Nashr

Venerdì 24 aprile 2026 ore 13:09

Cultura

Odio di paese

Venerdì 24 aprile 2026 ore 11:58 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Odio di paese
Lucy. Sulla cultura

Esergo Autore: Karim Ahmad Khan, Procuratore capo della Corte Penale Internazionale “Now, more than ever, we must collectively demonstrate that international humanitarian law, the foundational baseline for human conduct during conflict, applies to all individuals and applies equally across the situations addressed by my Office and the Court.

This is how we will prove, tangibly, that the lives of all human beings have equal value. Arrivato a quarantadue anni, sette mesi e due giorni senza mai rinunciare all’insostenibile banalità delle sue ambizioni; dilapidando ogni dolore con la parsimonia lievemente arida di chi si nasconde le domande che si affacciano sulla soglia della propria intelligenza ― o che, talvolta, precedono le proprie risposte delegando al tono il proposito di disastro che contengono:

Beniamino Nattani s’era ritrovato di nuovo a Corsignano, dopo quasi due lustri di peregrinazioni più o meno stanziali tra Roma e i recessi collinari e boschivi dei suoi Castelli meno presentabili. Questo, tra la settimana di pasqua e lo sfolgorìo della Liberazione; nel cuore bianco della morte di un papa.

Era cominciato tutto la sera del giovedì santo, mentre a Corsignano si celebrava il rito secolare della processione dell’Ecce Homo; con il giovane, rapidissimo don Marco alle prese con i suoi propositi elettrici di rinnovamento. Ai lumini – comunque disseminati lungo gli argini di marciapiede di tutto il paese, col loro frusciare al vento della carta crespa colorata azzurra, rossa, gialla, verde (tutt’i toni netti e però grumosi delle cartolerie di un tempo); con le listelle di canna di fiume a proteggere la cera e lo stoppino di ogni azzardo artigianale ― don Marco: aveva preferito sostituire, lavorando d’anticipo: organizzando un manipolo di giovani volontari persuasi dall’entusiasmo del poco più anziano prete (che, già dalla fine di dicembre, avevano preso a perseguitare i borghetti di fili, e di cavi leggeri, inchiodati sistematicamente alle pietre di fiume delle mura di torno e delle case): una luminaria capillare che, ridisegnàndone i confini orizzontali, proiettava tutta la luce perimetrale di Corsignano fino alle colline di là da Piancaldo; oltre le guglie alberate del Monte Arlecchino: fino ai riverberi, ghiacciati, della pianura che trasformava i poggi lavorati a ulivi e vigneti della Toscana sudoccidentale nelle sponde di pianoro, comunque accoglienti, del confine umbro di là da Budo.

Una tracciatura luminosa del paese come l’avrebbe disegnata Dio, probabilmente, ricalcàndone i confini su un trasferello nero come la notte di aprile che lo avvolge. Ed era stato alla terza stazione, quando in pratica Gesù cade la prima volta, proprio con il vecchio Enrico degli Arnaldini, venuto apposta da Sassofranto, come tutti gli anni, a portare il Crocione di legno forte della sua stazza e del suo devoto protagonismo quaresimale, fermo davanti all’ingresso del parcheggio nuovo e del viottolo che, in pratica, fa entrare da più di duecento anni Corsignano nel Ruvello, il bosco che penetra nello stomaco pietroso del centro storico: con i suoi elci e i due pini piantati appena prima dello scandalo della collanina, se la memoria del paese non falla, dai due fratelli Permiani;

Alfredo ancora con le mani sporche del sangue del fratello minore, Leonardo steso a terra all’entrata della villa e però non ancora morto del tutto, la collanina del tradimento per le mani ― proprio mentre il vecchio Carlo Arnaldi sussultava col crocifissone sul giogo di corregge di cuoio serrato al petto: la cinquantina di partecipanti alla processione (quarantatré, in realtà, contando anche don Marco e il vecchio Enrico degli Arnaldini, per l’appunto) era stata improvvisamente scossa dall’arrivo, rumoroso, di un’autoambulanza. E così, quando don Marco, rubando le parole dalla bocca ispirata del profeta Isaia s’era trovato a dire “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada”, i processionisti s’erano davvero riscoperti gregge senza pastore né guida, con un’autoambulanza della croce rossa di Piancaldo a fendere le oasi sparse dei devoti attempati e delle giovani mamme con i passeggini che era piombata, paradossalmente improvvisa pur se vorticosamente luminosa e a singulti baritonali, sulla coda del corteo: immobile davanti all’altarino della Stazione – un tavolinetto del Circolo, una tovaglietta bianca ricamata dalla moglie di Guido degli Ormelli, Lucia: come, del resto, le bandiere bianche al vento di primavera di tutt’e quattordici le stazioni programmate ― costringendo gli astanti alle pratiche sparpagliate della fuga, e della dispersione forzata.

Salvo poi recuperare l’elasticità centripeta della loro prima curiosità a uno a uno, a una a una, mentre l’autoambulanza s’accostava, dubbiosa, al canaletto di via Salvador Allende dove abitavano gli Ansaldi padre e figlia. Né mancò, poi – chiacchiere di paese, leggende in movimento e voce – chi paragonò la furia incombente dell’ambulanza, il dilatarsi spazioso della piccola folla, il frastuono ventoso delle sirene difficilmente placabili per il girellare al tempo stesso ozioso e impicciato dei processionarî: allo scandalo burrascoso del funerale della Telda dei Lucchesi, più di cinquant’anni prima, seppellita con un corteo di vento e tempesta e fulmini che non potevano se non confermare le voci sparse della sua anima nera, e buia, durata un’intera vita di malìe.

Era con sua figlia di cinque anni, Beniamino Nettani. Bino da sempre, per i compagni di scuola, a Budo, all’Istituto Amerigo Vespucci; sia per comodità prosodica, come diceva Vincenzo, il compagno di banco, “sia per smascherarne da sùbito la doppiezza, magari”, aveva commentato un giorno di primavera Giovanna: l’oggetto dei desideri di Bino trasformato, nel tempo, in vessazione e sfottò a ripiego delle ripùlse di lei; della sua disistima conclamata per i comportamenti melliflui, e striscianti, di Beniamino.

Nei confronti dei professori e della classe; nei confronti della vita. “Papà.

Perché mamma non è con noi?”, gli aveva chiesto Carla, a pochi giorni dal suo sesto compleanno: non appena avevano imboccato l’uscita dell’autostrada verso Corsignano, più o meno all’altezza del Forro dei Gelsi, il dirupo da cui, quando c’è piena luce, si vede oltre la pianura fino a Grostolo; e talvolta quasi fino a Sassofinto, e oltre: in un riverbero giallobianco di sole sul verde che acceca i pensieri: e li conforta. Solo: la frase di Carla era arrivata a tramonto già finito da tempo, con il crepuscolo più che inoltrato nel cuore in ombra del paesaggio, ormai posseduto dalla notte meno crudele di aprile.

“Non ti fa piacere stare da sola con papà per qualche giorno?”, aveva replicato – il mezzosorriso cui si forzava con la figlia, in questi casi – il padre che era in lui. “No”, aveva risposto Carla dalla prigione delle cinture sul seggiolino, sul sedile di dietro.

Dopo una pausa minima che testimoniava di una qualche riflessione concreta, più che una remora di gentilezza. Ed era appunto nel cuore nero illuminato a giorno di Corsignano che Bino e Carla erano arrivati, alle nove e un quarto circa del 17 aprile 2025, giovedì santo: nel pieno del trambusto da autoambulanza e processione.

Con don Marco a improvvisarsi vigile tra i curiosi e gl’infermieri. Mentre sfilava, lenta e mossa come fosse una succursale privata e gelosa della processione, la barella su cui era sdraiato – gli occhi lontani dei ciechi, lo stordimento bambino di chi ha poche ore da spendere e però non ricorda dove ha lasciato la moneta di rame per un qualche caronte da fiera – il vecchio Nazzareno degli Ansaldi, ferito dai suoi novant’anni e accompagnato dalla Moira, la figlia settantacinquenne – più o meno – che viveva con lui.

L’amico di suo padre Luciano, pensa Beniamino vedendolo: che era molto, molto più giovane di lui e che invece era morto, già vedovo e orfano putativo di suo figlio, da più di quindici anni. Bino s’era fermato a ridosso del crocchio; lo sguardo interrogativo di Carla a confondere in un unico assembramento le istanze della crocerossa e quelle della Croce: “che c’è papà?” “Niente… La processione”.

“Cos’è laprocessione, papà?” E mentre – il finestrino aperto sui pollini spersi della primavera, l’aria pungente della pasqua alta – suo padre Bino cercava la risposta perfetta per una figlia cresciuta fuori dal cristianesimo dei padri, neppure battezzata: e che si ritrovava nel paese natale di Beniamino per la prima volta nella sua vita, dopo anni e anni di abbandono recriminatorio da parte del figlio reietto e orgoglioso di Corsignano ora nel pieno delle dissipazioni del suo nosto fittizio e irrisolto: la voce della vecchia Franca aveva battezzato il ritorno. “Certo che a morì poteva pure aspettà la fine de la processiòne… Coglione da vecchio come il su’ babbo da giovine…”, riscuotendo l’assenso per cenni delle due sodali – Germina e Vanda – in un assenso complice che sommava, per sempre, i circa duecentocinquanta anni della loro vita trinitaria di comari.

Beniamino Nettani mancava dalla casa di via della Staccia 3 da almeno dieci anni. Da prima di conoscere Luisa, sua moglie.

E dieci anni prima mancava da quella casa da almeno sette: dall’ultima volta che aveva visto suo padre. Perché, forte di un rancore più o meno motivato – più meno che più, dicevano i tradunt paesani quando si occupavano, marginalmente, di rivolgere un pensiero alla questione dei Nattani padre e figlio – Bino non aveva partecipato al funerale di Luciano.

Aveva delegato tutto alle onoranze funebri di un suo lontano cugino di Torracchio; e alla Compagnia della Buona Morte che presiedeva alle esequie di tutti gli abitanti di Corsignano. Il borghetto – le mura dei palazzetti medievali intorno e dentro – l’aveva accolto con un’aria spiazzante di rinnovamento.

Alcune delle mura antiche del Duecento, ritrovate raschiando le colate di cemento protettivo degli anni Sessanta, sembravano averlo atteso per sorprenderlo con la loro incongrua, inaspettata apparizione. Risplendendo di alterità come lo aspettassero, da sempre, in un suo sogno giudicante; un incubo in cui le distorsioni della realtà non facevano altro che segnalare – altezzose, scostanti – la sua ulteriore inappartenenza a un luogo che non l’aveva dimenticato.

Semplicemente: il paese lo trattava come se a Corsignano lui non fosse esistito mai. Il palazzo dov’era nato; e cresciuto fino ai diciannove anni dell’abbandono: era uno di quelli ancora increspato dei bitorzoli grigi e coprenti del cemento.

Un’ombra tra i mattoncini rossi e marroni del tempo incerto dei celestini e degli onorii terzi quarti e quinti. “Noi abitiamo qui, papà?” “Sì”, il trolley rosso a ruvidare sul piancito del vicolo, “noi abitiamo qui”.

Il portone aveva scricchiolato sotto il peso degli anni perduti, il fantasma verticale del tempo a forzare il ritardo con un lamento da gatto infastidito. E fu lì, accendendo la luce, che Bino Nettani vide lo zerbino.

Evidentemente acquistato da uno qualsiasi degli abitanti del condominio di via della Staccia 3: la vecchia Masina, ottantenne e vedova in pratica da quando Beniamino era adolescente, nel ricordo; la famiglia nuova dei Giacchi, padre madre e due figli, arrivati qualche anno prima da Siena e di cui Bino aveva solo un vago sentore burocratico senz’averli mai conosciuti. Poi la Lea, nubile e più o meno quarantenne, al secondo piano, accanto all’appartamento sfitto (per quel che ne sapeva Bino) che dava sul corridoietto: e i tre scalini dell’abbaino, fino alla casa di due stanze di Pietro e di sua moglie Remigia; che avevano invitato tre anni prima Bino e la su’ moglie Luisa – un cartoncino bianco con le dorature e la scritta in elephant cinquant’anni d’amore – ai festeggiamenti per le nozze d’oro; chissà come recuperando l’indirizzo di Roma di via dei Campani.

Un rettangolo di feltro e raspa dozzinale. Marroncino.

Con uno schema di rara facilità interpretativa. Immagine no Per Beniamino Nettani fu un’epifania imprevista e però sempre covata sotto la cenere della sua presunzione.

L’umanità era retriva in modi quotidianamente inaspettati. E la maggior parte dell’umanità viveva nella Corsignano che infestava i suoi sogni da quando era ragazzo.

“Che c’è scritto, papà?” “Una sciocchezza, amore. Una sciocchezza”.

Beniamino Bino Nettani, nel momento sfolgorante e cinereo della sua rivelazione: ha poco più di quarant’anni. Ha una figlia.

Una moglie che da almeno tre anni e mezza non lo ama più (forse, si dice Beniamino quando è in vena di autocommisserazione propositiva, ha una relazione extraconiugale con un suo collega di lavoro, Michele, da almeno un paio d’anni): e che da una settimana, più o meno, due giorni prima della domenica delle Palme, ha costretto Bino a lasciare la casa comune di via dei Campani per una sosta provvisoria al Residence Balduina. Ha appena perso un lavoro di cui lui stesso, da tempo, non saprebbe definire bene neppure il nome.

E, con estrema probabilità, nel breve volgere di giorni che dalla Liberazione porterà al primo maggio e alla festa dei lavoratori: il dottor Nattani – millantato credito cui Beniamino non ha mai posto freni affermativi – verrà arrestato per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Per questo, per prendersi il giusto tempo per pensare – magari – o anche solo per studiare come scomparire in un qualche modo che non ne preveda una fine dolorosa: ha deciso di rioccupare le sue tre stanze – considerando la cucina per quello che è: la vera e propria Casa, come la chiamano Qui – e di portarci, per una volta, sua figlia Carla.

Rubàndola per qualche giorno consensualmente a sua madre. Forse indaffarata con Michele, il collega di lavoro, chissà Cresciuto nel centro esatto della Sinistra di Paese e delle estreme feste dell’«Unità» fino agl’inizi delle medie (e un po’ oltre).

Adeguatosi alle mestizie provinciali del potere di lì a poco, fino alla sua fuga a Roma, all’Università, in una facoltà di Scienze politiche mai conclusa e anzi abbandonata al nono esame con la media del ventisei (venticinque virgola nove periodico, a essere precisi): per anni Beniamino Bino Nettani s’era barcamenato: prima tra le avvisaglie di riscatto dei gruppettari periferici; senza però coglierne il fior da fiore della centralità gradassa di essere nati a Roma: né acquisirne almeno il capitale – da città eterna, prima ancora dell’idea di accumulo forsennato di denaro – guascone e sfiduciato con cui molti suoi antichi compagni s’erano poi dati a una vita di quieta disperazione o accatto (in senso lato: di sopravvivenza, di fuga; di amore, per quello che significa). Citazione Highlight “Cresciuto nel centro esatto della Sinistra di Paese e delle estreme feste dell’«Unità» fino agl’inizi delle medie (e un po’ oltre).

Adeguatosi alle mestizie provinciali del potere di lì a poco, fino alla sua fuga a Roma, all’Università, in una facoltà di Scienze politiche mai conclusa e anzi abbandonata al nono esame”. Intorno ai ventisette anni, dopo un periodo precario e stentato, s’era trovato al giro di boa del millennio – più o meno – deciso a cavalcare a modo suo le nuove promesse di sviluppo.

Impiegato in un’agenzia immobiliare – e presto licenziato in tronco senza denuncia per “spese pazze” messe sul conto dell’ingegner Del Monco, suo titolare: e subito individuate – per qualche anno s’era rivenduto come assistente – più o meno fidato – di aspiranti amministratori, segretari comunali, assessori alle prime armi (in qualche municipio dei Castelli più sprovveduto, nelle sacche di resistenza inerziale di qualche provincia laziale a caso, prima di impegnarsi nella scalata di Roma). In tutto questo sempre brandendo, con l’arroganza di chi sa di avere non dio ma il tempo dalla sua parte (e l’intelligenza ricettiva di chi ne sa della vita, sempre): una superiorità intellettuale e morale su almeno il novanta per cento della popolazione mondiale.

Sì perché negli anni, fosse uno scudo protettivo contro le sue progressivamente attenuate scalmane di grandezza; fosse un’ossessione manchevole di riferimenti realistici che l’aveva, negli anni, ottenebrato: Beniamino Bino Nettani si sentiva profondamente disgustato dalla reiterata incapacità di progresso che imbruniva le menti, fortunate, degli esseri umani di inizio millennio.

Si sentiva nauseato tanto dalle ottuse mosse di propaganda del leghismo più becero quanto dall’improvvisazione deteriore di certo movimentismo da social. Una costante sottolineatura, quella della sua superiorità, che aveva attratto anche sua moglie Luisa.

Per qualche anno stordita dalla parlantina doppia di Bino. Anche lei pronta a ridere quando Bino sembrava scherzare, dicendo che il Thanos dei film della Marvel che voleva sterminare casualmente metà della popolazione dell’universo “sbagliava a non tenere conto della possibilità di scegliere le vittime a una a una”.

Infine costretta anche lei al redde rationem di uno sfogo riflettuto. Quando, per l’ennesima volta, urlando da solo come se avesse un pubblico in grado di sentirlo dalle pareti sottili del soggiorno di via dei Campani, Beniamino Nettani aveva tuonato contro la menzogna “di difendere fino alla morte il diritto di dire qualsiasi cazzata… Voltaire non l’ha mai detto!

È una manipolazione”. E Luisa, stanca di sentirlo augurare la morte al novanta per cento della popolazione mondiale stupida e retriva, aveva persempre chiuso una possibilità di sintesi tra loro.

“Il punto, Beniamino, è un altro. Certo non mi faccio uccidere per farti dire le tue cazzate.

Ma non uccido nemmeno te perché le dici. Punto”.

Prima renziano di ferro, ai tempi della rottamazione conclamata della vecchia politica; poi, dopo un chiassoso litigio con un oscuro portaborse di Matteo Richetti che l’aveva allontanato a forza dal nuovo corso: nei secondi anni Dieci s’era riciclato accostandosi all’onorevole Carlo Cane. Che gli aveva procurato lavori di consulenza in una serie di consociate europee – ma con sede italiana – della nascente GasVal; e un’attività politica marginale come consigliere nel Gruppo Misto del comune di Rocca Canterana nel frosinate.

Le due competenze che, durate fino alla metà degli anni venti (adesso: con la GasVal pronta a riciclarsi internazionalmente nelle istanze della GasPout): ora gli chiedono conto. Sacrificabile perché ormai scoperto, la sua presenza minore nella vita sociale e politica del paese lo prevede ormai in carcere.

E tramontato, per sempre. Con la paura attenta di chi si senta braccato; e però, anche, le pretese di grandeur dei santi bailor sempre falliti per conto terzi.

A Corsignano!, s’era detto dopo l’ultimo colloquio con l’onorevole Balzetti e l’ufficializzazione della sua “acclarata indifendibilità”. A Corsignano per qualche giorno.

Con mia figlia. Per pensare.

Ed era con questo stato d’animo e di cose che il futuro aveva schiacciato la polvere di stelle mai trovata dal destino del dottor Nattani sotto il diagramma di flusso di uno zerbino retrivo della Toscana più o meno meridionale. La mattina del venerdì santo, al bar con sua figlia, riverito dai pochi che lo riconoscevano con la grazia neutra di un’agnizione parziale e vendicativa: il vecchio Pietro aveva celebrato la bellezza indicibile di Carla – che, vergognosamente, aveva replicato con un sorriso silenzioso – e l’incredibile somiglianza della bambina con “la tu’ mamma, Bino.

La Rita… Ché era una bella donna la tu’ mamma…”. Salvo poi rendersi il Pietro che conosceva nel commento ai rumori d’arrivo della sera prima.

“E con tutto quel bailamme della processione e di Nazzareno… e quando èmo sentito che si schiavava sotto… si pensò co la Remigia ch’era qualche ladro… che qui co tutti sti berberi e marocchini e rumeni e nun se ne pò più, sai…” E di fronte allo sguardo sospeso del padre e della figlia, Pietro s’era ossimoricamente confermato accogliendo l’arrivo di un trentenne tarchiato dai capelli radi e rossi, “tè…”, aveva sorriso Pietro al ragazzo, “parli degli stracomunitàri e t’arriva Romualdo, sicché… E sì ch’a ffà il bengodi ci sei venuto da Bucarèste eh?!…”. Il ragazzo aveva raccolto ridendo della stessa risata di Pietro.

“Non sèmo extracomunitari”: Romualdo aveva annuito allo straniero di Roma con la figlia.

“Sono di Romania”. “E che vòi capì”, aveva chiuso Pietro.

E, indicando l’entrata del bar, “t’ho làscio il caffè pagato. M’ha detto la Remigia che j’hai pórto su la spesa”.

“Chi erano quelle persone?”, gli aveva chiesto Carla, in casa, mentre Bino cercava di mettere su dei tortellini al sugo per la bambina; e intanto pensava, rabbioso, alle evoluzioni stratificate della nuova Corsignano. “Pietro abita qui sopra, amore.

L’altro, papà non lo conosceva”. Citazione “La mattina del venerdì santo, al bar con sua figlia, riverito dai pochi che lo riconoscevano con la grazia neutra di un’agnizione parziale e vendicativa: il vecchio Pietro aveva celebrato la bellezza indicibile di Carla”.

Ed era stato però solo il giorno del lunedì dell’Angelo, dopo un tran-tran di noiosa sopportazione – così leggeva i comportamenti di Carla suo padre – da parte della bambina; dopo telefonate bianche e spigolose con Luisa e i reiterati “mi manchi” della figlia verso la madre; dopo un’accorata perorazione della vecchia Masina sul pianerottolo: le uova sode benedette in un canovaccio per lui e “per la pupa! Ché queste so’ ova bone de le galline nostrane… mica quela robba che portano i cinesi, no?”, ammiccando alla bambina e costringendo ad arricchire la colazione di Pasqua di padre e figlia Nettani con le proteine santificate delle sue uova: “l’ha benedette don Marco!” Dopo le urla, nel pomeriggio della domenica, del capofamiglia Ignazio Giacchi, dall’altra parte del primo piano, contro sti comunisti del cazzo che vogliono fà e dì quel che vogliono loro: sparato contro le istanze del figlio maggiore, Filippo, in veemente contrasto con il padre: ma pur sempre deciso a battersi – questo emergeva dalle urla alcoliche del tardo pomeriggio domenicale – perché “sti slavi del cazzo, piuttosto, e’ un ci rubino il lavoro a ’nnoi”.

Dopo l’apparentemente confortante – e però ancora più terrorizzante, perché vestita di un dolore e di una disperazione rappresa che si specchiava nel dolore e nelle paure di Bino – visita della Lea: che con Beniamino era stata bambina e ragazza, alle elementari e alle medie; e forse di Bino era stata anche, a suo modo, innamorata: dopo che era apparsa sulla soglia con le rughe indifese della sua solitudine: e s’era premurata di voler conoscere finalmente la bambina, Carla: e le aveva regalato una rivista-gioco colorata con gadget – una collanina e un bracciale di plastica rossa – che Carla aveva accettato con composta gratitudine: dopo il congedo, “salutami la tu’ moglie, allora”, con cui la Lea s’era ritirata nelle stanze ordinate della sua resa incondizionata agli anni che le restavano. Dopo tutto questo ― più precisamente nella notte tra il lunedì dell’Angelo e il martedì scontato, e triste, del dopofesta, quando le tristezze della festa si fondono con le speranze tradite delle normalità diffuse, e stanche:

Beniamino Bino Nattani s’era lasciato prendere da una cupa, irredimibile rabbia incontrollata nei confronti del mondo: del suo mondo. Un odio che s’era tenuto nascosto, negli anni, tra le pieghe dei suoi pensieri più torbidi e veri, come un incerto mister hyde invecchiato, decrepito: e frenato dalla pochezza di una plastica facciale incapace di restituirgli lo specchio della sua stessa malvagità.

Tutto il futuro non arrivato, i sogni mancati; l’impossibilità di accettare le sue debolezze con Luisa, o con il consorzio civile dei suoi amministrati di Rocca Canterana, magari: il tutto mischiato con la sua consapevolezza sporca di essere, nel profondo, desideroso di potere e di affermazione, di là dalle mascherature dello sprezzo e della superiorità: e intanto, però, in questo guazzabuglio vorticante del cuore umano, anche persuaso, e stordito, dall’immensa capacità di amore, vero, inattaccabile, che provava per sua figlia. Per Carla, per lei: valeva la pena di resistere, di non piegarsi a quello che il mondo prefigurava già per lui.

E mentre l’odio si amplificava come rivalsa, e riscatto momentaneo da tutta quell’ira irrisolta: l’alba di martedì 22 aprile 2025 s’affacciava, sparuta, di là dalle scoscese a v di Monte Arlecchino. E Beniamino Bino Nattani prendeva la sua decisione più sentita, e vera: dacché si ricordava di essere vivo.

Immagine no Bino Nattani si alza. Si veste.

Si sincera che Carla continui a dormire il sonno di pece dei bambini. Poi.

Scende le scale fino al fondo. La cantina dove suo nonno gli aveva insegnato a tramutare il vino, quando era poco più grande di Carla: e avevo preso la prima sbornia da fumo di bianco della sua vita.

Entra in cantina e s’avvicina all’armadio a vetrina sotto la finestrella a grate. Apre le ante, sfila via dal sostegno verticale di noce la Beretta 626 calibro 12 da caccia appartenuta un tempo a suo padre Luciano.

Poi apre il primo dei tre cassetti laterali della vetrinetta: poi il secondo, poi il terzo. In ognuno di essi trova un numero imprecisato di cartucce.

Ne infila due nella doppietta; le altre se le accomoda a mucchio, una per una, nelle quattro tasche dei jeans. Poi esce, la doppietta in mano.

Sale le scale. Chiude a due mandate la porta di casa, perché la bambina, svegliandosi per il rumore, non corra a cercarlo.

Significa imprigionarla per un po’, magari, ma è per il suo bene. Poi.

Suona il campanello della vecchia Masina. Dopo qualche secondo di attesa, lei apre: perché qui comunque, a Corsignano, ha sempre funzionato così: si apre, anche se non ci sono più le chiavi sulla porta, si apre a chi suona.

“Oh sei te!” fa in tempo a dire: e a vedere la Beretta puntata. Un colpo, due.

E la pancia della vecchia Masina esplode di rosso e di grumi, schizzando il rosso in piccole gocce contro la maglietta bianca di Bino e precipitandola, morta, pesante della sua magrezza di vecchia, nel piancito a mattonelle della soglia di casa sua. Dal rumore concitato dei Giacchi arriva lo spalànco di Filippo, Giacchi: seguito dalla sorella di sedici anni, Vera, che s’affaccia spaventata dalla porta della camera.

Filippo è immobile sull’uscio aperto: non riesce a capire, non riesce a credere, evidentemente, a quello che vede. Mentre Bino infila due cartucce nuove nelle canne della doppietta, chiude: e, mentre inquadra il corridoio di casa Giacchi e la sedicenne Vera grida un acuto di terrore senza muoversi, il corpo ancora vivo di Filippo è solo un ingombro sulla via della casa aperta:

Bino mira al viso, perché Filippo non continui a guardarlo in quel modo, perché non gli sbatta in faccia l’apparente follia di quello che succede: Bino ha un piano e il primo nuovo colpo è per lui, per Filippo: che all’ultimo momento si gira verso il corridoio: ma è un gesto vano che porta brandelli di testa a schiacciarsi e fermarsi rossi sulla parete, mentre il grido ininterrotto di Vera non si ferma, Bino scavalca il corpo di Filippo, schiaccia il sangue sul pavimento e si sporca le scarpe da ginnastica bianca, arriva fino a Vera che ha sostituito l’acuto con la ripetizione, stremata, di un perché.

E le spara nella pancia appoggiando le canne della doppietta alla stoffa del pigiama viola. Sulle scale, attirati dagli spari, scendono in fila la Lea e Pietro.

Nel corridoio di casa Giacchi, dopo aver controllato stanza per stanza dove siano Ignazio e sua moglie, dopo essersi convinto che non ci sono, forse sono via, una cartuccia dalla tasca anteriore destra, una dalla tasca posteriore destra: Bino ricarica ed esce sul pianerottolo in tempo per trovarsi di fronte Lea.

Uno sparo in piena fronte: il cuoio capelluto di lei si svapora alla velocità del suono strozzato del suo ultimo saluto mentre si raggruma sulla porta di casa di Bino. E la Lea e i suoi quarant’anni più o meno stramazzano, lo scalpo che l’assomiglia a una barbie giocata per troppi anni senz’avere il coraggio di darla vìa, o di buttarla, sul pianerottolo, mentre Pietro fa – la stanchezza dei suoi troppi anni, l’amore protettivo per la Remigia rimasta nella vestaglia del primo risveglio da sola, in casa, indifesa – per risalire le scale: e grida “chiuditi!

Chiuditi!” alla Remigia che però non capisce, o è curiosa: o ha solo paura e reagisce a suo modo, come tutti gli esseri umani quando hanno paura: ed è affacciata a vedere la morte di schiena di suo marito, cinquantatré anni di matrimonio e Pietro ha dato la schiena alla morte, piuttosto che privarla di vederlo in faccia mentre moriva. Mentre sale verso la Remigia, Bino sente le grida dall’anticamera chiusa della sua stessa casa.

Il disimpegno da cui grida terrorizzata sua figlia Carla. “Papàaaa”, sente.

La voce che le muore in gola. “Papàaaaa”.

Ma Beniamino Bino Nettani ha un piano: e un rimedio. Sale le scale, infila altre due cartucce nella doppietta, il sangue sparso dei condomini di via della Staccia 3, in attesa del suo ritorno da anni, in attesa di questo ritorno da anni, anche se ancora non lo sapevano: lo macchia nel viso, nei capelli, sul jeans dei calzoni.

La maglietta ha lo struscio rosso della sua mano: un fruscìo della stoffa tinto di rosso. La Remigia lo guarda come se ormai non aspettasse altro che di finirla: come se con lo sparo di Bino potesse tornare al letto, abbracciare nel caldo dell’alba primaverile suo marito, poi svegliarsi insieme con lui e dirgli “o Pietro, e’ sentissi tu che sogno ch’ho fatto…”.

E lui, Bino, le spara. Dritto in mezzo agli occhi, l’odore della cordite affumica l’androne, le scale, le porte aperte degli appartamenti abitati fino a poco prima.

Da casa sua Carla ùlula alla luna morta della sua paura «Papà», ma ormai non ci crede neanche più lei. Finché.

Bino scende le scale, apre le due mandate. Carla, nel pigiama di Stitch, fa per abbracciarlo: e invece si blocca, arretra.

Gli occhi non sanno più cosa dire. Il terrore che sembrava fermato dall’uscio chiuso ora esplode di fronte alle chiazze di rosso e ai grumi addosso a suo padre.

Il sudore acido che insieme all’odore di morte, e di colpi di fucile, trasforma la casa, il palazzo, tutta Corsignano in una maceria di carne che sànguina, e grida, e muore, e muore: e non potrà mai più fermarsi di morire. Carla arretra, sbatte contro lo stipite della porta che dà sulla cucina.

Sulla Casa. Il padre appoggia il fucile a terra, si piega in ginocchio: le sorride.

“Va tutto bene, amore”. Azzarda una carezza da cui lei, immobile, non può sottrarsi.

“Va tutto bene, amore”, le ripete. “L’ho fatto per te”.

Articoli simili

Nella stessa categoria

Argomenti