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La rivoluzione sarà un pranzo di gala. Cibo e antifascismo nell’Italia del Ventennio
Tra pochi giorni sarà il 25 aprile e, come ogni anno, nelle strade e nelle piazze di tutta Italia verrà celebrata la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Discorsi, cortei, deposizione di fiori sui cippi che ricordano le gesta dei partigiani.
E cosa c’entra tutto questo con una newsletter che parla di cibo? C’entra, per ragioni che sono anche storiche.
Il fascismo, come ogni regime totalitario, aveva tra i propri elementi fondanti il controllo dei corpi e delle condizioni di vita fin dalla seconda metà degli anni Venti. Il Regime si era posto l’obiettivo di cambiare la natura stessa degli individui e di creare un “uomo nuovo”, espressione della “razza italica”.
E ciò attraverso politiche che toccavano tutti gli aspetti della vita, dal matrimonio alla procreazione, dall’educazione alla salute fisica e mentale. Quindi anche l’alimentazione.
Le restrizioni alimentari, introdotte dalle sanzioni e poi aggravate dalla guerra, furono presentate dal regime come una prova di virtù e patriottismo. La pastasciutta, nemica del Regime:
Marinetti e la Battaglia del grano Potrà forse farci sorridere oggi scoprire che per il fascismo la pastasciutta era un nemico. Nel Manifesto della cucina futurista pubblicato alla fine di dicembre del 1930, Filippo Tommaso Marinetti si lanciava in una condanna senza appello della pastasciutta definita «assurda religione gastronomica italiana» che andava, né più né meno, abolita. «A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica.
Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi.
Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo». Abolire la pastasciutta, però aveva risvolti anche più pratici e concreti: «Significa liberarci della necessità del grano estero».
Già nel luglio 1925, quando venne lanciata la cosiddetta Battaglia del grano, l’obiettivo era quello di raggiungere l’autosufficienza cerealicola. Il Regime lavorò all’aumento della resa media di grano per ettaro, ma anche al contenimento della domanda interna.
Meno pastasciutta mangiavano gli italiani e meno grano duro si doveva importare. Ma, nonostante gli sforzi, i sostituti della pasta faticarono molto ad affermarsi, o non lo fecero affatto.
Come il riso, per il quale nel 1931 venne costituito l’Ente Nazionale Risi che lanciò subito una campagna per promuoverne il consumo al di fuori delle zone di produzione. Con risultati molto deludenti, se consideriamo che il riso rimase un cibo praticamente sconosciuto fino agli anni Cinquanta.
La pastasciutta antifascista dei Cervi: un piatto di festa contro la dittatura Non è forse un caso se il 25 luglio 1943, per festeggiare la caduta di Mussolini, a Campegine, un piccolo borgo nella pianura reggiana, la famiglia Cervi scelse proprio la pastasciutta – il piatto che il regime aveva cercato di cancellare – per offrirla a tutto il paese. Sebbene fosse chiaro che la guerra non era ancora finita, dopo 21 anni di dittatura fascista Alcide Cervi e i suoi figli decisero di festeggiare. «Si procurarono la farina, presero a credito burro e formaggio dal caseificio e prepararono chili e chili di pasta», si legge sul sito dell’Istituto Cervi. «Una volta che questa fu pronta, caricarono il carro e la portarono in piazza a Campegine pronti a distribuirla alla gente del paese.
Fu una festa in piena regola, un giorno di gioia in mezzo alle preoccupazioni per la guerra ancora in corso». Qualcuno riporta le parole di Alcide Cervi, alcuni anni dopo: «Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore».
Oggi la “pastasciutta antifascista” è diventata un appuntamento fisso a Gattatico e in tutta Italia ogni 25 luglio. La cucina antisanzionista: quando l’insalata russa diventò “tricolore” Il desiderio di controllare la dieta degli italiani non dipendeva però solo dall’ideologia: c’erano anche fattori contingenti.
Il 18 novembre 1935 entrarono in vigore le sanzioni economiche contro l’Italia deliberate dalla Società delle Nazioni, antenata dell’Onu, in risposta all’attacco contro l’Etiopia. Nacque una vera e propria “cucina antisanzionista” con tanto di rubriche sui giornali, riviste specialistiche, pubblicazione di libri e ricettari.
Le massaie vennero arruolate nella “resistenza” contro le forze straniere e dalla loro postazione – i fornelli – diventavano alfiere di sobrietà, nuova parola d’ordine del Regime. L’aspetto più folkloristico di questa fase è senza dubbio la reinvenzione del vocabolario, che doveva espellere i termini stranieri: il menu diventava “la lista”, il cocktail “polibibita”, il dessert “peralzarsi”, il paté “pasticcio” e così via.
Sulla Domenica del Corriere del 16 febbraio 1936 si affronta una questione spinosa. Come leggiamo in Quando il fascismo dettava la dieta di Enzo Laforgia, i lettori appresero che dietro una pietanza ben nota in Italia si celava nel nome un pericoloso virus che nel nostro Paese era stato debellato nel 1922.
E quella pietanza era l’insalata russa. «Tutti conoscono questo piatto dai molti ingredienti amalgamati in una pasta densa e piccante: salsa di uovo (maionese), patate, carote, cetriolini, piselli, peperoni, ecc. Bisogna dire che, come simbolo di… confusione il nome è indovinato!
Ma noi possiamo tener conto della sua triplice colorazione (il bianco della salsa e delle patate, il rosso delle carote e dei peperoni, il verde dei piselli e dei cetriolini) e chiamarla tricolore. Quando la nuova denominazione (insalata tricolore) avrà soppiantato la vecchia, i più restii si accorgeranno che l’insalata è sempre la stessa, e che anzi ha perduto quel certo tanfo… bolscevico!».
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Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Bisettimanale Anteprima Karkadè, cicoria e banane coloniali: i surrogati alimentari del fascismo Ma non erano solo i termini stranieri a dover essere evitati. Anche i prodotti alimentari di importazione occorreva abbandonare, a partire dal tè, che veniva sostituito dal karkadè arrivato dalle colonie.
Più difficile fu vietare il consumo di caffè, già molto radicato nel Paese. I surrogati erano vari e spesso scadenti: al posto del caffè divenuto quasi introvabile si utilizzavano l’orzo mondo, la ghianda e il fico.
Andò di moda il caffè di cicoria, fatto nella “napoletana” riempita a metà e venduto nelle varietà Extra, Cammello e Suora. Un decreto dell’agosto 1939 vietò la vendita del caffè ai privati.
Il Resto del Carlino commentò scrivendo che «il caffè è più un’abitudine che una necessità» e consigliò infusi di malva, tiglio o violetta. In quegli anni fece la comparsa nelle case degli italiani un frutto che, arrivando dalla Somalia, poteva essere considerato “italiano”: la banana. «Mangiare banane era un atto patriottico: dimostrava fiducia nelle nostre colonie e nelle attività commerciali connesse», scrive Giampaolo Dossena nel suo libro di memorie Mangiare banane. «Alla mattina ricevevo una moneta, e compravo una banana. […] Così facevano altri bambini.
I poveri e gli antifascisti non mangiavano banane». Celebrate per le loro proprietà nutritive e rese accessibili dai prezzi calmierati del monopolio statale che ne gestiva produzione e vendita, le banane furono arruolate nella battaglia per l’autosufficienza alimentare.
I cappelletti del 1° maggio: quando i fascisti rovesciavano le tovaglie Eppure tutta questa retorica della sobrietà e del sacrificio patriottico andava a colpire una popolazione che non aveva il problema di mangiare troppo, ma quello di mangiare ogni giorno. I dati del censimento del 1931 riportati da Laforgia sono impietosi.
Il 29,7% degli italiani viveva in condizione di povertà. Nel 1938 un italiano su tre era sottonutrito.
La carne – di pollo e di coniglio – era un lusso riservato a pochi giorni all’anno. Quelli di festa.
Ed è proprio uno di quei piatti di festa a chiudere questa storia, con la forza di una testimonianza diretta. Nelle famiglie socialiste di Reggio Emilia, dall’inizio del Novecento, i cappelletti in brodo si preparavano non solo a Natale ma anche per festeggiare il 1° maggio.
Una tradizione che precede il fascismo, e che il fascismo cercò di spezzare: i militanti sapevano che nelle case delle famiglie sospettate andavano a controllare cosa c’era in tavola proprio all’ora di pranzo del 1° maggio. «A casa mia, io ero un ragazzo che stava per compiere i 5 anni, cioè nel 1922, venne questa squadra di fascisti, che mi impaurì, io, le mie sorelle, mia madre e anche mio padre stesso», racconta il partigiano Oddino Cattini in una testimonianza raccolta da Istoreco. «Hanno visto che c’erano i cappelletti sulla tavola, e portavano rancore che mio padre non smetteva di pensarla ancora da socialista, hanno preso il lembo della tovaglia, trascinando tutto quello che era sopra, e buttando tutto a terra. E di conseguenza bastonavano anche mio padre stesso, sotto le grida mie, delle mie sorelle e di mia madre:
“Basta, basta, lasciatelo stare, smettetela”, ma, finché è parso a loro, questo ha continuato». Il cibo non è mai solo nutrimento.
È memoria, identità, appartenenza. Il fascismo lo sapeva e cercò di usarlo.
Anche il popolo lo sapeva, e lo usò dall’altra parte. Oggi che si torna a parlare di “sovranità alimentare” e di cucina come identità nazionale, forse vale la pena ricordare da dove viene questa retorica, e cosa ci ha fatto l’ultima volta.
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