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Dalle aule al Cpr in Albania. L’incontro tra Medihospes e l’Università di Scutari
Nei centri per migranti in Albania potrebbero presto lavorare studenti dell’Università statale di Scutari. I rappresentanti della cooperativa sociale Medihospes, che gestisce le strutture di Shëngjin e Gjadër, hanno infatti incontrato a fine febbraio 2026 il rettore dell’Ateneo per discutere i contenuti di un accordo che dia forma alla collaborazione.
Un meeting che arriva alla vigilia di un giro di boa decisivo: dopo quasi due anni in cui le “colonie penali” sono rimaste in gran parte vuote, il Governo Meloni spera che l’impasse giuridico e operativo che ne ha impedito il funzionamento venga superato con l’entrata in vigore a giugno del nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo. In base al nuovo Patto, infatti, le maggiori possibilità di ricorrere a procedure accelerate per i richiedenti asilo, l’armonizzazione per tutti gli Stati membri dell’Ue nella definizione dei Paesi di origine sicura e l’adozione di un elenco unico sui Paesi terzi sicuri potrebbe ridurre gli ostacoli procedurali che hanno frenato l’accordo tra Italia e Albania, nel contesto di una politica che mira a una selezione e un'analisi più rapida delle domande e la successiva espulsione delle persone nel più breve tempo possibile.
Il condizionale è d’obbligo ma l'urgenza di prepararsi a un eventuale funzionamento a pieno regime dei centri sembra aver iniziato a preoccupare Medihospes, l’ente che ha vinto l’appalto da 133 milioni di euro per la fornitura dei servizi. In un post pubblicato il 26 febbraio di quest'anno sul profilo Facebook di Tonin Gjuraj, il rettore dell’Università “Luigj Gurakuqi” di Scutari, si dà notizia dell’incontro tra alcuni rappresentanti della cooperativa con le figure apicali dell’Ateneo per discutere proprio di una potenziale collaborazione che coinvolga gli studenti all’interno dei centri. [caption id="attachment_243783" align="aligncenter" width="454"] Il post sul profilo del rettore Tonin Gjuraj in cui viene dato l'annuncio della collaborazione tra Medihospes e l'Università di Scutari[/caption] Gli iscritti al secondo anno delle lauree magistrali in Giurisprudenza, Lingue straniere, Scienze dell’infanzia e Psicologia avrebbero l'opportunità di sviluppare la propria esperienza professionale all'interno delle strutture, contribuendo al contempo a quella che viene definita “una buona causa sociale”.
Si legge poi che se l'accordo dovesse essere formalizzato con la firma di un contratto, gli studenti potrebbero iniziare a fare ingresso nei centri a partire da giugno. “Data entro la quale i centri -prosegue il post- dovrebbero essere pienamente operativi e pronti”.
Tanti elementi incerti accompagnano però l’annuncio fatto sui social media. Medihospes non ha risposto alle nostre richieste di chiarimenti tra cui quella di conoscere la "fonte" su cui si basa la "certezza" dell'apertura a pieno regime delle strutture tra pochi mesi.
Ed è importante notare le tempistiche: il post è del 26 febbraio, un mese esatto prima dell’approvazione del Parlamento Ue della proposta del nuovo Regolamento sui rimpatri. L'adozione di questo nuovo pacchetto di leggi è stata definita dal think tank Ceps con sede a Bruxelles un passo preoccupante che "ICE-rizzerà" la politica migratoria europea, andando ben oltre la detenzione amministrativa per come la conosciamo oggi e aprendo la strada alla creazione di centri di rimpatrio in Paesi extra-Ue.
Ma questo, come detto, è avvenuto dopo l'incontro e non è chiaro a che cosa si riferisse Medihospes rispetto al funzionamento a pieno regime delle strutture. [caption id="attachment_243782" align="aligncenter" width="1024"] Le foto pubblicate sul profilo dell'Università di Scutari dell'incontro tra i rappresentanti della Cooperativa sociale Medihospes e il rettore dell'Ateneo[/caption] Restano dubbi, poi, sul motivo per cui Medihospes dovrebbe coinvolgere studenti piuttosto che personale professionale qualificato e soprattutto con quale inquadramento (tirocinanti, volontari o veri e propri dipendenti) questi verrebbero strutturati nell'équipe di lavoro. I rappresentanti dell’Università, interpellati da Altreconomia, hanno sottolineato che le interlocuzioni sono in una fase iniziale e che non vi è ancora alcun accordo formale.
Questa serie di eventi e di sviluppi normativi solleva interrogativi sulle modalità con le quali nella struttura di Gjadër ci si sta preparando a una possibile operatività a pieno regime. E non è noto, ad oggi, che cosa farà l’Italia.
Gli Stati membri sono tenuti a preparare dei Piani nazionali di attuazione che delineano come intendono realizzare i necessari cambiamenti legislativi, tecnologici e infrastrutturali prima dell'entrata in vigore del Patto a metà giugno 2026 ma il governo non ha ancora reso pubblico quello italiano. Altreconomia è in attesa di ottenerlo dal Viminale dopo la vittoria al Tribunale amministrativo regionale del Lazio.
Nonostante tutti questi sviluppi giuridici che sembrerebbero agevolare il funzionamento del modello Italia-Albania, la legittimità dei centri rimane poi sotto esame da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea, chiamata a pronunciarsi sulla legalità dell’utilizzo delle strutture come Centri di permanenza per il rimpatrio in cui trasferire persone già in detenzione dall’Italia. Il 23 aprile l'avvocatura della Corte si è espressa favorevolmente stabilendo che l'accordo tra Roma e Tirana è compatibile con il diritto europeo a patto che siano rispettati i diritti delle persone "trattenute".
Questo parere non è vincolante e i giudici sono chiamati a pronunciarsi entro giugno. Ma in ogni caso il procedimento in corso non ha fermato il Viminale.
A febbraio, come abbiamo raccontato, circa 80 migranti sono stati portati in due gruppi tramite voli charter, portando il numero totale dei trattenuti a circa 90, la cifra più alta registrata dall'apertura dei centri. Parlamentari e membri della società civile che hanno visitato le strutture il 26 febbraio sono rimasti “sorpresi” del fatto che il governo non solo non avesse sospeso i trasferimenti ma addirittura li avesse aumentati ancora in attesa della sentenza della Corte.
Non solo. A metà febbraio il Tribunale di Roma ha poi condannato il ministero dell’Interno a risarcire un cittadino algerino di 50 anni perché il trasferimento in Albania “ha inciso direttamente sui diritti fondamentali convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”.
L’uomo era residente in Italia da quasi vent'anni. "Colpisce la presenza a Gjadër di un gran numero di persone che avevano un'occupazione regolare in Italia, hanno perso il lavoro e, di conseguenza, hanno perso anche il permesso di soggiorno -sottolinea Giorgia Jana Pintus, responsabile advocacy dell’Arci e parte del team che ha svolto il monitoraggio-.
Persone che in precedenza erano integrate nel tessuto sociale ed economico, ora trasferite a forza in Albania. Inoltre due trattenuti intervistati hanno confermato di essere stati portati per la seconda volta nella struttura, a dimostrazione della natura propagandistica e dannosa del meccanismo".
Questi trasferimenti si stanno svolgendo all'interno di un dibattito pubblico sempre più polarizzato, in Italia e non solo, in cui continuano a essere ampiamente documentate gravi violazioni contro i migranti nei Cpr italiani. L'idea degli "hub di rimpatrio" da istituire in Paesi terzi attraverso accordi con gli Stati membri dell'Ue è molto simile alla seconda fase dell'accordo Italia-Albania.
La ripresa dei trasferimenti, in assenza di una sentenza definitiva da parte della Corte, sta così instaurando un modello pericoloso in cui i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica sono normalizzati. E magari, con l’attuazione del Patto Ue, i centri di Shëngjin e Gjadër potranno essere replicati in altri Paesi e su larga scala. © riproduzione riservata L'articolo Dalle aule al Cpr in Albania.
L’incontro tra Medihospes e l’Università di Scutari proviene da Altreconomia.