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Giovedì 30 aprile 2026 ore 12:48

Politica

Una Repubblica fondata sul lavoro?

Giovedì 30 aprile 2026 ore 12:07 Fonte: MicroMega
Una Repubblica fondata sul lavoro?
MicroMega

L’articolo che segue è un’antipazione del volume di MicroMega in uscita il 29 maggio, dedicato all’anniversario del referendum del 2-3 giugno 1946 e intitolato “Tanti auguri, Repubblica. Ottant’anni fra conquiste e promesse da realizzare”.

I problemi del lavoro nella fase costituente La storia dell’Italia repubblicana «fondata sul lavoro» ha inizio un po’ prima di ottant’anni fa: occorre fare qualche passo indietro, fino a quei giorni del marzo 1943 segnati dagli scioperi nelle grandi fabbriche del Nord, nati da un disagio materiale che la guerra aveva reso acuto e insopportabile, unito a una nuova coscienza civile decisa a combattere un regime brutale che aveva trascinato il paese in una guerra sempre più odiata dalle masse popolari. Proprio in quella occasione i lavoratori ritornarono al centro dello spazio pubblico dopo vent’anni di corporativismo e repressione.

Fu in quelle officine di Torino, Milano e Genova, nelle linee di montaggio e nei reparti dove mancavano non solo le materie prime ma anche la libertà, che si riallacciarono fili organizzativi, si diffusero parole d’ordine e si ricostruirono reti politiche sopravvissute alla clandestinità, su principale impulso dei comunisti, che avevano saputo mantenere viva una rete organizzativa solida, ma anche con il concorso di tutte le altre anime dell’antifascismo. Nel frattempo, nelle campagne del Mezzogiorno, in un paesaggio segnato da latifondi e miseria, i contadini tornavano a chiedere terra e diritti.

Questi fermenti, tutt’altro che episodici, prepararono il terreno su cui sarebbe nata l’idea di una democrazia non più separata dalla dura realtà del lavoro ma anzi fondata su di esso. In coincidenza con la liberazione della Capitale, nel giugno del 1944, la ricostruzione della rappresentanza sindacale prese il nome di Patto di Roma: nacque una Cgil unitaria che teneva insieme cattolici, socialisti e comunisti in una formula nuova e plurale, capace di trasformare le istanze del lavoro in una questione di cittadinanza.

Successivamente, nelle settimane della Liberazione, l’esperienza – breve ma significativa – dei Consigli di gestione nelle imprese del Nord mise in campo l’idea che la direzione dell’economia non potesse essere lasciata al solo interesse privato, ma dovesse incontrare e riconoscere la voce di chi produce. Quando nel 1946 si riunì l’Assemblea costituente, quel patrimonio di lotte e di esperienze entrò nell’aula come un orizzonte pratico e morale: fu allora che i Costituenti, pur divisi per cultura e progetto politico, scelsero di stringere un patto costituzionale in cui la Repubblica fosse «fondata sul lavoro» (art. 1 della Costituzione), non in senso retorico ma come principio ordinatore che impegnava lo Stato a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impedivano alle persone di partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale (art. 3, secondo comma), a riconoscere il diritto al lavoro e a promuoverne le condizioni di effettività (art.

4), a subordinare l’iniziativa economica privata all’utilità sociale (art. 41) e a fissare indicazioni concrete, come il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente per un’esistenza libera e dignitosa (art.

36), la parità uomo‑donna nel lavoro e la tutela della maternità (art. 37), la sicurezza sociale per inabilità, malattia, vecchiaia e disoccupazione (art.

38), la libertà sindacale e la contrattazione collettiva (art. 39), nonché il diritto di sciopero (art.

40). Non a caso, nello stesso impianto, la salute fu riconosciuta come diritto fondamentale (art.

32) e il diritto allo studio come leva di emancipazione (artt. 33-34), perché senza istruzione e senza servizi universali la cittadinanza sarebbe rimasta una parola vuota. Non era un catalogo di buone intenzioni: era un programma di trasformazione dell’economia e della società oltre i confini angusti di un’economia puramente di mercato, affinché il lavoro non fosse più trattato come “variabile dipendente”, ma come veicolo di giustizia sociale.

E tuttavia, in un paese ferito dalla guerra, povero di capitali e lacerato da squilibri territoriali, quei princìpi si scontrarono presto con i limiti della dura realtà del dopoguerra: la disoccupazione restò alta anche per gran parte degli anni Cinquanta, le infrastrutture rimasero a lungo carenti, la pluralità delle forme di lavoro – nel settore agricolo ancora predominante così come nel mondo artigiano e operaio – rendeva diseguale e fragile la tutela. Con la rottura dell’unità antifascista nel 1947 (che coinvolse anche i sindacati) e la marginalizzazione delle sinistre la politica si orientò verso assetti più conservatori.

In questo contesto, tuttavia, la stretta creditizia realizzata dai vertici della Banca d’Italia (Luigi Einaudi e Donato Menichella) ebbe quanto meno l’effetto di stroncare le aspettative inflazionistiche, senza creare recessione. I governi democristiani, dal 1948 in poi, misero in campo alcune iniziative per migliorare le condizioni del lavoro e del paese nel suo insieme: il collocamento e l’assicurazione contro la disoccupazione furono oggetto di una nuova disciplina; lo Stato promosse le case popolari con il piano Ina‑Casa e pose mano, con la Cassa per il Mezzogiorno, alla questione infrastrutturale del Sud.

Molte promesse costituzionali rimasero però inattuate, a cominciare dall’articolo 39 (per quel che riguarda la registrazione dei sindacati e l’efficacia erga omnes dei contratti) e dalla democrazia sui luoghi di lavoro. Un lavoro precario fino alle soglie del boom Gli anni Cinquanta raccontano un’Italia in cui si lavorava molto e si viveva sul filo del rasoio: la disoccupazione ufficiale oscillava fra un milione e mezzo e due milioni di persone, ma quella sommersa – il mondo dei sottoccupati, dei lavoratori stagionali, delle donne che lavoravano senza contratto – costringe a rivedere al rialzo le stime, e a spostare il baricentro del fenomeno verso il Mezzogiorno.

I salari, differenziati per area geografica e mansione, erano bassi e spesso erosi dall’aumento dei prezzi; gli infortuni sul lavoro erano tantissimi e l’insicurezza restava la cifra dominante della produzione. Nel frattempo prosperavano appalti e caporalato, e il lavoro a domicilio – soprattutto femminile – diventava lo strumento con cui molte imprese scaricavano costi e responsabilità.

Negli stessi anni le inchieste parlamentari e le indagini dell’Istat restituivano una fotografia di miseria ostinata (case sovraffollate, consumi alimentari scarsi, bassa scolarità). Il protagonismo delle forze sindacali provò a invertire la rotta: la Cgil guidata da Di Vittorio, in particolare, provò a tenere insieme lavoro, occupazione e crescita economica con il Piano del lavoro e con forme di protesta creative, come gli “scioperi a rovescio” dei disoccupati che lavoravano gratis per denunciare lo spreco sociale delle braccia inoperose; nel frattempo, nelle campagne esplodevano le ultime dure lotte per il salario e la terra.

Il boom economico, tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, ebbe senz’altro molteplici cause (fra cui il contesto internazionale favorevole e l’intervento pubblico in economia), ma sarebbe stato impossibile senza i pesanti sacrifici pagati dalla classe lavoratrice, a cominciare dalla compressione dei salari. Tra il 1951 e il 1963 il pil italiano raddoppiò, crescendo ogni anno in media del 5,8% 1.

La crescita si concentrò soprattutto nel triangolo industriale del Nord, e fu sostenuta dall’afflusso della manodopera sovrabbondante e a basso costo proveniente dal Mezzogiorno. In questo quadro il dualismo territoriale non si sanò, ma quanto meno iniziò a ridursi, in un processo di avvicinamento fra Nord e Sud durato fino ai primi anni Settanta.

Va ricordato inoltre che fino al 1961 la mobilità interna era ancora intralciata da regole sul cambio di residenza ereditate dal fascismo; non a caso i migranti dal Sud che cercavano fortuna a Torino o Milano si muovevano lungo reti parentali e informali, trovando inizialmente impieghi temporanei nella fascia secondaria del mercato del lavoro, quella meno qualificata e più instabile, con minori diritti e maggiore esposizione al ricatto. L’accelerazione economica di quegli anni lasciò un’ambivalenza non risolta, perché la crescita si reggeva su una produttività che aumentava più dei salari, su ritmi intensi e gerarchie dure in fabbrica, su lavori instabili soprattutto tra le categorie più fragili (donne e manodopera non qualificata).

Con gli anni Sessanta arrivò anche il progressivo riassorbimento della disoccupazione, e la classe operaia acquisì progressivamente una forza contrattuale mai sperimentata prima, soprattutto nei contesti urbani più avanzati: era giunto il momento che la Costituzione, per diventare realtà, ricevesse una spinta sociale che trasformasse quei princìpi in diritti effettivi. La stagione del conflitto e delle grandi riforme Nella seconda parte degli anni Sessanta, insieme al rafforzamento della posizione contrattuale ed economica dei lavoratori, in un’Italia già profondamente trasformata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione, accadde anche qualcosa che cambiò gli assetti sociali: nelle fabbriche e nelle scuole, nelle piazze e nei quartieri popolari, emerse una generazione che non voleva più scambiare il salario con un lavoro alienante, che chiedeva tempo per vivere, salute nei reparti, eguaglianza reale fra uomini e donne, dignità nella relazione di lavoro.

L’autunno caldo del 1969, preparato da precedenti dure vertenze e da uno spostamento a sinistra del baricentro politico, mise in campo risultati fino a prima impensabili: abolizione delle gabbie salariali, aumenti del salario uguali per tutti, riduzione dell’orario settimanale di lavoro e, soprattutto, la consapevolezza per la classe lavoratrice di essere soggetto politico e non solo massa produttiva. I governi di centro-sinistra, con la programmazione economica e la scelta di usare lo Stato per correggere gli squilibri, incontravano e recepivano quella spinta, traducendola in una inedita stagione di grandi riforme.

Tra la seconda metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta nacque il nucleo più solido dei diritti del lavoro: la legge 604/1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, escludendo la legittimità del licenziamento ad nutum; la legge 300/1970 – lo Statuto dei lavoratori – portò la Costituzione all’interno delle fabbriche, sancendo diritto di assemblea, tutele sindacali, libertà di opinione e, con l’articolo 18, il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato nelle imprese sopra i 15 dipendenti. La riforma Brodolini del 1969 alzò i minimi pensionistici, introdusse le pensioni sociali e il metodo retributivo.

La legge sulle “150 ore”, nel 1973, rese esigibile il diritto allo studio dei lavoratori; la legge 877/1973 equiparò il lavoro a domicilio a quello di fabbrica, sottraendolo a logiche di puro sfruttamento; la legge 903/1977 sancì la parità uomo-donna nell’accesso al lavoro, nella carriera e nella retribuzione. Infine, nel 1978, nacque il Servizio sanitario nazionale, universalistico e finanziato dalla fiscalità generale.

Non è retorica dire che, in quegli anni, la Repubblica italiana prese sul serio, forse come mai in altri momenti della sua storia, il dettato costituzionale, che si materializzò in una serie amplissima di riforme (in un momento in cui il termine aveva ancora un significato progressivo di allargamento della democrazia) 2. Ma la storia, si sa, non procede mai in linea retta: gli anni Settanta furono anche anni di grande instabilità economica, in cui si sommarono gli effetti della fine dell’ordine monetario di Bretton Woods, delle crisi petrolifere e dell’alta inflazione, con le conseguenti tensioni nella bilancia dei pagamenti.

In questo quadro la grande avanzata sindacale e politica dei lavoratori (di cui fu anche un riflesso la crescita di un Partito comunista ormai sulle soglie dell’accesso al governo) risultò per le classi privilegiate un elemento da tenere a bada, e in definitiva da superare. Da parte di molte imprese si puntò a frammentare e decentrare il lavoro, in un contesto in cui alcuni settori della grande industria fordista perdevano efficienza e strategia.

Con il processo di decentramento produttivo, alimentato dalla crescita della piccola impresa e dei distretti, si frammentava e spostava la produzione in ambiti dove il potere contrattuale dei lavoratori diventava più debole; queste realtà d’impresa furono nell’insieme più efficienti rispetto alle vecchie fabbriche di stampo fordista, anche perché spesso si reggevano su un maggiore sfruttamento di lavoro precario e a domicilio. Sul piano politico e poi anche sindacale, alla fine degli anni Settanta le spinte alla moderazione salariale si fecero più forti, nel nome delle compatibilità macroeconomiche.

In questo clima acquisì peso l’idea, che sarebbe diventata egemonica nel decennio successivo, del “vincolo esterno”: anziché governare lo sviluppo con la programmazione democratica e con la politica industriale, si decideva di ancorare il paese a regole sovranazionali di disciplina monetaria (con l’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo, nel 1979), nella convinzione che il rigore da solo potesse garantire stabilità e crescita; sarebbe stata la premessa della stagione in cui la precarietà da eccezione sarebbe diventata sistema. La crisi del fordismo e la riscoperta del mercato Negli anni Ottanta, in Occidente, cominciò a prendere piede la globalizzazione neoliberista, con la progressiva deregolamentazione dei mercati, la riduzione delle tutele del lavoro e dell’intervento pubblico in economia.

Anche in Italia si osservò allora la nascita di un clima generale di “ritorno all’ordine”, dove l’ordine, in questo caso, era quello delle compatibilità del mercato capitalistico. A Torino, città simbolo dell’industria meccanica, nell’autunno del 1980 la “marcia dei 40 mila” – quadri e impiegati Fiat in dissenso con la linea conflittuale del sindacato – chiudeva simbolicamente la lunga stagione in cui la classe operaia della grande fabbrica aveva occupato il centro della rappresentanza.

Nel frattempo la ristrutturazione produttiva accelerava, l’automazione espelleva addetti, la produzione si frammentava nelle filiere della subfornitura e della piccola impresa, dove la contrattazione era più sbilanciata a favore dell’azienda e la flessibilità poteva essere imposta. Dal punto di vista delle politiche economiche scelte decisive delineavano il nuovo quadro di disciplinamento.

Oltre al già menzionato ingresso nello Sme, con cambi quasi fissi, il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 toglieva alla politica la leva del controllo dell’emissione di moneta. I governi Craxi, di lì a poco, avrebbero cominciato a sperimentare (senza in realtà riuscirci fino in fondo) progetti di riforma del mercato del lavoro all’insegna della flessibilità.

La sconfitta dei comunisti e della Cgil nel referendum sulla scala mobile (1985) fu il primo passo verso la totale abolizione dell’indicizzazione dei salari all’inflazione, realizzata poco più avanti nel 1992. In un contesto di disoccupazione in crescita, furono poste tutte le premesse per quel ciclo di compressione salariale che perdura tutt’oggi, con l’Italia unico paese dell’Unione europea in cui i salari reali sono diminuiti del 2,9% dal 1990 al 2020 3.

Sul fronte delle relazioni sindacali l’inizio degli anni Novanta segnò una cesura altrettanto importante, con la concertazione del 1993 che legava i salari all’inflazione programmata, definiva due livelli di contrattazione (nazionale e aziendale), e istituiva le Rsu; in questo nuovo quadro l’inflazione sarebbe scesa, in effetti, ma la promessa di scambiare la moderazione salariale con più innovazione e più welfare fu mantenuta solo in minima parte. In questo contesto la quota dei salari sul pil continuò a calare, a vantaggio dei profitti, con la conseguente crescita delle diseguaglianze.

All’inizio degli anni Novanta si ebbero la liberalizzazione dei movimenti di capitale, l’avvio delle privatizzazioni e il Trattato di Maastricht (1992) con i suoi parametri stringenti. Le direttrici della politica economica sembravano tracciate, con la priorità assegnata alla stabilità dei prezzi e alla moderazione salariale, in uno scenario di ridimensionamento dell’intervento pubblico in economia.

Anche il primo centro-sinistra guidato da Romano Prodi, va detto, condivise tale filosofia di fondo, abbandonando la rappresentanza delle proprie classi sociali di riferimento 4. Intanto in fabbrica e nei servizi si sperimentava il “toyotismo”: produzione snella, qualità totale, gruppi di lavoro “autonomi”, just in time per abbattere scorte e costi.

La promessa, presentata come rottura dell’autoritarismo fordista, era quella della responsabilizzazione e del coinvolgimento dei lavoratori; la realtà, spesso, era una autonomia controllata, con ritmi intensi, turni pesanti e gerarchie rimodellate più che superate. In parallelo, la legislazione si orientava verso la flessibilizzazione: già negli anni Ottanta si era ampliato l’uso del contratto di formazione e lavoro e del part-time.

La vera svolta, però, si ebbe negli anni Novanta con il pacchetto Treu (1997), che introdusse la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato, poi la legge Biagi (2003) che moltiplicò le forme atipiche – job on call, job sharing, staff leasing, lavoro retribuito con i vouchers – rendendo più porosa e incerta la linea di demarcazione tra autonomia e subordinazione. In un quadro generale che può apparire a tinte fosche, va anche segnalata quella che è stata probabilmente una delle trasformazioni più “inclusive” nel mercato del lavoro – a partire più o meno dalla fine degli anni Settanta – ovvero la crescita dell’occupazione femminile: una trasformazione tra le più rilevanti e durature nel mercato del lavoro italiano, che tuttavia non ha comportato una vera parità di condizioni, come si nota osservando il perdurante gap retributivo uomo-donna, o la diffusione del part-time involontario fra le donne, in assenza di un compiuto welfare universalistico e democratico a tutela della famiglia.

La condizione fragile del lavoro negli ultimi decenni Successivamente alla fine del socialismo reale, tra i primi anni Novanta e i primi anni Duemila, si è raggiunto probabilmente il massimo apogeo della globalizzazione neoliberista. In questo frangente, l’economia italiana ha mostrato un progressivo declino, con la delocalizzazione di interi comparti tradizionali (tessile, calzature, abbigliamento), e una più accentuata specializzazione nei settori a basso valore aggiunto.

Il paese, caratterizzato da un tessuto di microimprese incapace di mettere in campo un livello sufficiente di investimenti in innovazione, ha reagito all’apertura dei mercati comprimendo salari e diritti. La crisi globale del 2008 ha reso evidente l’insostenibilità del modello capitalistico uscito vittorioso dalla caduta del Muro di Berlino.

I contraccolpi della crisi sull’economia italiana sono stati molto pesanti, e il conto, come spesso già accaduto, lo hanno pagato i lavoratori con un peggioramento degli indicatori di benessere e una disoccupazione da record, soprattutto tra i giovani, mentre il Mezzogiorno ha visto allargarsi il divario rispetto al Nord. La crisi del 2008, a differenza di quanto da molti sperato, non ha portato a un abbandono delle ricette economiche di tipo neoliberista: politiche di austerità e di compressione dei diritti sono state portate avanti – pur con varianti e accenti diversi – dai governi che si sono alternati nei dieci anni successivi alla crisi.

A fronte della crescita della disoccupazione e dei fenomeni di precarietà, non vi è stata una riforma complessiva degli “ammortizzatori sociali” capace di tutelare in modo universale tutti i cittadini. Il modello della flexecurity, sperimentato alla fine degli anni Novanta in ambiente scandinavo per conciliare la flessibilità contrattuale con la sicurezza sociale del lavoratore, non ha trovato applicazione in Italia, dal momento che la proliferazione dei lavori “atipici” non si è accompagnata a un aumento degli strumenti di sicurezza sociale, anche a causa degli stringenti vincoli di bilancio seguiti all’adozione nel 2012 del Patto di bilancio europeo (il cosiddetto Fiscal Compact), durante il governo “tecnico” guidato da Mario Monti 5.

I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, hanno continuato a ridursi dopo il 2008 a seguito dell’introduzione di ulteriori strumenti di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro, senza che si verificassero gli auspicati incrementi dell’occupazione. La legge 92/2012 (riforma Fornero), ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato, e ha completamente liberalizzato i vouchers.

Successivamente, nel 2014, il cosiddetto Jobs Act varato dal governo Renzi ha previsto da un lato il cosiddetto contratto a tutele crescenti, che ha incentivato fiscalmente le assunzioni a tempo indeterminato, ma dall’altro ha abolito di fatto per i neoassunti l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, consentendo il licenziamento senza giusta causa a fronte di un indennizzo di tipo monetario, rivelatosi almeno in parte incostituzionale. Nel 2020, in un’economia già provata dagli strascichi della crisi del 2008, è poi intervenuto un altro potente shock, la pandemia globale di Covid-19, che ha avuto pesanti ripercussioni sulle forme del lavoro e della produzione, inducendo un parziale ripensamento dei princìpi ispiratori dell’intervento pubblico, sia in Italia sia in Europa, con il varo di politiche più espansive, a partire dal Next Generation EU.

Oggi, tuttavia, al netto degli occasionali miglioramenti di breve periodo, lo scenario del lavoro è caratterizzato dal consolidarsi di una nuova “questione sociale”, dalle molteplici sfaccettature. Un lavoratore su cinque è incardinato in forme di lavoro atipiche (tempo determinato, part-time involontario, somministrazione, collaborazioni, false partite iva) 6.

I salari reali italiani, come già ricordato, sono rimasti fermi nell’arco degli ultimi decenni, al punto da fare del nostro un caso anomalo in Europa. L’inflazione successiva all’inizio del conflitto russo-ucraino ha eroso ulteriormente il potere d’acquisto, mentre i working poors – persone che lavorano e tuttavia restano sotto una soglia di reddito dignitosa, in prevalenza donne, giovani e meridionali – aumentano.

Le prospettive pensionistiche delle generazioni nate dagli anni Ottanta in avanti si assottigliano a causa di carriere intermittenti e contributi bassi. Nel Mezzogiorno il divario rispetto al resto del paese – in termini di occupazione e salari – resta inaccettabile, mentre l’emigrazione torna a essere una valvola di sfogo per molti giovani, anche qualificati.

Nel frattempo, l’economia delle piattaforme riporta in scena il cottimo e il caporalato digitale: riders pagati a consegna, logistica organizzata da algoritmi che scandiscono i ritmi, catene di subappalto che rendono opaca la responsabilità del datore di lavoro. Mentre in agricoltura e in alcune filiere dei servizi il caporalato continua a reclutare migranti in condizioni indegne, spesso alloggiati in insediamenti informali, vittime di intermediazioni illecite che comprimono salari e sicurezza.

Rimettere il lavoro al centro, oggi, significa invertire un paradigma pluridecennale e far tornare la Costituzione la nostra mappa orientativa. La strada è stretta, specialmente nel mondo attuale segnato dal caos geopolitico e dal pericolo di una guerra mondiale, ma non ci sono alternative.

Tornare allo spirito della Costituzione non significa volgere lo sguardo all’indietro con lo spirito della conservazione, ma guardare avanti in direzione di una democrazia più sviluppata, per un’alternativa a un capitalismo privo di limiti: mettendo il lavoro al centro della politica, dell’economia e della vita collettiva. ___________________ 1 Manfredi Alberti, Il lavoro in Italia. Un profilo storico dall’Unità a oggi, Carocci, 2024, p.

133. Più in generale, rimando a questo volume per un inquadramento più ampio e puntuale dei temi trattati in questa sede. 2 Un significato per molti versi opposto avrebbe assunto a partire dagli anni Ottanta.

Si veda al riguardo Paolo Favilli, Il riformismo e il suo rovescio. Saggio di politica e storia, FrancoAngeli, 2009. 3 Manfredi Alberti, op. cit., p.

213. 4 Gli anni Novanta furono anche l’epoca della retorica della “scomparsa” delle classi sociali, un’idea priva di qualunque base empirica, come ci ha mostrato recentemente Pier Giorgio Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024. 5 Eloisa Betti, Precari e precarie. Una storia dell’Italia repubblicana, Carocci, 2019, pp. 154-157. 6 Guendalina Anzolin, Simone Gasperin, 30+1.

Cifre che raccontano l’Italia: l’economia nazionale alla prova dei numeri, Castelvecchi, 2023, pp. 189-190. L'articolo Una Repubblica fondata sul lavoro? proviene da MicroMega.

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