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Mercoledì 22 aprile 2026 ore 22:01

Cultura

Grave – Donna Coniglio: sulla soglia dell’invisibile

Mercoledì 22 aprile 2026 ore 22:01 Fonte: ReWriters
Grave – Donna Coniglio: sulla soglia dell’invisibile
ReWriters

C’è sempre un momento, nell’incontro con un’opera, in cui la realtà non si spezza ma si inclina. Una micro-frattura percettiva, quasi impercettibile, che apre però a una dimensione altra.

È in quella fenditura che si attiva la reverie: uno stato di attenzione fluttuante, dove immaginazione e memoria si intrecciano senza gerarchie. Il mio incontro con Franco Losvizzero risale a un tempo sospeso, al Macro di Roma, quando lo spazio, allora diretto da Giorgio De Finis, era un vero laboratorio del possibile.

Losvizzero stava conducendo una residenza artistica e produttiva intensa, quasi totalizzante, costruita attorno alla realizzazione di materiali video ispirati all’immaginario di Hieronymus Bosch. Ma parlare di “ispirazione” è riduttivo: si trattava piuttosto di una riattivazione di archetipi, di una discesa condivisa in un immaginario visionario e perturbante.

Il corpo come superficie simbolica Molti artisti romani parteciparono con entusiasmo, offrendo il proprio corpo come superficie simbolica. Anch’io fui parte di quel processo: interamente dipinta di blu, sospesa tra una dimensione faunesca e una qualità quasi rituale, come se il corpo potesse farsi tramite tra umano e animale, tra coscienza e pulsione.

C’era qualcosa che oscillava continuamente tra il gioco e il rito, tra il carnevale e la penitenza. Un’atmosfera che ricordava il Giardino delle Delizie, ma anche certe iconografie medievali: il presepe, la colpa, la trasformazione.

Anche la presenza della mia famiglia composta dal mio compagno e dalla nostra figlia, contribuiva a rendere quell’esperienza ancora più stratificata, intima e al tempo stesso collettiva, come se si fosse temporaneamente abitata un’immagine archetipica condivisa. Da quell’esperienza non ho più smesso di seguire la ricerca di Losvizzero.

La Donna Coniglio Nel suo lavoro, la figura della Donna Coniglio emerge come un dispositivo simbolico persistente, una sorta di alter ego fluido che attraversa media e contesti diversi: performance, fotografia, video, scultura. È una figura liminale per eccellenza, che affonda le sue radici tanto nella letteratura, il coniglio di Lewis Carroll, quanto nella tradizione esoterica e alchemica.

Seguire il coniglio significa abbandonare la superficie del reale per inoltrarsi in un altrove psichico, in una geografia interiore fatta di sogni, paure, aberrazioni e memorie condivise. Questa funzione la avvicina alla figura dello psicopompo: colui che accompagna le anime, che attraversa le soglie, che rende possibile il passaggio tra mondi.

Ma è proprio su questo punto che l’installazione Grave – Donna Coniglio, presentata a Maiori all’interno del progetto “Dolce Vita. Maiori Wonder Coast / Maiori Wonder Palace”, a cura di Michele Citro (28 marzo – 21 settembre 2026), introduce uno scarto significativo.

Collocata sul frangiflutto, in mezzo al mare, la scultura, realizzata in resina, ferro e pelliccia a partire da un calco dal vero, si impone come presenza isolata e insieme vigilante. Non è immersa nello spazio urbano, ma leggermente separata, decentrata, come se abitasse una zona di passaggio tra mondi: terra e acqua, stabilità e flusso, visibile e invisibile.

E soprattutto: non conduce. La Donna Coniglio, qui, guarda.

Fissa l’orizzonte, quel limite ambiguo e sempre mobile dove cielo e mare si confondono. Un confine che non è mai davvero raggiungibile, e proprio per questo carico di tensione simbolica.

Se lo psicopompo tradizionalmente guida come Caronte o Mercurio, qui assistiamo a una sospensione della funzione: il traghettamento si arresta, il movimento si interrompe, e ciò che resta è uno sguardo. Questo slittamento è cruciale.

Perché trasforma la figura da vettore a coscienza. Da agente del passaggio a testimone del limite.

Non più colei che accompagna Psyche, ma colei che si confronta con il confine stesso, con il limen. E in questo gesto di contemplazione si apre una dimensione riflessiva: la soglia non è più solo da attraversare, ma da abitare, da interrogare.

Il titolo Grave introduce un ulteriore livello di lettura. Il riferimento alla caduta dei gravi, da Galileo Galilei in poi, allude a una legge universale: tutti i corpi cadono allo stesso modo, indipendentemente dalla loro natura.

Ma trasposto sul piano simbolico, questo principio diventa una riflessione sulla condizione umana: la caduta come destino condiviso, come attrazione inevitabile verso un centro, verso un’origine o una fine. Nel lavoro di Losvizzero, però, la caduta non è mai solo fisica.

È una caduta nell’inconscio, una discesa nelle profondità della memoria collettiva. Ed è qui che emergono gli elementi alchemici: il sale, la conservazione, il tentativo di sospendere la decomposizione, di trattenere un istante oltre il tempo.

La figura, quasi cristallizzata, sembra sottratta al divenire, come se fosse possibile fermare il momento esatto in cui il passaggio accade o potrebbe accadere. La Donna Coniglio, allora, non è più soltanto una guida.

È una sentinella. Una presenza che veglia sul confine tra ciò che conosciamo e ciò che temiamo di conoscere.

Tra il visibile e il rimosso. Tra la superficie e l’abisso.

E forse è proprio in questa sospensione che risiede la forza dell’opera: non nell’attraversamento, ma nell’indugio. Non nel viaggio, ma nell’attimo che lo precede o lo segue.

In quella pausa carica di possibilità in cui lo spettatore è chiamato non tanto a seguire, quanto a sostare. A guardare, insieme a lei.

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