Politica
25 aprile: il senso ritrovato della Resistenza e della Costituzione
Questo 25 Aprile, Anniversario della Liberazione, dovrebbe segnare l’inizio di una rinnovata riflessione su quel momento fondativo: con il recente referendum sulla giustizia la società civile ha ritrovato una nuova consapevolezza del passato esprimendo chiaramente la volontà di difendere la Costituzione contro un progetto percepito come una profonda alterazione dell’equilibrio dei poteri. Occorre infatti ammettere responsabilmente che l’approccio seguito negli ultimi decenni da un “pensiero dominante” su quel periodo è stato tutto impostato sulla retorica della “pacificazione”: una vulgata revisionista – anche degli storici – totalmente distorta alla fine ha significato solo una perdita di senso.
Si sono insinuati dubbi e logiche relativistiche fuorvianti fino a confondere la memoria e a porre sullo stesso piano partigiani e fascisti repubblichini, addirittura reiterando eterni “processi alla Resistenza” da cui sono state oscurate le ben più gravi responsabilità del secondo conflitto mondiale e delle atrocità delle stragi naziste e fasciste. Negli anni si è alimentata solo la polemica contro le responsabilità delle efferatezze dei partigiani (dall’eccidio di Porzûs, in cui partigiani comunisti uccisero membri della brigata Osoppo, alle tristi vicende delle Foibe) che ci furono certamente, ma in un clima esasperato di “guerra civile” e che in ogni caso non giustificano ricostruzioni sommarie.
La retorica e i processi hanno tentato vigliaccamente di scaricare persino la responsabilità dei nazisti dell’eccidio delle Fosse Ardeatine ai partigiani che avevano compiuto – come stabilì la Cassazione nel 1957 – un “legittimo atto di guerra” nell’attentato di via Rasella. L’esordio di questa inquietante rilettura storica sulle responsabilità del fascismo è stata ben tracciata dalla ricostruzione che Marcello Flores e Mimmo Franzinelli in Storia della Resistenza (2022) hanno fatto della ipocrisia dell’“amnistia Togliatti”, il decreto presidenziale n. 4 del 22 giugno 1946 del governo De Gasperi I, con Ministro della giustizia il comunista Palmiro Togliatti.
Sorta con l’intenzione di fermare la logica della vendetta rabbiosa che si era già espressa a Piazzale Loreto e in tanti linciaggi, fu da lì che si perpetrò l’azzeramento delle responsabilità dei ‘crimini’ dei fascisti, mentre ai processi furono portati molti partigiani cui non fu riconosciuto che le loro azioni rientravano in ‘fatti di guerra’. Ad essere escluse dall’amnistia dovevano rimanere solo le “sevizie particolarmente efferate”, ma è bene ricordarne alcuni esempi cui fu applicata e che ancora oggi fanno ribrezzo.
La Corte di Cassazione concesse l’amnistia per “un capitano delle brigate nere che, dopo avere interrogata una partigiana, l’abbandona in segno di sfregio morale al ludibrio dei brigatisti che la “possedettero, bendata e con le mani legate”, perché “tale fatto bestiale non costituisce sevizia ma solo la massima offesa all’onore e al pudore di una donna” (Cass. Pen.
Sez. II, 12 marzo 1947, su ricorso Progresso).
E ancora stabilirono quei giudici: “Le percosse prolungate seguite da scosse nervose del paziente e l’obbligata ingestione di un frammento di disco di fonografo con conseguenze dannose per gli organi addominali, le quali facilitarono lo sviluppo successivo dell’ileotifo, malattia che produsse poi la morte, non arrecarono dolori torturanti in grado intollerabile, né rivelano animo del tutto disumano, quindi non costituiscono sevizie particolarmente efferate”. (Cass.
Pen. Sez.
II, 24 aprile 1948, su ricorso Guidotti). La questione della pacificazione nazionale d’altronde aveva avuto un vulnus di fondo: alti funzionari e magistrati erano rimasti al loro posto, tanto che a capo dell’ufficio legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia dello stesso Togliatti era stato posto il magistrato Gaetano Azzariti ex presidente del Tribunale della razza.
Il resto sarebbe venuto di conseguenza, con la sostanziale impunità di criminali di guerra pienamente coinvolti non solo nella prima fase del regime ma anche nella complicità nelle stragi nazifasciste durante la Repubblica di Salò: è il caso del Maresciallo Rodolfo Graziani, Ministro della guerra nella Repubblica Sociale Italiana, e di Junio Valerio Borghese, capo di quella parte della Xª MAS complice dei crimini nazisti, entrambi finiti liberi già tra il 1949 e il 1950. Per non parlare dell’“armadio della vergogna” scoperto nel 1994: centinaia di fascicoli per crimini di guerra erano stati archiviati segretamente nel 1960 dal procuratore generale Enrico Santacroce perché qualcuno del governo gli fece intendere che non era il caso di incrinare “i buoni rapporti” con la Germania ora nuovamente alleata.
Ecco allora che la Resistenza oggi deve essere raccontata recuperando la sua storia autentica, meglio tratteggiata dagli stessi Flores e Franzinelli nelle pagine che raccontano la forza morale di combattere contro l’occupante e l’Italia fascista con la costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale. In verità, l’organizzazione del Comitato non fu improvvisa, ma frutto di un lungo processo maturato negli anni della dittatura con il sacrifico di martiri come Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli, e da reti clandestine e oppositori all’esilio o al confino da cui emersero gli europeisti del Manifesto di Ventotene e i tanti intellettuali, militanti politici e dirigenti di partito che elaborarono idee per un’Italia post-fascista.
Tra questi non si può tralasciare Piero Calamandrei, figura centrale dell’antifascismo liberaldemocratico e azionista, che contribuì a definire quella cultura politica fondata sul primato della legge, sulle libertà costituzionali e sulla responsabilità civica, che risulteranno centrali per la futura architettura della Repubblica. A dar vita al CLN furono così comunisti come Palmiro Togliatti e Luigi Longo, socialisti come Pietro Nenni e Sandro Pertini, democristiani come Alcide De Gasperi e Paolo Emilio Taviani, azionisti come Ferruccio Parri, insieme a tanti altri esponenti di varia ispirazione liberale e antifascista.
Questa pluralità di esperienze politiche rese possibile, dopo l’8 settembre 1943, la costruzione di un organismo unitario capace di assumere la guida della Resistenza in cui non mancò anche una forte componente militare rappresentata dal generale Raffaele Cadorna che assunse l’incarico di comandante del Corpo volontari della Libertà (CVL), braccio militare del CLN, affiancato dai vice‑comandanti Ferruccio Parri (Partito d’Azione) e Luigi Longo (Partito Comunista) per la direzione politico‑militare delle brigate partigiane. Subito dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, mentre il re Vittorio Emanuele III e il suo seguito abbandonavano Roma, lasciando la capitale nel caos e alla mercé dell’occupazione tedesca, nacque la prima resistenza militare e civile a Porta San Paolo, alla Magliana e in altre zone della capitale dove militari, civili e antifascisti – come poi sarebbe accaduto nelle quattro giornate di Napoli e in tanti altri episodi di autentico eroismo – si opposero alle truppe tedesche, in una difesa che sembrava disperata nelle risorse ma che segnò l’inizio di un nuovo corso politico e morale.
Il CLN dovette affrontare la convivenza tra ideologie diverse, sapendo scegliere l’obiettivo prioritario della liberazione dal nazifascismo. Questa capacità di mediazione seppe superare anche uno dei momenti più critici, quando nel novembre 1944, il generale Harold Alexander emanò il “Proclama Alexander” che chiedeva al movimento insurrezionale di fermarsi riflettendo una preoccupazione strategica degli Alleati.
Da un lato era fondato il timore che le operazioni partigiane su larga scala durante l’inverno potessero provocare dure rappresaglie tedesche senza apportare vantaggi militari decisivi, data la difficoltà di avanzare sul fronte. Ma di fondo c’era anche un “non detto”: gli alleati avevano la forte preoccupazione che si potesse costituire un movimento armato troppo forte e autonomo che sfuggisse al controllo alleato, come stava accadendo nei Balcani e in Grecia in un’Europa già segnata dalle tensioni tra blocchi ideologici.
Il CLN riuscì a superare questa fase senza dissolversi, mantenendo attive le strutture clandestine e preparandosi alla ripresa delle operazioni nella primavera successiva. In questo modo, preservò non solo la continuità della lotta, ma anche il ruolo politico degli italiani nel processo di liberazione.
Fu dunque nell’“insurrezione generale” dell’aprile 1945, che la Resistenza riprese vigore con le azioni promosse dal CLN nell’Italia settentrionale. Non fu un evento improvvisato, ma il risultato di una lunga preparazione organizzativa e politica.
In molte città come Milano, Torino e Genova le formazioni partigiane riuscirono a controllare i centri urbani prima dell’arrivo delle truppe alleate. In particolare, l’insurrezione di Genova rappresentò un caso emblematico: le forze tedesche si arresero ai partigiani, segnando uno dei pochi episodi in Europa in cui un esercito regolare capitolò di fronte a forze irregolari.
L’insurrezione dell’aprile 1945 sancì non solo la sconfitta militare del nazifascismo, ma anche la legittimazione politica della Resistenza come fondamento della nuova Italia. È da questa esperienza che nacque la Costituzione italiana, nella quale confluirono i valori maturati durante la lotta: il rifiuto della dittatura, la centralità dei diritti, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, la sovranità popolare.
Questa è la vera Resistenza che dobbiamo ricordare: un processo costituente che trasformò profondamente la coscienza civile del Paese. È dunque necessario ridare senso compiuto ad un 25 aprile che vada oltre la rievocazione.
Perciò è ancora lecito domandarsi se la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana che vietava la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista sotto qualsiasi forma non debba essere più elusa nei fatti. Oggi si vedono impunemente esibire simboli e linguaggi del fascismo, dobbiamo subire messaggi discriminatori e razzisti con la retorica sulla “remigrazione” e la criminalizzazione degli oppositori, la denuncia di sostenitori di diritti umani come le ong dei soccorsi in mare, e il rifiuto di considerare il valore culturale di un documentario sulla coscienza civile di Giulio Regeni.
Così come si annunciano “blocchi navali” contro i migranti di fronte alle stragi nel Mediterraneo, si liberano torturatori come Almasri, si lanciano accuse contro i giudici internazionali e il diritto internazionale che “vale fino a un certo punto”, e si consente il sostegno esplicito persino alle “democrazie illiberali” di Orbán e ancora anodine dichiarazioni sulle scelte belliciste di Trump che minaccia “oggi una intera civiltà può finire”. È tempo di un deciso richiamo alla vigilanza democratica su cui la società civile e le Istituzioni garanti della democrazia devono vigilare: il rischio non risiede tanto nella riproposizione identica del passato, quanto nella erosione graduale dei principi fondamentali che si sono visti già compromessi.
Sembra sventata la minaccia alla indipendenza della magistratura, ma ora con il mantra della stabilità del governo si pone in discussione anche la rappresentanza delle minoranze in un parlamento già ridotto e commissariato dalle logiche di partito: si prospettano il “premierato” e la riforma elettorale per un “maggioritario rafforzato” per imporre di fatto una dittatura della maggioranza tradendo i principi del confronto, della mediazione parlamentare e della stessa alternanza dei governi che non è affatto un disvalore, ma è garanzia della democrazia. Difendere l’eredità della Resistenza significa allora riappropriarsi della sua cultura liberale e democratica.
Vale oggi più che ieri il monito di Ferruccio Parri nel ricordare il senso di quella battaglia: “… è stato il riscatto di fronte al mondo ed all’avvenire dell’onore nazionale; e questo riscatto, pagato col dono così grave del sangue più generoso, resta una cosa grande nella Storia di un paese che pareva civilmente e moralmente paralizzato dall’inquinamento fascista”. In questo 25 aprile si deve ribadire con forza il legame tra Resistenza, Costituzione e Democrazia, ricordando che i principi costituzionali non sono astratti, ma sono una storia concreta fatta di lotta, sacrificio e responsabilità civile che occorre preservare di fronte a chiunque ancora li insidia.
CREDITI FOTO: Partigiane a Brera.
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