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Il Pnrr ha davvero cambiato l’Italia?
Quando venne presentato nel 2021, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sembrava rappresentare una svolta epocale per l’Italia. E in parte lo era: si usciva dalla fase più acuta della pandemia e vi era la necessità di rimettere in moto l’economia e la società.
L’Italia, il Paese europeo più colpiti dal Covid, riceveva la quota più alta di qualsiasi Stato membro del Next Generation Eu: 194,4 miliardi di euro, di cui 122,6 in prestiti e 71,8 in sovvenzioni. Risorse legate al raggiungimento di riforme strutturali, avendo negli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu il riferimento dichiarato.
Come scriveva il presidente del Consiglio dell’epoca Mario Draghi nell’introduzione al Piano, gli investimenti avrebbero portato a «miglioramenti marcati negli indicatori che misurano i divari regionali, l’occupazione femminile e l’occupazione giovanile». Non è andata proprio così.
Nei tre anni successivi il Piano ha subito sei revisioni. Il capitolo REPowerEU, inserito nel dicembre 2023, ha ridisegnato le priorità a seguito della crisi energetica legata all’invasione russa dell’Ucraina.
Nel luglio 2023 il governo propose di trasferire su altre fonti di finanziamento misure per 15,9 miliardi, ritenute incompatibili con le scadenze europee del Piano. Il risultato complessivo è stato un affievolimento della spinta trasformativa sugli obiettivi strutturali, a partire dalla parità di genere, dalla riduzione delle disuguaglianze, dalle politiche ambientali e di sostenibilità.
A tentare un bilancio sull’impatto finale del Pnrr in Italia, a pochi mesi dalla sua conclusione (giugno 2026, salvo proroghe), è l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), con il contributo scientifico di Fondazione Enel e Unioncamere, in un rapporto presentato il 13 marzo 2026 al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Come si misura l’impatto reale del Pnrr Il rapporto non misura solo la spesa realizzata (su questo ci sono diversi siti, a partire dal ReGiS): per la prima volta il Pnrr viene valutato sugli effetti concreti in Italia.
In altre parole: quanti posti nei servizi per la prima infanzia, quanti autobus a zero emissioni, quante strutture sanitarie ogni 100mila abitanti. Asvis ha costruito un modello originale che misura la distanza dagli obiettivi prima del Pnrr, la situazione attesa a fine 2026 e il divario ancora da colmare entro il 2030.
Tutto questo declinato su ogni singola regione e provincia autonoma. Il risultato sintetico si può leggere così: prima dell’avvio del Pnrr, la distanza media dell’Italia dagli obiettivi quantitativi dell’Agenda 2030 era di 78 punti.
Ogni punto misura quanto ci si è avvicinati al target del 2030 su ciascuna misura analizzata. Il Piano ha consentito di recuperarne 39, coprendo mediamente metà del cammino.
Ma altri 39 punti restano ancora da percorrere. In cifra assoluta, colmare quel gap residuo richiede altri 20 miliardi di euro.
Come l’Italia ha speso i soldi del Pnrr: tante risorse per l’energia, poche per l’economia circolare La ripartizione degli investimenti tra i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibili (Sdg) consente di leggere le scelte politiche sottostanti al Piano. La quota più rilevante è andata all’energia, con il 25% delle risorse (quasi 28 miliardi).
Seguono innovazione, infrastrutture e sistema produttivo con il 20%, pari a 22 miliardi, e città sostenibili con il 14%, circa 15,5 miliardi. Salute e istruzione assorbono ciascuno circa l’11%.
Ma il quadro lascia scoperte aree urgenti e meno misurabili: quasi assenti gli investimenti su parità di genere, riduzione delle disuguaglianze, tutela della biodiversità e cooperazione internazionale. L’economia circolare è forse l’esempio più significativo di un obiettivo lasciato ai margini.
L’investimento pro-capite si ferma a 45 euro, uno dei più bassi. Lo stesso vale per le reti idriche: eppure l’Italia perde mediamente il 42% dell’acqua immessa nelle condotte, una delle percentuali più alte d’Europa.
Sulla mobilità sostenibile i progressi sono lenti e disomogenei Facciamo un esempio. Sul versante della mobilità, il Pnrr destina 15,5 miliardi alle città sostenibili con l’obiettivo di aumentare del 20% i posti-chilometro del trasporto pubblico locale entro il 2030.
In altri termini, il numero di posti offerti agli utenti. Uno degli strumenti più concreti è l’acquisto di 3mila autobus a zero emissioni.
Ma i dati del rapporto Asvis mostrano quanto la strada sia ancora lunga: prima del Pnrr, in Italia la quota di autobus a zero emissioni si fermava al 7% rispetto all’obiettivo 2030. Il contributo del Piano riduce il gap, ma in modo profondamente disomogeneo.
La Provincia autonoma di Bolzano, con un parco mezzi già avanzato, era al 65% dell’obiettivo prima dell’avvio del Piano. Viceversa, Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Marche sono tra le regioni con il gap più ampio: la distanza residua è rispettivamente pari all’85%, al 94% e al 95%.
Per il solo Abruzzo servirebbero altri 188 milioni per completare la transizione del parco autobus. La disparità è ancora più marcata nel trasporto rapido di massa – metro, tram, ferrovie urbane – dove alcune grandi aree metropolitane ricevono centinaia di euro pro-capite mentre molte regioni, specie al Sud, non ricevono nulla.
In Italia l’impatto del Pnrr non è stato uniforme Il rapporto fotografa dati profondamente differenti, regione per regione, e anche al loro interno. In Italia l’impatto del Pnrr non è stato uniforme, inserendosi in ritardi e disuguaglianze pregresse.
Allo stesso modo, anche i 20 miliardi ancora necessari non si distribuiscono in modo omogenea. Il rapporto Asvis produce per ogni regione una stima della distanza residua dagli obiettivi, misura per misura.
Le regioni che hanno beneficiato di più del Pnrr – nel rapporto tra contributo del Piano e distanza residua – sono Abruzzo, Molise, Calabria, Marche, Piemonte e Veneto. Le situazioni più critiche sono quelle della Liguria, del Lazio e della Campania, con un gap rispetto agli obiettivi dell’Agenda 2030 superiore al 50%.
Un caso concreto aiuta a capire la scala del problema. Per raggiungere l’obiettivo di un Ospedale della comunità ogni 100mila abitanti entro il 2030, il fabbisogno aggiuntivo post-Pnrr ammonta in Italia a circa 2,2 miliardi di euro.
La Lombardia ne necessita da sola 425 milioni, il Lazio 318, la Campania 251, la Sicilia 238. Solo il Veneto e le Marche hanno già raggiunto l’obiettivo su questa misura.
È un meccanismo che si replica su ognuna delle misure analizzate, il che rende evidente che colmare il gap residuo richiede interventi mirati territorio per territorio. Newsletter Iscriviti a Valori Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile.
Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Settimanale Anteprima Alla fine, il Pnrr ha funzionato? E soprattutto, cosa viene dopo?
Il Pnrr nasce come risposta alla pandemia, viene aggiornato per la crisi energetica e si chiude mentre si apre una nuova fase di instabilità internazionale. Le questioni che avrebbe dovuto affrontare – la transizione, le disuguaglianze, la coesione – si intrecciano oggi con un’agenda geopolitica che ne complica ulteriormente la soluzione.
Il rischio concreto è che le risorse residue vengano ancora una volta indirizzate verso le urgenze del momento, anziché verso gli obiettivi di lungo periodo. La domanda che rimane aperta non è solo se il Pnrr abbia funzionato.
I dati dicono che ha funzionato, parzialmente, su alcuni obiettivi e in alcune regioni. La domanda è cosa viene dopo, e soprattutto con quale metodo.
Le proposte dell’Asvis su come completare il lavoro per l’Agenda 2030 Su questo, Asvis avanza una proposta precisa. I 20 miliardi ancora necessari per colmare il divario dagli obiettivi dell’Agenda 2030 non sono un fardello impossibile da sostenere: si tratta del 14% degli investimenti del Piano su misure destinate a singolo territorio, da «spalmare» nel periodo 2027-2030.
Asvis indica anche lo strumento concreto: il Piano strutturale di bilancio. Si tratta del documento di programmazione economica di lungo periodo, a cadenza quinquennale, previsto dalle stesse regole macroeconomiche europee.
Adottato nel 2024, dovrà essere rivisto nel 2027 e in quella sede potrebbe incorporare questa previsione di spesa. Non nuovi debiti, ma un utilizzo orientato del margine di programmazione già esistente.
L’Unione europea è poi al lavoro sul bilancio pluriennale 2028-2034. Asvis propone che il modello sviluppato in questo rapporto – quello che mette in relazione ogni euro investito con un obiettivo quantitativo dell’Agenda 2030 – diventi il metodo standard per la programmazione delle politiche pubbliche europee.
Non una contabilità a posteriori, ma una bussola ex-ante: quante famiglie uscite dalla povertà energetica, quante comunità energetiche operative, quanti autobus a zero emissioni per ogni miliardo speso. Un sistema di valutazione che trasformi la contabilità della spesa pubblica in qualcosa di comprensibile per i cittadini, le comunità locali, i decisori.
Con l’obiettivo di valutare l’efficacia degli interventi senza affidarsi alla sola dimensione monetaria. E infine, di evitare le «cattedrali nel deserto», cioè strutture costruite senza un piano per farle funzionare nel tempo.
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