Politica
25 aprile, è stata una grande festa inclusiva di popolo malgrado qualche bandiera usata per criminalizzarla
Perché dopo ottantuno anni migliaia e migliaia (non vado più in là, perché in questi casi i conti nessuno può farli davvero) di persone si ritrovano ancora, insieme, a celebrare la Liberazione? A Milano, a Roma, in tante altre città, nei paesi, nei quartieri dove al muro di una casa è rimasta infissa la lapide che ricorda un partigiano ucciso dai nazifascisti o attorno a un monumento che di morti assassinati può ricordarne molti di più?
Persino nei teatri dove si raccontano quelle storie passate o si cantano le canzoni di quei tempi… Forse da questa banale evidenza, prima di alzare la voce per reclamare la “riforma” del 25 Aprile o per decretarne lo stato comatoso, si dovrebbe cominciare per parlare di “25 Aprile”, anche di quest’ultimo 25 Aprile, autentica festa, malgrado gli spari di Roma o il “caos” (diciamo così, usando un eufemismo) di Milano. Non è successo nulla o quasi: niente spranghe, niente bastoni, niente idranti, niente cariche della polizia, solo una eterna attesa sotto il sole.
Grida sì, ma ancora non è un reato gridare “vergogna” oppure “Palestina libera” di fronte alle bandiere dello Stato di Israele (che sono altra cosa rispetto a quelle della cosiddetta Brigata ebraica, assurta ormai a maschera di intenzioni ben lontane dalle idealità, non tutte ovviamente, di quella esperienza) o dello scià di Persia, ispiratore di una catena lunghissima di delitti, in una gara di ferocia repressiva con gli ayatollah, di fronte ai ritratti di Netanyahu o di un Pahlavi qualsiasi o ai cartelli che inneggiavano a Trump. Parliamo di chi è sceso in piazza, come dice Anna Foa Vale quanto ha detto Anna Foa, intervistata da Repubblica:
“Il 25 aprile è stata una giornata di festa e di straordinaria memoria per centomila persone a Milano. Ed è innanzitutto alla difesa dei sentimenti più puri di chi è sceso in piazza pacificamente che dobbiamo dare la priorità…”.
Sintesi perfetta. Peccato che qualcuno abbia fatto il possibile per guastarla questa giornata, a cominciare da chi si è “infiltrato” in testa al corteo sventolando bandiere (c’era stato un accordo con il Comitato antifascista milanese perché rimanessero negli armadi) che inevitabilmente ricordavano il genocidio di Gaza o i massacri con relativa conquista delle terre in Cisgiordania.
In capo a tutti con megafono c’era il celeberrimo “definisci bambino”, presidente della federazione amici di Israele, colui che nel corso di una trasmissione televisiva ad Enzo Iacchetti, che citava bambini di Gaza uccisi, mutilati, affamati, rispose appunto “definisci bambino”, alla ricerca di un parametro che giustificasse il genocidio di una infanzia. In testa ad un gruppetto di un centinaio di sostenitori aveva preteso di bloccare la manifestazione.
“Noi non ci muoviamo”, proclamava in faccia all’ex parlamentare del Pd, Emanuele Fiano, evidentemente consenziente. Non c’erano ProPal (anche in questo caso: è un delitto invocare la difesa dei palestinesi?), non c’erano i ragazzi dei centri sociali, rimasti alla coda.
C’erano solo persone animate dai “sentimenti più puri”, indignate dalla presenza di simboli che poco avevano a che vedere con la storia e con gli ideali della Resistenza. C’erano giovani, vecchi, bambini (indubbio che fossero “bambini”, sospinti dai genitori nelle loro carrozzine), cordoni di poliziotti accaldati in tenuta antisommossa, e alle spalle un corteo di migliaia che premeva per raggiungere piazza del Duomo.
Indietro, un gruppo di ebrei che recavano i loro striscioni. Uno di questi diceva:
“Cessate il fuoco. Voci ebraiche per la pace”.
Un altro: “Ebree e ebrei contro il fascismo in ogni tempo e luogo”.
Firmati Laboratorio ebraico antifascista e Mai indifferenti. Nessuno li ha contestati.
Anzi, sono arrivati gli applausi. Alla fine quelli guidati da “definisci bambino” sono stati invitati dalla polizia a rinunciare e si sono avviati per una via laterale.
Fiano ha sentito qualcuno gridare: “Dovevate diventare tutti saponette”.
Ma lo ha sentito solo Fiano e di lui certo non c’è da dubitare. Niente altro.
Conclusione sotto il sole in una città dei centomila in nome del 25 Aprile e di tanti altri, turisti d’ogni luogo a caccia di gadget, sotto il segno del Salone del mobile. Malgrado tutto, malgrado le diffamazioni di alcuni (il presidente delle comunità ebraiche, Walker Meghnagi, di simpatie meloniane, ha accusato l’Anpi di fomentare l’antisemitismo) la partita di sabato pomeriggio si è chiusa senza morti e feriti, salvo un incrocio tumultuoso e pericoloso di accuse e controaccuse per annegare nell’ambiguità e nella banale propaganda, nelle lacerazioni e pure nella stupidità, una questione molto semplice: una provocazione nella certezza di incidenti (si è sentito “definisci bambino” sperare nei manganelli, per punire gli “oppositori”).
Milano, Piazza Duomo (Copyright Emadeca / Enriquez / IPA) La bandiera di Israele usata per tentare di criminalizzare il 25 aprile Malgrado tutto è stata una festa, che conferma la vitalità di una storia di ottantuno anni e che in fondo smentisce le invocazioni alla “novità” di alcuni e le sentenze di “fine vita” di altri. La cronaca di sabato (e di tanti altri 25 Aprile, uno diverso dall’altro) continua a dimostrare la virtù inclusiva della Resistenza e della sua festa, celebrata tra le bandiere di tanti colori, tutte accolte purché rappresentino pace, libertà, democrazia.
La bandiera di Israele esprime oggi una volontà di potenza, in ragione della quale il governo di un “criminale” sta conducendo una guerra atroce, con l’appoggio o nella indifferenza di altri paesi, Stati Uniti ed Unione europea in primo luogo. Ma la bandiera di Israele è stata pure usata in un tentativo maldestro di criminalizzare il 25 Aprile.
In fondo basta leggere i nostri giornali, solidali nel rappresentare al solito in modo vistoso ed esclusivo un incidente piuttosto dell’altro, negando la realtà di un popolo e di molti giovani, che escono di casa per dimostrare ancora quanto si riconoscano nei valori della lotta di Liberazione e della Costituzione. Contro gli sforzi della destra di riscrivere la storia, con la complicità tra gli altri del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che vorrebbe insieme, sullo stesso piano, partigiani e repubblichini di Salò, e persino di quello sparatore vestito di nero che ha voluto colpire chi in piazza a Roma si era presentato con il fazzoletto rosso dei partigiani al collo, per ammonire tutti gli altri.
Leggi anche: La democrazia esiste perché hanno vinto i partigiani: la verità che La Russa e i fascisti non hanno mai voluto accettare L'articolo 25 aprile, è stata una grande festa inclusiva di popolo malgrado qualche bandiera usata per criminalizzarla proviene da Strisciarossa.