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I conti pubblici di Meloni tra propaganda e realtà: oltre il limite del 3% e la trappola della crescita zero

Lunedì 27 aprile 2026 ore 07:00 Fonte: Valigia Blu
I conti pubblici di Meloni tra propaganda e realtà: oltre il limite del 3% e la trappola della crescita zero
Valigia Blu

Secondo i dati pubblicati da Eurostat, il rapporto deficit/PIL del nostro paese si è attestato al 3.1 per cento nel 2025. Il governo non è quindi riuscito a portare questo valore al di sotto della soglia del 3 per cento stabilita dal Patto di Stabilità.

Questo non permetterà quindi al nostro paese di uscire dalla procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea. Al di là dei tecnicismi, questo implica che il governo Meloni, proprio mentre si avvicinano le elezioni legislative, non avrà molto margine dal punto di vista fiscale.

A dare un quadro più ampio della situazione c’è il Documento di Finanza Pubblica (DFP). Nella conferenza stampa, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha evidenziato come quelli che stiamo vivendo non siano tempi ordinari.

Le tensioni geopolitiche assieme alla situazione in Medio Oriente, che si riflette nel mercato dei beni energetici - e non solo - rendono il percorso più accidentato rispetto alle previsioni. Una situazione di questo tipo, ha dichiarato il ministro Giorgetti, richiede interventi rapidi per sostenere il tessuto economico, soprattutto di fronte a un deterioramento delle stime di crescita.

Il ragionamento di Meloni: cosa non torna Riguardo al deficit, è arrivato prontamente il commento della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In un post su Facebook, Meloni sottolinea che i traguardi raggiunti dal suo governo in tema di percorso di riduzione del disavanzo sono superiori rispetto alle aspettative di governo.

Successivamente si rammarica del risultato ottenuto dal governo sul deficit, sottolineando però come lo scostamento dall’obiettivo è minimo. E, aggiunge Meloni, il mancato rientro del deficit sotto la soglia del 3 per cento si deve ai crediti del Superbonus, misura voluta dal governo Conte II e che è stata al centro delle polemiche in questi anni.

Per quanto conciso, il post di Meloni contiene almeno due elementi su cui riflettere. In primo luogo, consideriamo i meriti del Governo riguardo alla traiettoria del rapporto tra deficit e PIL.

La situazione descritta da Meloni combacia con i dati forniti da Eurostat. Nel 2022 il deficit era all’8.1 per cento, salvo poi scendere gradualmente al 7.1 per cento nel 2023, al 3.4 l’anno successivo fino al noto 3.1 di quest’anno.

Tuttavia la correttezza dei dati non basta, è necessario infatti inquadrarli in un contesto più ampio. Non è un caso, infatti, che ci sia un calo considerevole negli ultimi due anni.

Quando infatti il governo Meloni si è insediato, venivamo da due eventi che avevano avuto un impatto sostanziale sul tessuto economico: prima la pandemia da Sars-CoV-2, poi la crisi energetica dovuta all’invasione russa dell’Ucraina. Per garantire la tenuta del tessuto economico, sia il governo Conte II che quello guidato da Mario Draghi hanno messo in campo aiuti considerevoli, sfruttando anche la sospensione del Patto di Stabilità per far fronte alla crisi.

Venute meno queste emergenze, grazie anche a un ciclo economico positivo e un altro aspetto di cui parleremo a breve, il rapporto è andato scendendo. Se è opportuno prendere atto della gestione oculata delle risorse da parte del Governo Meloni - che non era affatto scontata vista l’ultima esperienza di governo di questa maggioranza -, allo stesso tempo uno sguardo comparato ridimensiona i suoi traguardi.

I paesi dell’Europa meridionale contraddistinti da un elevato debito sono riusciti, pur partendo da deficit più bassi, a rientrare all’interno del target. Tra questi, anzi, la Grecia ha registrato negli ultimi anni un avanzo - il governo ha incassato più di quanto ha speso.

A questo punto è interessante andare a scomporre il flusso entrante e quello uscente che vanno a comporre il deficit. Si nota, infatti, che quello nel nostro paese non si è ridotto solo per la riduzione della spesa, ma anche per un netto aumento delle entrate.

Questo è in linea con l’aumento della pressione fiscale durante il governo Meloni. Nonostante un ciclo economico positivo, l’aumento della pressione fiscale e la spinta al PIL data dal PNRR, Meloni ha appunto puntato il dito contro il Superbonus, la misura approvata dal governo Conte II e che continua a pesare sui conti pubblici.

Per comprendere la questione, però, è necessario fare un passo indietro su un punto puramente tecnico, cioè come i crediti edilizi vengono contabilizzati. In base al parere di Eurostat, i crediti d’imposta legati al Superbonus devono essere trattati come crediti “pagabili”.

Questo implica che vengano contabilizzati integralmente nell’anno in cui maturano, cioè quando lo Stato riconosce il diritto al contribuente, e non man mano che vengono utilizzati in compensazione negli anni successivi. Le conseguenze sulla dinamica dei conti pubblici sono di due tipi.

In primo luogo - questo spiega anche perché il deficit negli anni precedenti fosse così elevato - il costo della misura si concentra negli anni in cui il Superbonus era attivo, gonfiando retroattivamente il disavanzo di quel periodo. Al contrario, negli anni successivi, in assenza di nuovi crediti, questa voce non incide più direttamente sul deficit.

In secondo luogo, però, l’effetto economico della misura non scompare: i crediti concessi continuano a tradursi in minori entrate fiscali, incidendo sulla cassa dello Stato negli anni successivi. Questa precisazione fa emergere la natura intrinsecamente paradossale del post di Meloni.

Da un lato, infatti, rivendica la riduzione del deficit conseguita dal suo governo; dall’altro, attribuisce il mancato raggiungimento della soglia del 3 per cento proprio ai crediti del Superbonus. Ma le due affermazioni sono difficilmente conciliabili: la riduzione del deficit dipende anche dal fatto che i costi della misura sono stati contabilizzati negli anni precedenti, mentre oggi il loro impatto sul disavanzo è, per costruzione, limitato.

Non solo, la linea difensiva della Presidente del Consiglio risulta debole anche perché il deficit è il risultato complessivo di entrate e uscite pubbliche. Non può, quindi,  essere ricondotto a una singola voce.

Il mancato raggiungimento dell’obiettivo non dipende quindi da un colpo di coda del Superbonus, tanto più che - proprio per il meccanismo contabile descritto - i suoi effetti erano in larga parte prevedibili. Il governo, dunque, disponeva di margini per intervenire su altre componenti della politica fiscale.

Le ripercussioni delle scelte dei governi precedenti su quelli successivi, del resto, non rappresentano un’eccezione nel caso italiano. Al contrario, sono un aspetto con cui tutti i governi si sono trovati a fare i conti.

La dinamica dei conti pubblici può infatti essere letta distinguendo tra saldo primario - cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi - e spesa per interessi sul debito, che riflette decisioni accumulate nel tempo. Proprio quest’ultima componente rappresenta un vincolo significativo per i governi: non è un caso che l’Italia abbia registrato per lunghi periodi avanzi primari, pur mantenendo un disavanzo a causa dell’elevato costo del debito.

Questo, tuttavia, non assolve l’esecutivo in carica. Il governo Meloni si muove all’interno di vincoli ben noti e in larga parte prevedibili.

Proprio per questo, la scelta di politica economica - inclusa la gestione del percorso di rientro del deficit - resta una responsabilità pienamente politica, che non può essere semplicemente attribuita all’eredità dei governi precedenti. Tuttavia, Meloni non ha citato il Superbonus a sproposito.

Nel corso degli anni questa misura si è attirata molte critiche. È stata vista - in parte a ragione - come un sussidio nei confronti di chi voleva rifarsi casa che è andato a pesare sul bilancio pubblico.

Per questo, la scelta di Meloni sembra motivata più da un tentativo di raccogliere consenso che da motivi economici. Il problema non è il deficit, è la crescita I dati di Eurostat sul deficit vanno tenuti in considerazione, vista la situazione del debito pubblico nel nostro paese.

Proprio perché, come dice Giorgetti, si tratta di tempi in cui bisogna dare risposte in maniera pronta e decisa, un minor margine fiscale rischia di legare le mani al governo. Anche Meloni dal Consiglio Europeo informale a Cipro ha commentato sulla situazione, affermando che per far fronte alla situazione servirà un’Europa più coraggiosa che metta sul tavolo varie proposte.

Tra queste, si fa largo appunto l’ipotesi di uno scorporamento dal computo del deficit degli aiuti che gli Stati dovranno mettere in campo per far fronte alla crisi energetica. Ma soffermarsi solamente sul deficit rischia di mettere in secondo piano altri problemi, altrettanto profondi e radicati, che affliggono il nostro paese.

Su questo fronte è utile scorrere l’Economic Survey dell’OECD dedicata al nostro paese, uscita proprio nella giornata di giovedì 24 aprile. Il documento evidenzia luci e ombre della situazione economica del nostro paese.

L’economia italiana si è mostrata più resiliente agli shock rispetto alle attese e anche la gestione dei conti pubblici ha mostrato una dinamica positiva, nonostante la situazione economica internazionale. Ma persistono problemi strutturali come una scarsa produttività del lavoro, un divario di genere nell’occupazione.

Una parte dei giovani, spesso quelli più istruiti, emigra verso mete che garantiscono loro un maggior tenore di vita; un’altra parte si ritrova in condizioni lavorative precarie, con i più giovani che invece presentano un’elevata incidenza di NEET, né in un percorso formativo né in uno lavorativo. Come afferma il Capo Economista dell’OECD Stefano Scarpetta, persiste poi la questione salariale, con i salari reali che non hanno ancora recuperato il livello del 2019.

Questa stagnazione è ancor più profonda per i giovani. Proprio sul divario generazionale ha posto l’accento Scarpetta, evidenziando poi come il finanziamento pubblico alle università sia tra i più bassi tra i paesi OECD.

C’è poi l’elefante nella stanza: la struttura della nostra economia. Il tessuto economico è dominato da piccole e medie imprese, spesso nel settore dei servizi, con bassa produttività che non sono in grado di offrire condizioni di lavoro adeguate e di innovare.

Una situazione, quella descritta, che affonda le sue radici negli anni ‘90 quando, per far fronte alle inefficienze dell’IRI, si è proceduto con massicce privatizzazioni. Se l’intento poteva essere condivisibile, l’abbandono del capitalismo di Stato non ha trovato poi un settore privato sviluppato in grado di dare dinamismo all’economia italiana.

Per questo oggi ci troviamo con poche grandi aziende produttive, spesso in settori tradizionali, che spesso sono o ex giganti di Stato privatizzati o con partecipazione pubblica. Secondo l’OECD, servono riforme profonde per uscire da una stagnazione che affligge il nostro paese da trent’anni.

Tra queste, oltre al contrasto all’evasione fiscale incentivando i pagamenti elettronici, c’è una riforma del fisco che da una parte sposti il peso della tassazione dal lavoro alle rendite e ai capitali; dall’altra renda meno convenienti regimi speciali, come la flat tax per gli autonomi, che rischiano di erodere la base imponibile e di favorire l’evasione. Non manca, inoltre, un capitolo dedicato alle politiche energetiche.

Il nostro paese deve sfruttare la sua posizione per raggiungere una maggior indipendenza economica attraverso forme di energia rinnovabile come il solare e l’eolico, sia onshore sia offshore. Ancora oggi l’Italia dipende da fonti fossili esponendo il paese, da una parte, a prezzi elevati e dall’altra a fenomeni di colli di bottiglia come quelli a cui stiamo assistendo ora con Hormuz.

Un maggior peso, e quindi maggiori investimenti e installazioni, delle fonti rinnovabili garantirebbe una maggior resilienza agli shock, oltre alle ricadute sui prezzi e sulla transizione ecologica. Se quindi il debito accumulato nel corso degli anni dall’Italia è un problema, non si può non tenere conto di problematiche ben più profonde che affliggono il nostro paese.

Il tema del consolidamento dei conti pubblici e quelli legati alle problematiche nel mondo del lavoro, nelle infrastrutture e nel finanziamento di attività come salute e ricerca che sono centrali per un paese moderno devono andare di pari passo, cercando di indirizzare la spesa verso progetti che portino a un beneficio in termini di crescita economica. Non a caso, il valore nominale del debito è inutile: quello che conta, come abbiamo visto, è il rapporto tra il debito o il deficit e il PIL.

Se gli investimenti e la spesa pubblica, oltre ad andare ad agire sul numeratore, avranno impatti sulla crescita, non sarà un problema. Non sui conti, ma sul futuro occorre giudicare Meloni  Tenendo insieme quanto abbiamo detto, il giudizio sull’operato del governo non si deve basare sull’ordine dei conti pubblici.

L’aver mancato l’obiettivo del 3 per cento non è solo un fattore di mera aritmetica: va infatti visto con la dinamica fiacca della crescita che affligge il nostro paese da anni. Quel deficit, quindi, non è andato a progetti in grado di modernizzare il paese, ma a varie misure di piccolo calibro, sempre con il vincolo politico di non aumentare la tassazione sulle fasce più abbienti della popolazione.

Questo si inserisce perfettamente nel quadro che abbiamo delineato da tempo riguardo la politica economica del governo. Pur godendo di una delle maggioranze più stabili della Seconda Repubblica, il governo si è limitato a intestarsi record come quello sugli occupati che dipendevano da una miriade di fattori; ad aggiustamenti infinitesimali come quello sull’IRPEF senza intaccarne i problemi più profondi; un governo che ha lasciato intoccati i vari privilegi e le rendite, senza mettere a terra una visione trasformativa del paese.

Più che su quello che ha fatto, quindi, il governo Meloni va valutato su quello che non ha fatto, aggravato proprio dalla stabilità di cui gode la maggioranza.   

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