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Venerdì 24 aprile 2026 ore 09:00

Politica

Il 25 aprile è di tutti gli oppressi

Venerdì 24 aprile 2026 ore 07:29 Fonte: MicroMega

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Il 25 aprile, giorno della Liberazione in Italia, rappresenta un simbolo di lotta contro l'oppressione e, in questo contesto, si sottolinea che l'occupazione, sia in Ucraina che in Palestina, è sempre un crimine, richiamando l'importanza della solidarietà universale che non deve variare in base all'identità degli oppressori.
Il 25 aprile è di tutti gli oppressi
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Quest’anno saremo in piazza a Milano il 25 aprile con uno striscione che recita: “Dall’Ucraina alla Palestina l’occupazione è sempre un crimine”.

Accanto a quello striscione sventoleremo bandiere ucraine e palestinesi insieme. Non è un gesto provocatorio.

È un gesto politico preciso, che nasce da una convinzione radicata e coerente: la solidarietà agli oppressi non si declina a seconda di chi li opprime. Questa scelta non ha bisogno di giustificazioni nei confronti di chi ragiona in buona fede.

Ma poiché sappiamo che in piazza – e fuori dalla piazza – non mancheranno le accuse strumentali, è giusto essere chiari su cosa rappresentano quelle due bandiere e su cosa rappresentiamo noi. Un simbolo che parla da sé Le bandiere ucraina e palestinese insieme non sono una contraddizione: sono la sintesi visiva di una posizione politica che rifiuta il doppio standard come categoria del pensiero.

Entrambi questi popoli subiscono un’occupazione militare. Entrambi resistono.

Entrambi meritano solidarietà senza condizioni e senza graduatorie. Affermare questo con chiarezza non è ingenuo: è, al contrario, l’unica posizione intellettualmente onesta disponibile a chi voglia dirsi internazionalista nel senso pieno del termine.

Quello stesso simbolo – le due bandiere – parla anche di altri. Parla dei compagni e delle compagne iraniane che scenderanno in piazza con la bandiera di Jin, Jîyan, Azadî: dalla parte del popolo iraniano, non degli Ayatollah né dei nostalgici dello Scià.

Parla del martoriato popolo libanese. Parla di tutte le resistenze che non trovano spazio nei cataloghi accettabili di una certa sinistra – quella che distingue tra oppressori giusti e oppressori sbagliati, tra vittime degne e vittime scomode.

Per noi non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. L’antimperialismo si pratica contro tutti gli imperialismi, senza sconti per nessuno. Il fallimento che vogliamo interrompere La sinistra italiana – e occidentale – ha già pagato un prezzo altissimo per i propri dogmatismi selettivi.

Ha voltato le spalle alle cosiddette Primavere arabe, incapace di riconoscere l’oppressione quando il carnefice non figurava nel proprio catalogo. Ha ignorato, quando non difeso, i regimi di Assad e Gheddafi in nome di un antimperialismo che si rivelava, nei fatti, una copertura ideologica per l’aggressore.

E dal 24 febbraio 2022 si è definitivamente frantumata di fronte all’invasione su larga scala dell’Ucraina, incapace di elaborare la realtà di un imperialismo che non parla inglese. Noi non vogliamo ereditare quel fallimento.

Vogliamo interromperlo. Il 25 aprile è la data giusta per farlo: una giornata che commemora una Resistenza – quella partigiana – che non chiedeva permesso a nessuno prima di scegliere da che parte stare.

Rifiutiamo le accuse strumentali Saremo accusati. Lo sappiamo già.

C’è chi ci dirà russofobici perché rifiutiamo di chiamare “geopolitica” un’invasione militare che ha prodotto fosse comuni, deportazioni e camere di tortura. C’è chi ci dirà antisemiti perché sosteniamo la resistenza del popolo palestinese di fronte a ciò che le stesse istituzioni internazionali definiscono crimini di guerra.

Queste accuse non meritano dibattito nel merito: non hanno merito. Sono strumenti di neutralizzazione politica, forme di campismo travestite da indignazione morale.

Chi le muove non cerca una discussione: cerca di impedirla. La russofobia sarebbe la critica dell’imperialismo russo; l’antisemitismo sarebbe la solidarietà al popolo palestinese.

Se queste sono le premesse, il ragionamento non regge al primo contatto con la realtà. Noi intendiamo combattere gli imperialismi in quanto tali – quello statunitense, quello russo, quello israeliano – e sosteniamo i popoli che resistono all’occupazione in quanto tali.

Non c’è eccezione né deroga. Il campismo – quella visione del mondo che divide il campo in blocchi e decide a priori chi ha diritto alla solidarietà in base all’identità dell’oppressore – è esattamente ciò che il nostro Laboratorio rifiuta come categoria politica.

Non è analisi: è tifo. E il tifo, nella politica internazionale, produce complicità con i carnefici.

Come risponderemo agli attacchi Nelle ultime manifestazioni nazionali, in Italia, non è stata pronunciata una sola parola di solidarietà alla resistenza ucraina. Peggio: ci sono stati episodi documentati di intimidazione, insulti, tentativi di sequestro di striscioni e strappo di bandiere ucraine da parte di manifestanti che evidentemente faticano a tollerare la coerenza altrui.

Noi saremo in piazza il 25 aprile con la nostra identità chiara e riconoscibile. Non cercheremo scontri.

Ma sia chiaro: qualunque atto di aggressione fisica o di censura violenta nei confronti di chi porta le bandiere dei popoli resistenti sarà trattato per quello che è – un atto di matrice fascista – e sarà affrontato di conseguenza. Il colore politico che chi aggredisce pensa di indossare non cambia la natura del gesto.

Un appello Invitiamo tutte le persone che condividono questa posizione – che credono che la sinistra o è internazionalista o non è – a raggiungerci nel corteo nazionale del 25 aprile a Milano, sotto lo striscione “Dall’Ucraina alla Palestina l’occupazione è sempre un crimine”. Vi attendiamo!

CREDITI FOTO: 25 aprile 2024. Corteo antifascista a Roma.

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