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Uccisione di Moussa Diarra a Verona: la GIP dice no all’archiviazione e dispone nuove indagini
La giudice risponde negativamente alla richiesta della Procura di Verona di archiviare il caso. Spunta l’ipotesi di depistaggio.
Sulle pagine di Heraldo avevamo già specificato che le indagini per l’uccisione di Moussa Diarra non erano state archiviate, ma che la Procura di Verona aveva presentato una richiesta di archiviazione. La Procura sosteneva che il poliziotto aveva sparato per legittima difesa e pertanto non doveva essere processato.
Questo non segnava la chiusura del caso, ma indicava che la decisione veniva rimandata alla GIP, Livia Magri, chiamata a decidere se accogliere la richiesta di archiviazione oppure riaprire le indagini per ulteriori approfondimenti e nuovi elementi. La GIP avrebbe dovuto pronunciarsi il 12 febbraio scorso, ma ciò non è avvenuto poiché era necessario disporre di più tempo per valutazioni e riflessioni approfondite su quanto accaduto quel giorno.
Nuove indagini e l’ipotesi di concorso in depistaggio La contestazione è stata accolta dal GIP il 21 aprile. Non ci sarà quindi alcuna archiviazione; il caso rimane aperto e verranno avviate nuove indagini per chiarire meglio quanto accaduto il 20 ottobre 2024 alla stazione di Verona Porta Nuova.
Sono state disposte ulteriori indagini e approfondimenti, ai quali si aggiunge un nuovo elemento: l’iscrizione per il reato di concorso in depistaggio. Quest’ultimo aspetto rimane ancora da chiarire; le motivazioni sono dettagliate nelle 54 pagine in cui la GIP spiega le ragioni del respingimento.
Tra queste emergono anomalie inquietanti e gravi lacune nelle indagini. Già il giorno stesso della morte di Diarra si è verificato un tentativo di depistaggio, o meglio, un tentativo di emettere un verdetto precostituito tramite un comunicato congiunto tra Prefettura e Questura, che appariva già come una sentenza definitiva.
Si parlava di immagini nitide, riprese dalle telecamere installate nel piazzale della stazione, che mostravano Moussa in stato di agitazione mentre aggrediva il poliziotto, il quale avrebbe sparato per legittima difesa. Tuttavia, questo comunicato è stato smentito alcune settimane dopo, grazie alla pressione delle avvocate della famiglia Diarra e del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra.
Infatti, il 13 novembre 2024, il Procuratore di Verona ha confermato che non esistevano immagini nitide, poiché la telecamera più vicina era coperta, probabilmente guasta e non ha ripreso la scena. Altre registrazioni risultavano sgranate, essendo troppo distanti dall’accaduto.
Queste dichiarazioni hanno totalmente smentito il comunicato congiunto tra Prefettura e Questura, ovvero tra chi doveva indagare e chi poi è diventato oggetto di indagine. Un No che sottolinea l’importanza delle indagini In ogni caso, il diniego all’archiviazione dimostra chiaramente che non esistono sentenze facili.
Conferma che, in questo come in altri casi analoghi, la realtà è molto più complessa di quanto possa apparire. Questo rifiuto ribadisce che, in uno stato di diritto, le indagini sono sempre necessarie, anche quando coinvolgono le forze dell’ordine.
Inoltre, il diniego evidenzia come lo scudo penale per le forze dell’ordine, sostenuto da tempo dal governo Meloni, rappresenterebbe un grave attacco alla democrazia, al senso di giustizia e allo stato di diritto. Questo diniego non costituisce a sua volta una sentenza, ma evidenzia l’importanza di indagini approfondite e rigorose, soprattutto in caso di morte violenta.
Tali indagini sono un pilastro fondamentale di uno Stato civile. Solo processi basati su indagini giuste, trasparenti e complete possono emettere sentenze definitive.
Queste non possono essere sostituite da comunicati o da politici che tentano di influenzare un’opinione pubblica facilmente manipolabile, banalizzando i fatti e formulando associazioni superficiali che sfiorano luoghi comuni e razzismo. Il rientro della salma e la raccolta fondi Si attendono quindi nuovi sviluppi su questa vicenda.
Nel frattempo, proprio in questi giorni, è stato annunciato che la salma di Moussa Diarra potrà finalmente fare ritorno a casa. Il corpo del giovane maliano è rimasto custodito per diciotto mesi nella cella frigorifera dell’ospedale di Borgo Roma.
Ora ci sono le condizioni per restituirlo al Mali. La famiglia, da mesi in attesa, desidera organizzare un ultimo commosso saluto a Moussa.
Per agevolare il rimpatrio, la Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia hanno avviato una raccolta fondi. Le informazioni per le donazioni sono disponibili sui canali social del comitato.
Heraldo