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Ester Parri, Il ricordo è l’unica difesa. Il manoscritto ritrovato di una donna antifascista
Un documento storico importante, ma anche un memoir che si legge come un romanzo: si tratta di Il ricordo è l’unica difesa. Il manoscritto ritrovato di una donna antifascista di Ester Parri, a cura di Francesca Parri e Andrea Ricciardi, uscito in questi giorni per Solferino.
Francesca Parri, nipote di Ester e Ferruccio (capo militare della Resistenza e dirigente del Partito d’Azione), racconta nella prefazione di aver trovato in una vecchia valigia di vimini pagine e pagine di memorie della nonna relative al durissimo periodo compreso tra il 2 gennaio 1945, quando fu arrestata insieme al marito dalla Gestapo tedesca, e il 7 marzo 1945, giorno in cui Ferruccio Parri fu liberato dopo una delicata trattativa con gli Alleati. Il manoscritto di Ester era strutturato, ma non pronto per la pubblicazione.
Francesca ne ha riconosciuto subito il valore, che trascende l’aspetto personale. Per questo, lei e lo storico Andrea Ricciardi l’hanno organizzato in modo coerente, suddividendolo in ventitré capitoli e corredandolo di preziose note collocate alla fine del volume con una bibliografia essenziale.
Durante i due angosciosi mesi cuore del racconto, l’autrice si lascia spesso andare ai ricordi, tornando indietro nel tempo e restituendo al lettore situazioni, incontri e vicende che risalgono agli anni Venti e Trenta, alla nascita dell’antifascismo e, poi, della Resistenza armata. Le settimane trascorse senza sapere quasi nulla della sorte di Ferruccio e neppure del figlio Giorgio, giovanissimo partigiano, s’intrecciano così con vent’anni di vita sotto il fascismo: il confino, i continui spostamenti, le visite in carcere a Ferruccio con Giorgio ancora bambino, le infinite attese, il ripetersi straziante dei saluti, la clandestinità durante la guerra dopo anni di lavoro presso l’Edison.
Fin dalla prima notte trascorsa nel carcere di San Vittore, i ricordi personali di Ester lasciano spazio alla dimensione collettiva. L’angoscia non è solo relativa alla condizione della propria famiglia, i suoi pensieri accompagnano per tutto il manoscritto le tante madri e i tanti giovani che stanno soffrendo e rischiando la vita per la libertà.
La sua è una partecipazione profonda, che si traduce in «una stanchezza senza limiti che comprendeva non solo la mia, ma quella di migliaia di altre madri e mogli». Il suo essere madre e la vicinanza alle altre madri della Resistenza ricorrono spesso.
Le pagine si popolano di tanti ragazzi in pericolo, in carcere, in montagna, dei tanti che non ce l’hanno fatta. Anche quelli di cui Ester non conosce il nome, come il soldato ucciso da un tedesco sotto le sue finestre, fino alla scena struggente della donna che salva il figlio appena impiccato dai nazisti, ma ancora vivo.
Un’immagine potente, che costringe a fermarsi nella lettura per accogliere prima lo strazio, poi il sollievo, seguito dalla nuova angoscia di vedere il ragazzo subito ripartire. La levatura morale della donna e la tenerezza della madre emergono molto bene in un passaggio che vale la pena citare: «Mi ero sempre preoccupata di impedire che nel cuo re di Giorgio nascesse anche il minimo sentimento di odio per quelli che non erano “amici” del padre».
Se quindi nel suo essere madre Ester abbraccia tutte le mamme e tutti i figli coinvolti nella Resistenza, anche nell’amore grande che la unisce a Ferruccio si pone un po’ come ponte, come anello di congiunzione tra la dimensione privata e l’impegno pubblico, tra il particolare e l’universale, fra la tenerezza dei legami familiari e il sogno di un’Italia diversa, democratica. Lo stesso atteggiamento traspare dalla cura e dall’attenzione che Ester riserva alle generazioni passate, ai genitori e ai nonni dei combattenti.
Pensa a sua madre ed è Ferruccio stesso ad affidarle il compito di andare a trovare il suo anziano padre: «Strappare i vecchi dalle loro consuetudini e abbreviare la loro vita era un altro torto che i tedeschi avrebbero dovuto scontare». Ester ci mostra poi un caleidoscopio di molte donne, di diversa estrazione sociale e di diverso orientamento politico che talvolta, con i loro piccoli gesti, hanno segnato la differenza tra la vita e la morte di persone.
E poi altre che, invece, hanno contribuito all’ascesa del fascismo, per le quali Ester ha parole molto dure. Il racconto, a tratti profondamente intimo, a tratti quasi corale, si colloca insomma in quello spazio prezioso in cui la storia personale incontra la storia generale, illuminandola e rendendola accessibile anche a chi non la conosca in profondità.
La scrittura scorrevole e viva fa emergere nitidamente la complessità della Resistenza, la sua organizzazione, la sua ampiezza, ma anche l’altissimo costo umano che ha comportato. Si percepisce il filo che unisce gli antifascisti che incontriamo in queste pagine: sono gli amici e i compagni di Ferruccio che, giorno dopo giorno, portano avanti la lotta.
Questo libro non offre solo l’occasione di comprendere cosa sia stata la Resistenza come grande movimento di popolo, ma anche come essa si sia declinata nella quotidianità, nella sfera più intima delle vite di chi ne ha fatto parte, rischiando in prima persona il carcere, la tortura, la vita. Sullo sfondo c’è una Milano ferita, bombardata, triste e grigia.
È la Milano della strage della scuola di Gorla e di tutti gli orrori della guerra, è la Milano delle torture all’albergo Regina, ma è anche la città dei tanti luoghi che, ricorda con commozione Ester, avevano visto lei e Ferruccio insieme negli anni precedenti. Colpisce la sobrietà dei protagonisti: poche cose essenziali e qualche libro, chiusi in una valigia legata con lo spago, quasi un simbolo della precarietà di vite sempre sospese che pure non cedono alla tentazione di ripiegarsi sul privato per preservare i propri affetti.
E semplice è anche la vita che Ester e Ferruccio sognano di vivere insieme, in un paese libero dal fascismo. «Il tepore di un sole nascosto tutto nostro e la pace degli orizzonti vasti e sereni», le scrive lui in una bella lettera del 1927 riprodotta in appendice, e ancora «la ho tutta negli occhi la nostra casina: nitida, lucente, con una certa aria di calma odorosa, coi mobili che stan lì, contegnosi e lucidi che pare aspettino di essere carezzati». E appare evidente l’impossibilità per loro di godere di quella dimensione intima prima di aver raggiunto l’obiettivo di costruire un contesto pubblico democratico.
Il manoscritto di Ester s’interrompeva bruscamente, ma i curatori l’hanno concluso con l’inserimento di un estratto di un articolo in cui Ester ha raccontato l’incontro con Ferruccio a Locarno, dopo che egli era stato liberato dal carcere di Verona in seguito alla trattativa e portato, appunto, in Svizzera. È un incontro che ben descrive l’amore profondo tra due caratteri diversi, eppure affini: dopo la paura e l’angoscia, sentirsi subito vicini è un attimo, è come se il tempo non fosse passato.
Ma se lei è sorridente, felice, sollevata, sente di aver ritrovato la sua «materna preveggente calma», lui è invece irrequieto e ancora sulle spine perché sente di dover essere al più presto in Italia. Arriverà a Milano solo la notte del 25 aprile e non potrà, come aveva desiderato, partecipare alla fase decisiva della lotta contro il nazifascismo.
Alla fine del volume si trovano le ricchissime note, inserite in fondo per non appesantire la lettura, con una scelta molto opportuna. Il lettore, dopo essersi immerso appieno nel mondo e nel tempo di Ester, ha la possibilità di conoscere più a fondo i diversi protagonisti della Resistenza citati nel testo solo per nome e anche di accostarsi al tema dell’antifascismo e di capire in che modo il regime fascista abbia plasmato la società italiana.
Le note, che non danno nulla per scontato e in cui si riconosce lo stile di Andrea Ricciardi, interesseranno sia chi, pur già conoscendo il periodo, voglia conoscere l’identità delle persone incontrate nel testo, sia che abbia una conoscenza più limitata della storia d’Italia. Per questo c’è da augurarsi che il libro di Ester Parri raggiunga tante persone, donne e uomini, ragazze e ragazzi soprattutto, nelle case e nelle scuole.
La scrittura fluida e viva dell’autrice, come le note, lo rendono facilmente fruibile. Mai come ora la storia non deve essere appannaggio degli specialisti e non può essere vissuta come uno sterile elenco di date da imparare a memoria.
Deve essere materia viva che impatta direttamente sulla società e sullo Stato, sulle nostre comunità e sulle nostre vite individuali. Non lasciare che il ricordo vada perduto, sembra dirci Ester, può dare forma al nostro presente.
Come recita il titolo, è proprio nel ricordo che possiamo trovare gli strumenti di difesa in un presente che ci chiede di essere ben equipaggiati. Difesa di una società democratica e liberale che non possiamo più dare per scontata, ma che dobbiamo preservare ogni giorno, mantenendo vivi i valori che sono stati alla base dell’agire di chi ha rischiato in prima persona nella lotta contro il nazifascismo.
Francesca, nella prefazione, dice di essere stata forse presuntuosa a pensare che la nonna l’avesse lasciato per lei e per suo fratello Ferruccio, questo manoscritto. Ma leggendolo è chiaro che sua nonna, che ci guarda con occhi scuri e intensi da una bella fotografia inserita nelle prime pagine, l’abbia lasciato per loro e anche per tutte e tutti noi.
Per le donne e gli uomini che, un giorno, avrebbero potuto trovarsi nuovamente nella condizione di dover decidere da che parte stare. Giuliana Arena The post Ester Parri, Il ricordo è l’unica difesa.
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