente avvicinarsi. Arriviamo quindi al punto.

Il progetto di una Costituzione della destra, assodata la rigidità di questa Costituzione, non passerà attraverso un nuovo referendum costituzionale: la destra neofascista – che non si è rassegnata al risultato del 23 marzo e non muterà la sua natura – ha cambiato solo il mezzo di trasporto per arrivare a quel risultato perché è sulla legge elettorale che questa maggioranza ora si sta giocando tutto. È una macchina buona?

Esaminiamo brevemente i punti salienti di questo d.d.l. (Atto Camera 2822), da alcuni definito ”Stabilicum”, da altri “Melonellum”. Il rischio che un’accentuazione del maggioritario potesse incontrare rilievi di incostituzionalità più volte prospettati dalla Corte costituzionale (sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017) ha indotto il Governo a presentare lo scorso 26 febbraio un d.d.l. caratterizzato da un sistema proporzionale, pur se con un abnorme premio di maggioranza.

I punti su cui poggia sono i seguenti: – eliminazione (con alcune eccezioni) della componente uninominale del sistema vigente e dei collegi uninominali e istituzione di collegi plurinominali; – attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera dei deputati e su base regionale per il Senato; – introduzione di un premio di “governabilità” fissato a 70 seggi per la Camera e 35 per il Senato, a favore della lista o coalizione che abbia conseguito almeno il 40% dei voti validi nell’Assemblea di riferimento. Qui va aggiunto che nel testo si pongono dei limiti numerici che però non bastano: il massimo di seggi attribuiti a chi ottiene il premio non può superare i 230 alla Camera dei deputati (pari al 57,5%) ed i 114 al Senato (pari al 57%).

Già queste percentuali sono enormi, ma bisogna aggiungere gli eletti all’estero e quelli delle minoranze linguistiche. Questo delinea un quadro decisamente incompatibile con elezioni democratiche perché la maggioranza potrebbe arrivare artatamente a percentuali anche del 60% che si avvicina pericolosamente a quei 2/3 che servirebbe per annullare la rigidità della Costituzione; – previsione del ballottaggio se le prime due liste, non avendo raggiunto il 40% dei voti validi, abbiano conseguito almeno il 35%; – soglia di sbarramento al 3% con l’eccezione delle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento.

In questi casi ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento; – obbligo di indicare il nominativo da proporre per la nomina del Capo del Governo alla presentazione delle liste (non sulla scheda); – liste bloccate e impossibilità di esprimere le preferenze. La prima considerazione che emerge con grande evidenza è che, nell’ipotesi che questa maggioranza raggiungesse il 40%, ferma restando la tendenza imbattuta e crescente al non voto, il grado di rappresentatività di quella percentuale sarebbe da dimezzare perché il non voto tende al 50%.

Questo significherebbe che un’esigua minoranza dell’elettorato pari a circa il 20% arriverebbe a totalizzare il 57-58% del Parlamento. Il proporzionale è la maschera che nasconde il maggioritario: esso prevede un premio di maggioranza abnorme e si vorrebbe che il sistema elettorale serva semplicemente a formare una maggioranza e un Governo, non già a creare la rappresentanza politica del pluralismo delle coscienze di un popolo.

La destra nel 2022 arrivò al 44% e al 58-59% dei seggi alla Camera e al Senato; dall’altra parte, sommando PD e M5S si giunse a circa il 42%. Due punti di scarto che si tradussero in una disproporzionalità sul totale della Camera di 120 seggi.

Ora, la Meloni punta a mantenere questo scenario. È una questione dirimente e la seconda considerazione è che non ci sono rimasti molti spazi di manovra né temporali (si vota fra un anno) né giuridici per l’attivazione degli strumenti di garanzia e di democrazia diretta.

Su questi ultimi si potrebbe approfondire e già lo si sta facendo in varie sedi di confronto scientifico, ma è già acclarato che grande è la fretta per la Meloni di approvare questo d.d.l. a ridosso delle elezioni del 2027 anche se questo, fra le altre cose, potrebbe innescare persino lo stigma europeo per via delle risultanze della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto del 2002. Ê quasi certo nel 2027 si andrà al voto con la “legge Meloni” e non col “Rosatellum” Ma sono processi lunghi e il voto politico è alle porte.

Ne discende che tutto deve essere rinviato a dopo le elezioni o qualsiasi cosa possibile andrebbe fatta prima: si voterà con la legge Meloni, non con il “rosatellum”, a meno che il Capo dello Stato non si metta proprio di traverso, ma è molto improbabile. Come dice Villone, “egli deve guardare alle manifeste incostituzionalità, non ai dubbi.

Ci sarebbero qui? Forse no.

Alla luce della giurisprudenza costituzionale consolidata, queste incostituzionalità non sarebbero manifeste. Mattarella potrebbe promulgare con una lettera di accompagno ma lascerebbe il tempo che trova”.

In questo scenario – che non è caduto dal cielo come una maledizione divina, essendo il frutto di decenni di insipienza, divisioni e contraddizioni di una sinistra ormai priva di identità – a me pare che resti una sola strada prima delle elezioni: vincerle anche se nel passato, quando i “campi larghi” o “arcobaleni” del momento le vinsero fecero più danni di un diluvio universale aprendo la strada allo scenario di oggi. Una nuova vittoria del centro-destra consegnerebbe ad esso percentuali prossime ai 3/5 e troppo vicine ai fatidici 2/3 della rigidità della Costituzione, ma anche questa strada non è priva di buche, trappole e scossoni.

Per dirne alcuni, dovrebbe vincere Il cosiddetto “campo largo”? Ma da chi è formato?

Quanto è “largo”? In quest’area è presente di tutto: da chi sostiene la Schlein a chi la osteggia apertamente; da chi ha fortemente avversato la Costituzione tentando di stravolgerla allo stesso modo di Berlusconi a chi l’ha difesa strenuamente; da chi ha ideato e realizzato la revisione del Titolo V della Costituzione a chi ha inserito il pareggio di bilancio in Costituzione; da chi non riesce a cogliere compiutamente i principi dell’art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra a chi giustifica, negandolo, il genocidio del popolo palestinese.

In particolare, in argomento di legge elettorale, in quest’area c’è chi pensa al sistema proporzionale come unico strumento di valorizzazione della rappresentanza e chi concepisce solo la governabilità in una persistente infatuazione per il maggioritario. E si potrebbe andare avanti, ma all’interno di quest’area tali contraddizioni non si risolveranno in un anno e resta solo da augurarsi che alle elezioni del 2027 – sperando in un fronte unico di cui al momento non si intravedono le forme – si spostino abbastanza voti per impedire alla destra neofascista di stravincere ancora.

Questo permetterebbe, però, solo di spostare la soluzione dei grandi problemi, fra cui pericolosamente sembra da decenni naufragare la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. L'articolo Attenti: la destra vuole la “sua” Costituzione e con la legge elettorale farà di tutto per riuscirci proviene da Strisciarossa.

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