Politica
Il caso Venezi è la prova del clamoroso fallimento della cultura della destra
La vicenda che ha travolto la maestra d’orchestra Beatrice Venezi, chiudendo la sua appariscente ma ben poco produttiva parentesi di direzione musicale della Fenice, è soltanto l’ultimo – in ordine di tempo – fallimento dell’approccio alla cultura della destra italiana. Si tratta, naturalmente, di un epifenomeno rivelatore di una ben più profonda sua incapacità di dare vita almeno ad un tentativo di egemonia culturale, sostituendosi a quella della sinistra (anch’essa oggi assai fragile).
In questo fallimento tornano, puntualmente aggrovigliati, i nodi irrisolti della destra. Nodi fatti di un complesso d’inferiorità rispetto al mondo culturale e alla sinistra in generale, di consapevolezza di una inettitudine e della incapacità di plasmare un approccio originale e autonomo alla cultura.
Beatrice Venezi (Foto Felice Calabrò) La destra si è dimostrata incapace di fare vera cultura È una condizione che ha radici profonde, come ben scriveva Valerio Renzi in un saggio di appena un anno fa, Le radici profonde. la destra italiana e la questione culturale (Fandango, 2025). La cultura è stata vissuta come un pianeta alieno, imperscrutabile, ostile dalla destra italiana.
E, nonostante le dichiarate – ma forse sarebbe meglio dire, sussurrate – pretese di un cambiamento d’epoca, di fine del ciclo egemonico della sinistra, la destra si dimostra inane, incapace anche soltanto di trasferire sul piano culturale la conquista e il consolidamento del potere assoluto che in altri ambiti ha avuto, finora, un certo effetto. Insomma, senza riuscire a liberarsi dei fardelli “neri” del passato, la destra ha tentato di riappropriarsi del campo alieno, attraverso non tanto discorsi, bensì chiacchiere di altri, fallendo miseramente.
La cultura come immagine, glamour, un po’ di parole d’ordine – alquanto confuse nella dizione del suo attuale interprete massimo, il ministro Giuli – mescolate a retorica dozzinale: qualcosa di insipido e insostenibile, che richiama una sorta di Renzi sound, che almeno il politico di Rignano sull’Arno talvolta riusciva a rendere divertente fino al ridicolo, che non ha funzionato. Perché non è riuscita a realizzare una produzione culturale autonoma, strutturata politicamente, una proposta convincente e sostitutiva della pure tramontante egemonia della sinistra.
La miseria intellettuale delle elaborazioni teoriche, il vuoto spinto dietro l’immagine, senza alcun elemento identitario culturale (non etnico, ideologico, nazionalistico) è quello che sta dietro la crisi veneziana della Venezi, ridicola perché lei accusa di incompetenza familistica i “suoi” orchestrali quando, in tutta evidenza, emerge fin dal curriculum la sua inadeguatezza a dirigere, finanche a comprendere, una istituzione culturale di quel livello. Siamo lontani anni luce dall’egemonia culturale di gramsciana memoria, che pure in qualche momento la destra ha paradossalmente evocato.
Una distanza abissale perché la destra è completamente ignorante del fatto che Gramsci è stato sì l’interprete di una nuova teoria generale del e nel marxismo, ma caratterizzata prima di tutto da una sua interpretazione creativa e innovativa della stessa teoria marxiana, per costruirne una base culturale solida fatta di contaminazioni con culture diverse, come anche con le culture autoctone distanti da quella comunista. Quello che è mancato, da un secolo a questa parte, alla destra italiana è la visione di un punto su cui fare leva per un cambiamento della società italiana, una seria e profonda riflessione sul tema dei diritti umani e di genere, un progetto sul pluralismo identitario che non si fondi sull’esclusione e sulla prevaricazione.
Tutto ciò che la destra ha fatto nel governo delle istituzioni culturali (musei, biblioteche, teatri), nella gestione dei beni culturali, artistici e ambientali è stato caratterizzato da superficialità, retorica, volontà di potere e ossessione per il consenso. Questa impostazione fatalmente si trasforma in un fallimento perché questo approccio è consustanzialmente opposto a tutto ciò che chiamiamo e intendiamo per cultura.
E, in secondo luogo, perché è una impostazione che non fa i conti con la necessità vitale che ha la cultura occidentale fondata sull’universalità dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità di rinnovarsi per (soprav)vivere. Due limiti strutturali dell’approccio della destra che evitano, con una sorta di vade retro Satana, l’apporto degli intellettuali, del loro ruolo e della loro funzione civile.
Questa estraneità o, addirittura, odio verso i lavoratori dell’intelletto ha, appunto, radici profonde. Se escludiamo un breve periodo agli inizi del Ventennio, quando nel fascismo – più ai suoi margini che, ovviamente, nel suo centro – gruppi di giovani intellettuali radunati attorno ad alcune riviste, nei gruppi universitari (Guf), in alcuni settori professionali, negli indirizzi artistici e letterari, avevano avviato un lavoro di ridefinizione dell’identità culturale della destra.
Ma dalla partecipazione del regime alla guerra di Spagna e successivamente dalle leggi razziali in poi, la destra è sempre stata incapace di una proposta culturale di respiro sul ruolo degli intellettuali. Il ministro Alessandro Giuli Una visione provinciale, nazionalista e razzista Oggi, come nel Ventennio e ancor di più negli anni del dopoguerra fino a tutti gli anni ‘70-’80, la destra, anche quella sociale, è rimasta bloccata nella sua visione provinciale, nazionalista, razzista, monolitica, rifiutando l’idea stessa della dialettica, del confronto con la diversità culturale, dell’uscita da una logica reazionaria, diversa anche da quella “costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni” che fu il segno distintivo del Manifesto di Giovanni Gentile nel 1925 e opposta da quella separazione fra politica e cultura e scienza che pure era il modello culturale non di un pericoloso rivoluzionario, quale era Benedetto Croce.
Qui la destra avrebbe potuto riprendere il filo per dotarsi di un’idea della cultura e portarla fino nostro secolo. Avrebbe, addirittura, aiutato involontariamente la sinistra a cercare un progetto anch’esso innovativo e proiettato in avanti rispetto alla crisi della cultura europea che oggi attraversiamo e che è, inevitabilmente, anche crisi della cultura della sinistra.
Invece la destra è rimasta arenata tra la becera rievocazione passatista fatta di omofobia, xenofobia e la smania di potere da consolidare attraverso la gestione di nomine, favori e occupazione autoritaria degli spazi della cultura. Ma l’egemonia culturale è tutta un’altra cosa.
Richiede una dialettica autocritica, una rottura vera con il passato, una capacità di discussione e di distacco dal potere fine a se stesso per cercare nuove strade. Un po’ quello che, da altra sponda, ha fatto Pasolini che, infatti, ancora oggi è fonte di straordinaria vitalità e attualità culturale: pensiero critico, contraddizioni, dialettica, non il mainstream da talk show e tanto meno i servi sciocchi del potere, sono il fulcro di un vero progetto culturale.
I cinema, il cinema; i teatri, il teatro; i libri, le biblioteche; la musica, le biblioteche o diventano e vengono concepiti come infrastrutture e attività fondamentali per la formazione delle persone; creative e non ripetitive; critiche e non omologate; rivoluzionarie e non conservative né tanto meno reazionarie… oppure è tutto inutile. Non c’è potere che tenga: non si salva né la destra né il Paese.
La destra italiana di governo si è dimostrata incapace e inadeguata al ruolo e, addirittura, alle pretesa ambizione di cambiare la società italiana e la sua cultura. Meno che mai di costruire una nuova egemonia culturale.
Antonio Gramsci lo aveva capito e per questo il Fascismo lo considerò, a ragione, il suo peggior nemico. Con tutto il rispetto, Alessandro Giuli, credo, fatichi a comprendere se stesso; figuriamoci a creare egemonia culturale.
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