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Decifrare il fascismo
Malgrado l’acclarata malvagità assoluta del Ventennio fascista, conviviamo da decenni con il senso comune di una sua presunta bontà parziale e con una infinità di sciocchezze, forzature, manipolazioni che la cultura democratica del nostro Paese non è (ancora) riuscita a sradicare. Anzi.
Oggi è forte il rischio che quel senso comune si strutturi ed acceda ad ambiti del discorso pubblico dai quali per decenni era stato tenuto a distanza di sicurezza. La data del 25 aprile non smette di segnare la dialettica politica e le contrapposizioni anche strumentali.
Il 25 aprile resta una data fondamentale per il nostro Paese nella riconquista della libertà e della democrazia. Tuttavia, occorre evitare di cadere nella trappola delle sterili opposizioni, individuando le modalità migliori per continuare a conservare la memoria di coloro che diedero la vita per la libertà di noi tutti.
Serve una serena ed onesta rilettura di quel periodo. Senza farsi condizionare dal doverci schierare da una parte o dall’altra, ma nel doverci porre nella condizione di capire meglio cosa successe e perché.
Questo noi lo dobbiamo soprattutto alle nuove generazioni quando ci chiedono notizie dei protagonisti di quel periodo, del perché delle loro scelte in quella difficilissima situazione. Pietro Scoppola, storico cattolico, nel 1995 in occasione dell’anniversario dei primi 50 anni della Festa della Liberazione scrisse: «L’idea di trovare nel 25 aprile, e in ciò che significa, il fondamento di una storia comune non annulla i contrasti e neppure il persistere di differenti sentimenti e interpretazioni della storia nazionale, ma vuole essere antidoto a quella mentalità del processo al passato che avvelena la vita politica e culturale italiana».
Umberto Eco nel 1995 alla Columbia University di New York tenne una lezione sul “fascismo eterno”, riflettendo sinteticamente sulle analogie tra il fascismo storico e i neofascismi successivi, e in particolare sul fascismo come categoria “metastorica”; un archetipo culturale e politico definito da alcune caratteristiche persistenti, che si possono ritrovare anche in certe tendenze del populismo contemporaneo[1]. Il forte spirito gerarchico e la devozione a un capo carismatico, accanto al disprezzo per il parlamentarismo, al senso di “tradimento” e al bisogno di “rassicurazione”, danno corpo alle frustrazioni sociali e individuali del “popolo”, che è condizionato dal lessico populista dei mezzi di comunicazione di massa.
L’attuale recrudescenza dei movimenti neofascisti, che sfruttano la rabbia degli sconfitti della globalizzazione e il disagio urbano, mostra come la mentalità fascista, in diverse forme, sia rimasta attiva anche nel sistema democratico. Un tema complesso, a cui la prospettiva della storia del pensiero politico può dare un utile contributo.
È utile anche ritornare al pamphlet di Michela Murgia Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi 2018 pp. 112 € 12,00) che contiene utili istruzioni di metodo e «in particolare istruzioni di linguaggio, l’infrastruttura culturale più manipolabile che abbiamo». Perché mai uno dovrebbe – si chiede Murgia – rovesciare le istituzioni se per ottenerne il controllo gli basta cambiare di segno a una parola e metterla sulla bocca di tutti? «Le parole generano comportamenti e chi controlla le parole con- trolla i comportamenti.
È da lì, dai nomi che diamo alle cose e da come le raccontiamo, che il fascismo può affrontare la sfida di tornare contemporaneo. Se riusciamo a convincere un democratico al giorno a usare una parola che gli abbiamo dato noi, quella sfida possiamo vincerla».
E vinceremo, afferma ottimisticamente l’autrice. Al metodo fascista è necessario costruire un nemico, che non è mai rispettabile e che va deumanizzato con definizioni fortemente negative per poterlo combattere meglio. «Non si diventa fascisti – sottolinea Murgia – senza un nemico, perché il fascismo per porsi deve opporsi».
Qualcuno obietterà che questa non è una differenza con la democrazia, perché ogni volta che si va a votare si vota gli uni contro gli altri. «Non è proprio così, perché i democratici non sanno rinunciare all’idea di legittimare le differenze di pensiero e continuano a essere inspiegabilmente generosi con chi è portatore di un dissenso. Essi, quindi, non chiamano nemico il loro antagonista politico, ma avversario, una figura inutile e fastidiosa che per quanto possa avere idee diverse resta comunque dentro alla dialettica del riconoscimento».
Dopo la delegittimazione, c’è l’attribuzione di colpa. Con l’avversario è sempre complicato, «perché avendo personalità propria e idee e azioni specifiche lo si può incolpare solo di qualcosa che ha effettivamente compiuto, possibilmente dimostrandolo.
Invece al nemico, avendo identità generica, si può imputare con comodo qualunque cosa facendo scattare il principio della responsabilità comunicante, secondo il quale le colpe di un singolo nemico possono essere trasferite in blocco alla sua intera categoria di appartenenza». Il fascista non ha paura di parlare e né tanto meno di usare la violenza, anche quella intimidatoria, contro “il nemico”, dal possesso delle armi all’espulsione alla repressione.
Il fascismo ha bisogno di gente che ce l’abbia duro, «non di metrosexual da gay pride che al massimo possono negoziare il colore delle tendine del soggiorno. Dalla bocca del capo, primo motore del comportamento del popolo, devono uscire inviti all’azione, possibilmente in forma di verbo all’infinito, come affondare, asfaltare, mandare a fare in culo, rimuovere con la ruspa, rottamare; vanno bene tutti i termini che suggeriscano la rimozione del nemico dallo scenario comune, associandolo alla spazzatura, ai detriti da demolizione, al superfluo, al cancellabile».
Con il fascismo la pacchia buonista «sarà finita anche nel linguaggio, che i problemi si chiameranno per nome e le soluzioni, se necessario, saranno drastiche». Nelle vene della democrazia scorrono molte contraddizioni che possono essere sfruttate dal fascismo.
Tra queste la non violenza. Può sembrare illogico, ma essendo un sistema di governo fondato sul contrasto di posizioni, la democrazia si ostina a rifiutare la violenza come modalità politica, «che è l’equivalente del cercare di allevare tarantole nutrendole con la verdura.
Secondo l’imbelle spirito democratico la manifestazione del dissenso, quando c’è, deve essere garbata, regolata, organizzata e mediata, tutti aggettivi che si addicono più a un tè delle cinque tra pensionati che non all’espressione di un disaccordo». Per il fascista no.
Una modalità assai cara ai fascisti è quella di inquinare la memoria del passato e la storia, facendo dimenticare le date fondamentali della democrazia italiana come il 25 aprile e il 2 giugno. Provando anche, in vari modi, di favorire l’interruzione della narrazione democratica della storia a cominciare dalla scuola.
In tal modo ci si libera anche dal senso di responsabilità degli avvenimenti storici, che, invece, per i democratici si protrae anche nel futuro. La memoria ha la caratteristica della deperibilità: «se non viene conservata va in malora e questo è un rischio che i democratici corrono ogni volta che nasce una nuova generazione e loro si dimenticano di propinare ai bambini le panzane ufficiali dei programmi di storia».
Sta già succedendo. Per tanto tempo la democrazia si è sentita al sicuro, «forte del fatto che ci fossero ancora in vita i partigiani.
I democratici hanno trattato la repubblica italiana come un fatto così incredibile che ci volevano i testimoni oculari per crederci. Per dimostrare di esistere pensavano bastasse la versione dei loro sopravvissuti.
Naturalmente è falso». I partigiani non possiedono la storia, ma – osserva Murgia – solo i loro ricordi, un’esperienza individuale che appartiene a malapena a chi l’ha vissuta.
In realtà, la memoria è qualcosa di più: «è il modo in cui un gruppo di persone dominanti sceglie alcuni ricordi dei fatti accaduti in un preciso momento storico, vi trova un senso utile e se lo tramanda come se quel senso fosse di tutti». Infine, l’utilizzo spregiudicato dei social.
Possono rivelarsi assai utili nella costruzione di un percorso fascista: «sono pulpiti dai quali il capo può rivolgersi direttamente ai cittadini senza passare per i mediatori sociali che spesso distorcono il senso del suo messaggio. Niente giornalisti al soldo dei nemici.
Niente domande tendenziose. Niente interviste sui quotidiani, che tanto chi li legge più.
Meglio arrivare dritti al popolo di persona e senza formalità, con uno stile disinvolto tipo Chiedi al capo, come nella rubrica di consigli del cuore delle riviste femminili di una volta». A differenza che in democrazia, lo scopo della comunicazione nel fascismo non è farsi capire, «ma farsi ribadire».
Sono fortunati i fascisti ai tempi di internet. Fanno meno fatica, «perché gli strumenti sono nati proprio per questo.
Che altro è la condivisione infatti se non un ribadire all’infinito un solo messaggio proveniente da una sola fonte? La complessità non si deve semplificare, «si deve banalizzare.
Semplificare, oltre a essere complicatissimo, significa togliere il superfluo e tenere l’essenziale; ma è proprio il superfluo che genera l’utile rumore di fondo che rende tutte le voci uguali e neutralizza il maledetto dissenso». Quel che il fascista deve fare è invece produrre molti messaggi banali. «Una marea.
Banalizzare toglie infatti al popolo l’essenziale, che compete al capo, e gli lascia il superfluo, permettendo alle persone di parlare di qualunque cosa tranne di ciò che non è necessario sappiano per vivere bene. Non è difficile.
Per ogni situazione complicata ci sono almeno venti idee diverse su come risolverla, ma di solito c’è una sola grande paura. Trovare quella paura e farne il messaggio è molto più efficace che cercare di semplificare le venti idee di soluzioni diverse, che comunque non interessano a nessuno».
La gente vuole che le si faccia passare la paura, non che la si metta a discutere di soluzioni, perché la paura è di tutti, la soluzione è del capo. Aveva ragione la filosofia tedesca ebrea Hannah Arendt quando sosteneva che il male non si presenta mai come radicale, ma come banale, come una successione di singoli atti che sembrano senza importanza e che invece, deprivati del pensiero critico, sono all’origine di azioni disumane.
E trasse la conclusione che, quando «il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”.
Solo il bene è profondo e può essere radicale». Antonio Salvati Michela Murgia Istruzioni per diventare fascisti Torino, Einaudi, 2018 pp. 112, € 12,00 [1] Quella lezione è ora pubblicata in italiano:
Umberto Eco, Il fascismo eterno, Milano, La Nave di Teso, 2018. The post Decifrare il fascismo appeared first on Mentinfuga.