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La resistenza al tempo dell’assalto estremista alla democrazia e al diritto internazionale

Venerdì 24 aprile 2026 ore 19:15 Fonte: Valigia Blu
La resistenza al tempo dell’assalto estremista alla democrazia e al diritto internazionale
Valigia Blu

Per anni movimenti, partiti e think tank dell’estrema destra hanno trovato riparo dietro parole molto più innocue di ciò che stavano pianificando davvero. “Populismo”, “sovranismo”, “anti-establishment”: etichette utili a darsi l’aspetto del buon senso tradito dalle élite.

Oppure hanno indossato la maschera dei “valori tradizionali” da difendere contro nemici costruiti attraverso i loro stessi apparati di propaganda (come il “woke” o l’ideologia “gender”). Dove queste forze sono andate al potere, quella rappresentazione è stata sopraffatta dall’asfissia dello Stato di diritto.

Le democrazie liberali hanno conosciuto, dal dopoguerra in poi, fasi di repressione e arretramento; i rischi per le libertà fondamentali vanno di pari passo con il loro esercizio, poiché, se qualcosa abbiamo imparato, è che esse non sono conquiste eterne e immutabili. Oggi si trovano davanti a una combinazione particolarmente aggressiva: partiti e leader che si legittimano a vicenda oltre i confini nazionali, governi che normalizzano l’eccezione, oligarchi e grandi aziende tecnologiche che hanno tutto l’interesse a ridurre controlli, trasparenza e vincoli pubblici.

La vittoria di Trump ha inferto a questo processo un’accelerazione brutale. Ha imposto un mondo dove le guerre non hanno nemmeno bisogno di un pretesto.

In Ucraina, la guerra d'aggressione russa è entrata nel suo quinto anno e Mosca continua a colpire infrastrutture civili e strategiche. In Medio Oriente, Gaza resta il luogo in cui il collasso del diritto internazionale appare più evidente, mentre il conflitto si allarga e si intreccia al Libano e all’Iran.

La guerra in Ucraina non è lontana, è in anticipo: cosa resta dell’Europa se ci abituiamo all’orrore Dentro un mondo segnato dalla guerra, dalla demolizione del diritto internazionale e dalla crescente impunità dei più forti, l’estrema destra si è concretizzata nel suo stadio finale: la forma politica più coerente con questo tempo. Ora che quel mondo esiste davvero, si mostra per ciò che è.

Un incubo. La promessa di sovranità si rovescia in dipendenza dalla forza altrui.

La promessa di stabilità si rovescia in caos permanente. La promessa di protezione si rovescia in esposizione continua alla violenza, al ricatto, alla paura.

Per questo le prime crepe hanno un significato che va oltre i singoli paesi o le letture degli specifici contesti politici. La sconfitta di Orbán in Ungheria pesa perché colpisce uno dei laboratori più importanti per l’illiberalismo europeo e il movimento MAGA, un modello esibito per anni come prova che si può svuotare una democrazia dall’interno e vincere comunque, senza bisogno di carri armati o esecuzioni.

Le difficoltà di altre destre di governo o di opposizione contano per la stessa ragione. Inizia a rompersi l’idea che questa onda sia uno tsunami inarrestabile, e che il consenso sia lo “spirito del tempo”.

L’illusione sovranista si vede anche nel fatto che sia stato un politico conservatore, Péter Magyar, ad annunciare la volontà di far tornare l’Ungheria nella Corte penale internazionale. Il bagno di realtà per leader come Netanyahu e Putin, che avevano attivamente sostenuto la campagna di Orbán, tra endorsement e ingerenze da guerra ibrida, è stato quanto mai brusco.

Dopo Orban, il prossimo sarà Trump In queste crepe, stanno trovando spazio nuove forme di mobilitazione e resistenza. Negli Stati Uniti, le manifestazioni No Kings e la resistenza in città come Minneapolis mostrano che alla militarizzazione del potere si può ancora opporre una risposta collettiva, mentre per le elezioni midterms cresce a dismisura il numero di giovani americani che si registra per votare.

Nuovi leader politici sorgono da una sponda all’altra dell’Atlantico, capaci di parlare a quella rabbia e a quella frustrazione alimentate per spaccare e meglio dominare. Là dove è possibile ancora esprimersi attraverso le forme democratiche, vince il bisogno di aumentare la capacità di azione e di respingere indietro l’ondata nera.

In Francia, alle elezioni municipali di marzo, il Rassemblement National non è riuscito a conquistare nessuna grande città. Era un passaggio importante, perché avrebbe dovuto segnare il salto da forza nazionale a potere locale stabile, radicato.

Non è successo. In città come Marsiglia si sono costruiti argini, anche imperfetti, anche tattici, ma efficaci nel fermare quella avanzata sul terreno amministrativo, quello che trasforma il consenso in governo quotidiano.

In Italia, la sconfitta della maggioranza al referendum sulla giustizia ha prodotto un effetto simile, addirittura ribaltando pronostici che davano il “Sì” in netto vantaggio. Quando una riforma trasformata in referendum sulla premier viene respinta, salta l’idea che il potere sia autosufficiente, e che il voto debba semplicemente apporre un bollino all’evidente., Ancora negli Stati Uniti, figure che negli ultimi anni hanno contribuito a costruire e amplificare l’universo trumpiano — come Tucker Carlson o Joe Rogan — si stanno smarcando.

I topi hanno già capito di dover abbandonare la nave insieme al proprio pubblico di riferimento. È finito il tempo dell’inerzia, delle commemorazioni o dei settarismi: la “resistenza” è sempre più un attrito politico teso a proteggere e ricostruire le comunità.

Il 25 aprile è una domanda politica che interroga il presente, fin nei nostri quartieri. La risposta non è né semplice, né univoca, né tanto meno scontata.

Non ha senso illudersi che la marea cambi in modo lineare, pulito, rassicurante. Non succede così nella Storia.

Quando un ciclo si spezza, emergono caos, contraddizioni, residui del mondo che arretra, vecchie carcasse trascinate a riva insieme a ciò che prova a nascere. È già accaduto, e accade di nuovo.

Ma proprio questo disordine dice che è possibile tracciare una rotta da mantenere. Il 25 aprile resta vivo finché riesce a ricordarci questo: che la storia non cambia da sola, che nessuna deriva è irreversibile, e che anche nelle fasi più confuse non bisogna soltanto scegliere da che parte stare, ma proteggere quello spazio.

Come scritto dalla fotogiornalista e paramedica ucraina Karolina Chernoivan, “la resistenza non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana fatta di competenze, rinunce, ostinazione e amore”. (Immagine anteprima via Digital Mom Blog)  

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