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Čornobyl’ e la crisi del sistema sovietico

Venerdì 24 aprile 2026 ore 07:28 Fonte: MicroMega
Čornobyl’ e la crisi del sistema sovietico
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Sono passati quarant’anni da quel sabato 26 aprile 1986, quando una località fino ad allora sconosciuta ai più, Čornobyl’, situata a circa cento chilometri da Kiev, divenne teatro della “maggiore catastrofe nucleare nella storia dell’umanità”, secondo una definizione dell’Onu. Le cause dell’incidente sono ormai risapute: una miscela fatale di approssimazione, avventatezza, incuria e disattenzione, associata all’obsolescenza tecnologica.

Eppure la centrale era stata inaugurata alla fine degli anni Settanta in un clima di grande euforia ed entusiasmo nei confronti dell’energia nucleare e del progresso scientifico a essa legato. Ai primi due reattori ne erano stati aggiunti altri due nel 1983, mentre ulteriori due erano in costruzione: nel 1988 la centrale di Čornobyl’ avrebbe costituito il più grande complesso elettronucleare del mondo.

L’insediamento più vicino in realtà non era l’antica cittadina di Čornobyl’, ma Pryp’jat’, esempio di città avveniristica e rappresentazione della modernità sovietica, industriale e socialista. Affacciata sul fiume da cui traeva il nome, Pryp’jat’ era stata pensata come un atomgrad, una “città atomica”, che avrebbe ospitato le migliaia di lavoratori della centrale e le loro famiglie.

Al momento dell’incidente accoglieva circa 50.000 persone tra operai edili e personale dell’impianto; l’età media della popolazione era di ventisei anni e più di un terzo era costituito da bambini. L’avventura dell’atomgrad aveva attirato una generazione di specialisti giovani ed entusiasti, fiduciosi nelle possibilità di sviluppo offerte dalle nuove tecnologie e convinti delle potenzialità del nucleare.

Inoltre, le buone strutture abitative e gli eccellenti servizi culturali, nonché la vicinanza a Kiev, la rendevano un luogo ambito in cui vivere. La sua popolazione sarebbe stata evacuata in tutta fretta a partire dal 27 aprile, quando in sole tre ore sarebbero state allontanate dalle loro case oltre 44.000 persone[1].

I contorni dell’accaduto, le cause della sciagura, come pure le conseguenze sulla popolazione e sull’ambiente, rimanevano indefiniti agli occhi degli stessi dirigenti del partito. La sera del 28 aprile la notizia ufficiale dell’incidente fu brevemente comunicata per la prima volta alla cittadinanza, senza però che fossero forniti ragguagli sulla sua reale portata perché neppure la leadership del paese, Gorbačëv in testa, aveva contezza della gravità dell’accaduto.

Ancora meno ne avevano i dirigenti dell’Ucraina che in quello stesso giorno avevano ricevuto la relazione stilata dalla direzione del KGB della regione di Kiev che assicurava che “la situazione alla centrale nucleare, nella città di Pryp’jat’ e nell’ambiente circostante [era] sotto controllo”. Gli abitanti della Repubblica furono tenuti all’oscuro della pericolosità della situazione per quasi due settimane, fino a che, fra l’8 e il 9 maggio, fu dichiarato lo stato di emergenza e furono adottate misure di protezione per i residenti di Kiev e delle altre zone contaminate.

L’area colpita dalle radiazioni, per un raggio di trenta chilometri, fu dichiarata “zona di alienazione”. La popolazione di 186 centri abitati fu costretta a lasciare le proprie abitazioni e a evacuare in massa nei territori considerati relativamente “puliti”[2].

Gorbačëv, che non si recò sul luogo dell’incidente, intervenne pubblicamente in televisione soltanto il 14 maggio, a quasi venti giorni dalla “disgrazia” che aveva “toccato i sovietici e allarmato l’opinione pubblica internazionale”, rendendo coscienti della minaccia costituita dall’”energia nucleare fuori controllo”. Il suo discorso fu soprattutto centrato su questioni concernenti le relazioni internazionali, che lasciavano in secondo piano le conseguenze della contaminazione dei territori delle repubbliche ucraina e bielorussa, così come delle regioni di Brjansk e Kursk appartenenti alla Repubblica russa[3].

Come è stato giustamente osservato, “l’inefficienza della risposta del governo sovietico al disastro di Čornobyl’ derivava non soltanto dalle diverse percezioni del rischio da parte delle sue istituzioni, ma anche dall’assenza di una gerarchia definita di autorità e di un’accurata informazione circa l’incidente in corso”[4]. Il rimpallo delle responsabilità fu una delle caratteristiche della gestione dell’emergenza, come pure della ricerca delle circostanze che avevano causato l’avaria, un atteggiamento che percorreva tutta la verticale del potere.

Inoltre, non giovò la proliferazione di gruppi di esperti, commissioni e task-force. Al contrario, come ha messo in luce la studiosa ucraina Natalija Baranovs’ka, “ciò portò a un parallelismo, a una duplicazione del lavoro, a ritardi e incoerenze in risposta ai problemi, a differenze nella loro comprensione dal ‘centro’ e in loco”[5].

Se storicamente la politica energetica sovietica era stata gestita da Mosca, ciò non era avvenuto senza tenere in considerazione l’opinione della leadership ucraina, favorevole alla modernizzazione rappresentata dallo sviluppo dell’energia nucleare. Negli anni Novanta sono stati pubblicate fonti documentarie conservate negli archivi sovietici che testimoniano il pieno coinvolgimento del gruppo dirigente di Kiev nei piani di espansione dell’atomo sovietico.

Ad esempio, una delibera del dicembre 1971, firmata congiuntamente da Petro Šelest e Volodymyr Ščerbyc’kyj – rispettivamente primo segretario e presidente del Consiglio dei ministri – deplorava la lentezza con cui stava procedendo la costruzione di centrali nucleari in Ucraina e adottava una serie di misure per la sua accelerazione. Firmata da entrambi i dirigenti era anche un’altra delibera dell’aprile dello stesso anno, con cui si spronavano le organizzazioni del partito affinché fossero ridotti i tempi di costruzione dell’impianto di Čornobyl’[6].

L’incidente nucleare costituì una cesura nella vicenda dell’Ucraina sovietica. In breve tempo il disastro si trasformò in un’immagine-simbolo, nell’esempio paradigmatico dell’estrema gravità della crisi sovietica in ogni sfera della vita umana.

Esso pose fine per sempre all’ottimismo nei confronti del progresso tecnologico, produsse un profondo cambiamento di atteggiamento riguardo alla questione nucleare, rese irreversibili il sentimento di disaffezione verso il sistema che aveva permesso la catastrofe e che aveva celato la verità ai suoi cittadini su una questione tanto vitale quale la salute. Nel discorso pubblico ucraino si cominciò a parlare di “Čornobyl’ spirituale”, “Čornobyl’ economica”, “Čornobyl’ dell’informazione” e così via[7].

Ad esempio, Oles’ Honchar, il patriarca degli scrittori ucraini, da sempre sensibile alla questione ecologica, affermò che dopo l’incidente gli scrittori non potevano più guardare alla realtà con gli occhi di prima. Oltre a salvaguardare l’ambiente naturale, era fondamentale proteggere “l’ambiente” culturale e linguistico della nazione.

C’era bisogno di un maggiore impegno civico da parte dei letterati per la difesa di tale patrimonio, di cui la lingua ucraina costituiva il cuore. Il tema ambientale sollevato dal disastro di Čornobyl’ e la questione linguistica si venivano a saldare come due aspetti, distinti ma connessi, della stessa resistenza che occorreva opporre a un regime che metteva a repentaglio il futuro alla nazione, ossia una condizione ambientale sana e la tutela della cultura.

Di una “Čornobyl’ spirituale” parlò il poeta Ivan Drač, che pure era appartenuto a una generazione di intellettuali, poeti e scrittori, che aveva visto nella costruzione della centrale sul Pryp’jat’ la metafora stessa del progresso tecnologico. Nel 1974 Drač aveva pubblicato la poesia Polis’ka lehenda (La leggenda della Polesia), inneggiante all’unione del fiume Pryp’jat’, personificato da una ragazza ucraina, con lo straniero Atom.

“Mi offrirò a lui come sposa, immediatamente”, afferma la ragazza. “È giunto per me il tempo di servire la mia gente / Atom aiuterà il Dnepr e il Donbas”.

In altre parole, per proseguire sulla via del progresso, alla regione industriale del bacino del Donec, luogo-simbolo dello sviluppo economico sovietico, era indispensabile l’energia nucleare prodotta nel complesso di Čornobyl’. A distanza di dieci anni Drač e gli intellettuali della sua generazione avrebbero avuto un ripensamento nei confronti dell’utilizzo dell’atomo.

Lo shock di Čornobyl’ aveva cancellato ogni fiducia nei confronti del progresso tecnologico legato allo sviluppo dell’energia atomica. L’entusiasmo aveva lasciato spazio al disincanto e alla condanna del nucleare quale strumento capace di provocare l’apocalisse in terra.

Il poeta aveva rivisitato Čornobyl’ nel romanzo in versi Čornobyl’s’ka Madonna (La Madonna di Čornobyl’), dove una dolente Vergine Maria piangeva per il figlio inchiodato “su una croce infuocata” con “gli artigli dell’atomo conficcati nelle mani”[8]. Il modo malaccorto in cui fu gestita l’informazione sull’incidente mise in evidenza i limiti della glasnost’ annunciata da Gorbačëv al XXVII Congresso del PCUS, ma al tempo stesso, costrinse la dirigenza sovietica a una riflessione sul decadimento della tecnologia e il degrado ambientale, scosse l’apatia dell’opinione pubblica e favorì una maggiore trasparenza nei mezzi di informazione di massa.

Le conseguenze dell’esplosione condussero alla consapevolezza di una realtà di arretratezza e negligenza che fino ad allora la leadership aveva cercato di occultare, la cui emersione minò irreparabilmente la fiducia dei cittadini nei confronti del sistema sovietico. A tale proposito Serhii Plokhy ha notato come “Černobyl’ mise alla prova l’ordine esistente, e arrivò a cambiarlo.

In quei giorni si affermò la politica incarnata dall’atteggiamento di glasnost’ […] che diede a media e cittadini il diritto di discutere di problemi politici e sociali, anche criticando le autorità”. In Ucraina quanto accaduto fu letto come una manifestazione dell’indifferenza del potere centrale nei confronti dei diritti e degli interessi della repubblica, con ricadute sociali e politiche di grande rilievo.

Lo stesso Plokhy ha osservato come “sarebbe un errore attribuire al solo disastro di Černobyl’ le responsabilità per lo sviluppo della glasnost’ o per l’ascesa del movimento nazionalista in Ucraina e in altre repubbliche”; tuttavia, “non si può nemmeno sottovalutare il suo impatto su simili processi, tutti interconnessi”[9]. Lo scienziato e scrittore Jurij Ščerbak ha visto nella tragedia “un impulso colossale alla glasnost’”, che “costrinse a parlare apertamente di cose che fino ad allora non erano soggette ad alcuna discussione”[10].

Anche secondo Gorbačëv, Čornobyl’ “divenne una severa verifica della glasnost’, della democrazia, della trasparenza”, “il rintocco di campana”, che “contribuì alla presa di coscienza del pericolo di un atteggiamento negligente, nonché trascurato fino a essere criminale, verso l’ambiente naturale”[11]. A partire dall’esperienza di Čornobyl’ prese avvio in Ucraina una mobilitazione che inizialmente riguardò le élite culturali e intellettuali – sempre più critiche verso il sistema socialista –, ma che avrebbe gradualmente coinvolto ampi settori della società, attraverso associazioni ambientaliste tra cui campeggiava “Zelenyj svit” (Mondo verde).

Guidata dal già citato Ščerbak, l’associazione fu costituita nel dicembre 1987 come reazione della società civile alla grave situazione ecologica della repubblica. La sua fondazione fu promossa dall’Unione degli scrittori e dall’Unione dei cineasti dell’Ucraina, due organismi – il primo soprattutto – che nel corso della perestrojka si fecero portavoce delle richieste di democratizzazione, libertà politiche, diritti umani, ma pure dell’esigenza di sviluppo della lingua e della cultura ucraine.

Accanto a tali temi, la questione ambientale e la lotta contro la costruzione di nuovi impianti nucleari avrebbero assunto una rilevanza crescente. Era una delle manifestazioni del fenomeno che Jane Dawson ha definito “eco-nazionalismo”, una combinazione di ambientalismo e nazionalismo, diffuso in molti movimenti sorti nella società civile di varie repubbliche sovietiche durante la perestrojka, che ravvisava nella contaminazione ambientale causata dalle centrali nucleari il risultato della “oppressione coloniale” imposta da Mosca.

Nel contempo, la stessa studiosa ha messo in evidenza la complessità del rapporto tra movimento antinucleare e causa nazionalista in Ucraina, ridimensionando il peso assunto da quest’ultima nell’emersione dell’attivismo ambientalista. Nonostante il trauma provocato dal disastro di Čornobyl’, nella seconda repubblica slava l’ambientalismo si sarebbe sviluppato con ritardo rispetto ad altri contesti sovietici e non si sarebbe completamente sovrapposto al movimento nazionale.

Ciò sarebbe avvenuto non soltanto a causa della permanenza al potere di una leadership conservatrice, quanto piuttosto per la difficoltà a mobilitare la popolazione “attorno a un’unica idea nazionale” in una realtà multietnica e dall’identità fluida qual era quella ucraina. Conseguenza di tale situazione sarebbe il fatto che, sebbene “i movimenti antinucleare e nazionale crescessero fianco a fianco” e ciascuno di essi “adottasse la causa dell’altro”, i due movimenti “non si fusero mai in uno solo”[12].

L’analisi di Dawson getta una luce diversa su letture che pongono in un rapporto deterministico l’emersione del nazionalismo ucraino e la catastrofe di Čornobyl’, una visione sintetizzata, tra gli altri, da Ivan Drač, secondo cui l’idea della formazione del Ruch, uno dei principali movimenti nazionali dell’Urss di cui egli fu tra i fondatori, sarebbe discesa direttamente dall’esperienza di Čornobyl’, nella consapevolezza che esso rappresentasse “l’unica alternativa alle centrali nucleari”[13]. Anche la narrazione eco-nazionalista secondo cui lo sviluppo dell’energia nucleare in Ucraina sarebbe stato imposto dal governo centrale a una classe dirigente repubblicana lealista e subalterna è stata messa in discussione da studi recenti.

L’introduzione dell’”atomo pacifico” fu bene accolta tanto dalla dirigenza del Partito comunista dell’Ucraina quanto dalle élite tecnico-scientifiche della repubblica non per mera sottomissione alle direttive di Mosca, ma per convincimento che ciò avrebbe costituito una fonte di benessere, prosperità e prestigio[14]. Peraltro, l’opzione nucleare sarebbe stata rivalutata dalla dirigenza dell’Ucraina indipendente, che nel 1992 avrebbe posto fine alla moratoria di cinque anni sulla costruzione di nuovi impianti nucleari, adottata nel 1990 dal Soviet supremo ucraino, e a partire dal 1994 avrebbe potenziato le centrali di Chmel’nyc’kyj, Rivne e Zaporižžja[15] – oggi nota per le vicende legate alla guerra in corso –, segno che l’utilizzo dell’energia nucleare non era soltanto un’imposizione dall’alto (e dal centro), ma una necessità vitale per l’economia ucraina. [1] «Z archiviv VUČK – GPU – NKVD – KGB.

Naukovyj i dokumental’nyj žurnal», 1(16) (2001), p. 69. [2] R. Pichoja, Sovetskij Sojuz: istorija vlasti. 1945-1991 (L’Unione Sovietica: storia del potere. 1945-1991), Sibirskij chronograf, Novosibirsk 2000, p.

433. [3] Discorso di M.S. Gorbačëv alla televisione sovietica del 14 maggio 1986, «Pravda», 15 maggio 1986. [4] E. Geist, Political Fallout: The Failure of Emergency management at Chernobyl’, «Slavic Review», 74/1 (2015), p.

106. [5] N. Baranovs’ka, Čornobyl’s’ka katastrofa jak arhument perebudovy, in Perebudova: zadum i rezul’taty v Ukraïni (do 10-riččja prohološennja kursu na reformy). Materialy naukovo–teoretyčnoho seminaru, ed.

S.V. Kul’čyc’kyj, Instytut istoriï Ukraïny, Kyïv 1996, p. 41. [6] N. Baranovs’ka et alii (a cura di), Čornobyl’s’ka trahedija.

Narysy z istoriï (La tragedia di Čornobyl’. Saggi per una storia), Instytut istoriï Ukraïny NAN, Kyïv 2011, pp. 23-28. [7] O. Bojko, Ukraïna u 1985 – 1991 rr.

Osnovni tendenciï suspil’no-polityčnoho rozvytku (L’Ucraina negli anni 1985-1991. Principali tendenze dello sviluppo politico e sociale), Ipiend, Kyïv 2002, p.

31. [8] Plokhy, Chernobyl. Storia di una catastrofe nucleare, cit., pp. 377-378. [9] S. Plokhy, Chernobyl.

Storia di una catastrofe nucleare, Bur, Milano 2019, p. 17. [10] Bojko, Ukraïna u 1985 – 1991 rr., cit., p.

30. [11] M. Gorbačëv, Žizn’ i reformy (Vita e riforme), vol. 1, Novosti, Moskva 1995, pp. 303-304. [12] J.I. Dawson, Eco-Nationalism. Anti-Nuclear Activism and National Identity in Russia, Lithuania, and Ukraine, Duke University Press, Durham-London 1996, pp. 65-66. [13] I. Drač, Sučasni problemy I tryvohy molodych literatoriv (Problemi e preoccupazioni attuali dei giovani letterati), in «Literaturna Ukraïna», 22 dicembre 1988, p.

4. [14] A.V. Wendland, Nuclearizing Ukraine – Ukrainizing the Atom, in «Cahiers du Monde russe», 60/2 (2019), p. 340. [15] Dawson, Eco-Nationalism, cit., pp. 174-175.

CREDITI FOTO: Veterani ucraini dell’incidente nucleare di Černobyl’ mostrano i loro tesserini di riconoscimento di Černobyl’ davanti all’edificio del governo a Kiev, Ucraina, 7 novembre 2011.

I liquidatori di Černobyl’ hanno protestato contro una proposta di legge in esame che prevede riduzioni delle pensioni e dei pagamenti sanitari, nonché la cancellazione di agevolazioni fiscali e sconti sulle tariffe dei servizi pubblici. EPA/ANDREW KRAVCHENKO L'articolo Čornobyl’ e la crisi del sistema sovietico proviene da MicroMega.

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