Politica
Antifascista? Prego, afascista
All’avvicinarsi delle date simbolo della storia repubblicana, il 25 aprile e il 2 giugno, le sinistre, dall’avvento di Berlusconi in poi, hanno sempre chiesto patenti di antifascismo agli esponenti della destra italiana. E quelli di destra rispondono sempre più o meno allo stesso modo, professandosi afascisti, senza mai dichiararsi antifascisti.
Quell’alfa privativo è molto significativo, e l’aggettivo ha una storia lunga. Va a merito di un libro di Nadia Urbinati e Gabriele Pedullà (Democrazia afascista, Feltrinelli) avercelo ricordato.
Si tratta di un testo prezioso per capire le basi politiche e culturali del tentativo di scardinare la Costituzione da parte della destra, di sovvertire i valori di fondo della cultura e della pratica politica in Italia. Che significa quell’aggettivo?
Cosa ci dice del tentativo di Giorgia Meloni di stravolgere la Costituzione, e quindi la democrazia parlamentare, nel nostro Paese? Ebbene, esso è la chiave per comprendere il lungo percorso storico dell’insofferenza nei confronti della Costituzione, già a partire dai lavori dell’Assemblea costituente.
L’aggettivo venne coniato nel ventennio fascista, e inizialmente stava a indicare personalità politiche di rilievo che ancora non avevano espresso l’adesione al fascismo, poi quegli italiani che non erano sostenitori del regime ma non si opponevano a esso e, infine, quella borghesia “molle” e “codarda” che non aveva aderito ai princìpi e ai valori della rivoluzione fascista. È però dopo il fascismo che l’aggettivo diventa una parola decisiva per capire l’avversione della destra italiana alla Costituzione, dal 1946 ai giorni nostri.
Fu il liberale monarchico Roberto Lucifero, durante i lavori dell’Assemblea costituente, a rivendicare la necessità per la democrazia italiana di professarsi afascista e non antifascista. Quell’auspicio di Lucifero, per il quale il fascismo era finito e tanto valeva non menzionarlo più nemmeno con la parola antifascista, non ebbe alcun seguito fra i costituenti, ma continuerà a lavorare sottotraccia nella storia e nella cultura politica italiana come risorsa per tutti gli oppositori dell’antifascismo e della Costituzione.
Sentiamo allora Lucifero, in un suo intervento in sessione plenaria: “L’antifascismo ha avuto una nobilissima missione finché c’era il fascismo, perché era la negazione del fascismo ed era la lotta contro di esso.
Ma se l’antifascismo volesse continuare a sopravvivere al fascismo, diventerebbe semplicemente un fascismo alla rovescia. Quindi la Costituzione dovrà essere e deve essere non antifascista soltanto, ma qualche cosa di più: dovrà essere afascista.
Il fascismo non ci deve più entrare né in forma positiva né in forma negativa. Il fascismo deve essere cancellato, non deve più esistere, nemmeno come numero negativo.
E solo afascista può essere lo Stato democratico perché la democrazia non ammette aggettivazioni. La democrazia è una, la democrazia è un piano sul quale ciascuno di noi combatte la propria battaglia e nel quale ciascuno di noi trova le sue garanzie.
La democrazia non può essere né nostra, né vostra, né loro; la democrazia è di tutti, come la libertà, che, se non è di tutti, non è di nessuno”. Si tratta di un testo importante, perché in esso si condensano alcuni degli argomenti dei settori più retrivi della società italiana contro l’antifascismo: gli antifascisti come versione speculare dei fascisti, che pretenderebbero di combattere; l’antifascismo come settario spirito di parte; l’antifascismo come presunta superiorità morale proclamata in totale malafede.
Tali temi continueranno a essere presenti sottotraccia nella società italiana, e riemergeranno pubblicamente con Giuseppe Berto, strana figura di scrittore di successo, convinto di essere perseguitato dalla “casta” dell’intellettualità antifascista italiana che, a suo dire, gli negava visibilità e libertà di espressione. Berto era stato un fascista militante, vicino alla corrente sociale antiborghese, e nel 1964 era arrivato al successo con Il male oscuro – romanzo sulla nevrosi accostabile alla Coscienza di Zeno di Italo Svevo – che lo portò a vincere il premio Viareggio e il premio Campiello.
Nel 1951, aveva tentato una conversione al marxismo con il romanzo Il brigante, che però non ebbe alcuna risonanza. E forse proprio la nevrosi, da cui era affetto e di cui parlerà nel romanzo del 1964, lo porterà a scaricare la colpa di quell’insuccesso sull’intellettualità socialcomunista, rea di avere ostacolato la circolazione dei suoi libri.
In quell’ossessione persecutoria, c’è la patologia di Berto, però essa è comunque significativa. Sono infatti degni di nota gli argomenti con cui si scaglia contro gli intellettuali antifascisti e di sinistra:
“Da anni ormai io amo definirmi afascista, fascista con un’alfa privativa davanti. Lo faccio non per lo snobismo d’introdurre una parola nuova, ma perché questa parola, afascista, secondo me esprime qualcosa di nuovo, e cioè un’avversione al fascismo così intima e completa da non poter tollerare l’antifascismo, il quale, almeno così come viene praticato dagli intellettuali italiani, è terribilmente vicino al fascismo.
Il fascismo, dicono, è autoritarismo violento, coercitivo, retorico, stupido. D’accordo: il fascismo è violento, coercitivo, retorico, stupido. Però, come lo vedo io, l’antifascismo è del pari, se non di più, violento, coercitivo, retorico, stupido” (G. Berto, “Fascismo, antifascismo, afascismo”, in AA.
VV., Intellettuali per la libertà. Atti del primo congresso internazionale per la difesa della cultura, Centro italiano Documentazione azione studi, Torino 1973, pp. 89-92).
Si delinea dunque il significato dell’afascismo e della “democrazia afascista”, prospettata da Giorgia Meloni. Potremmo allora dire che quell’alfa privativo sia soprattutto l’eliminazione dell’alter della democrazia, la sua riduzione a mera cornice procedurale per l’avvicendarsi di governi eletti ogni cinque anni.
Cosa si intende con alter della democrazia? Possiamo dire che la democrazia è costitutivamente segnata da un alter, perché democrazia – come scrivono Urbinati e Pedullà – è “agire politico libero” e, in quanto tale, “non sconfigge mai il proprio alter”.
La democrazia, cioè, è senza fondamento, perché non discende da Dio o comunque da valori extrastorici, altrimenti non sarebbe tale. Si costituisce continuamente, giorno per giorno, come opera incompiuta che si contrappone a un alter, a tutto ciò che vuole trascinarla fuori dall’incompletezza e dall’approssimazione per imporre valori immutabili e gerarchie decise una volta per tutte.
Non esiste una democrazia senza alter e, anzi, si potrebbe dire che l’alter è, paradossalmente, ciò che segnala la salute della democrazia stessa. L’alter sta a dire che la democrazia non è soltanto un insieme di regole e procedure, ma un cimento continuo che non si compie mai – altrimenti non sarebbe infondato, e quindi sempre aperto al nuovo e alle istanze e ai bisogni di tutte e di tutti –, che può essere sempre messo in discussione sia per migliorarlo sia per distruggerlo.
Come avrebbe detto Togliatti, rispondendo alla vocazione afascista di Lucifero, la democrazia deve mantenere il contatto con le forze vive del Paese, altrimenti rischia di trovarsi impotente nei confronti dei propri nemici. Dunque, la Costituzione deve esprimere un antifascismo militante al fine di essere vicina ai movimenti di cambiamento sociale e, in particolare, al mondo del lavoro.
L’alter antidemocratico è infatti sempre in agguato, perché il cimento democratico, in quanto prova indefessa e difficile, può cedere alle sirene del capo che decide per tutti, alle lusinghe dell’acclamazione dei governanti che esentano dalla fatica della convivenza democratica. Così l’alfa privativo di afascista ne evoca un altro, e cioè quello di “avaloriale”.
Chi propone una democrazia afascista pensa anche a una Costituzione avaloriale, fondata solo sulle procedure atte a eleggere le compagini di governo, tramite una sorta di acclamazione plebiscitaria, per quanto appunto regolata. La stragrande maggioranza dei costituenti voleva invece una Carta antifascista.
Riteneva che essa dovesse avere una dimensione normativa, che avesse come basi fondamentali il valore morale della persona e gli ideali di eguaglianza e di inclusione da attuare come compito infinito e quotidiano, aldilà dei governi, come impegno di tutte le forze sociali fuori e dentro le istituzioni, al governo come all’opposizione. La democrazia avaloriale è in fondo quella auspicata nel famoso rapporto sulla crisi della democrazia redatto dalla Commissione trilaterale del 1975, e opportunamente richiamato da Urbinati e Pedullà come riferimento delle destre anche in Italia, per via delle le loro mire di riforma o – per meglio dire – di stravolgimento della Costituzione antifascista.
Per i teorici neoconservatori della Trilateral bisognava spostare le scelte riguardanti il benessere collettivo dalla deliberazione politica alle decisioni “neutre” del mercato e di un ceto di tecnici competenti, fuori dalle logiche di schieramento strettamente politico. Il sogno della destra è proprio quello di una democrazia avaloriale, fondata sulla naturalità del mercato capitalistico, al cui interno alternare maggioranze governative non troppo diverse tra loro.
Ora, la democrazia – e la Costituzione – non può essere avaloriale, perché in essa si formano, per definizione, interessi e visioni politiche plurali in tensione tra loro, che non possono accettare alcuna naturalità, perché la democrazia è sempre indeterminata, e quindi sforzo continuo di costruzione dell’autogoverno nel pluralismo. Perciò ha bisogno di un impianto costituzionale che renda possibile il dialogo tra visioni e interessi diversi.
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