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Domenica 26 aprile 2026 ore 22:10

Cultura

Da Primo Marella Gallery a Milano l’Africa incanta, comunica e scuote con una emozionante esposizione

Domenica 26 aprile 2026 ore 22:10 Fonte: ReWriters
Da Primo Marella Gallery a Milano l’Africa incanta, comunica e scuote con una emozionante esposizione
ReWriters

Fino al 29 Maggio 2026 da Primo Marella Gallery, nella sede di Milano, sarà visibile Alternative Practices and Unbound Forms. African Artists Across Recent Biennales - un’esposizione collettiva costituita dalle opere di un’artista e sette artisti, provenienti dal continente africano, frutto di un’attenta selezione relativa alla particolarità dell’attività sviluppata.

È importante segnalare che sia l’autrice che gli autori hanno potuto assurgere all’attenzione del pubblico internazionale, per il grande interesse suscitato dai loro lavori nel contesto delle più prestigiose biennali. L’autrice:

Esther Mahlangu. Gli autori:

Joël Andrianomearisoa, Hako Hankson, Abdoulaye Konaté,Tegene Kunbi,Troy Makaza, Samuel Nnorom, Moffat Takadiwa. Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano La storia assimilata nella materia La loro forza espressiva si evidenzia dalle modalità estremamente particolari nell’utilizzo della materia, non più considerata sola sostanza dell’opera, ma caricata dell’energia e della tensione interiore di chi crea. Si tratta di ricerche strutturate basate sulla lavorazione dei materiali che acquisiscono nel corso dell’elaborazione, durante il processo creativo di generazione del lavoro, le caratteristiche di una maturità stilistica assolutamente personale.

Colpiscono le costruzioni assemblate per addizione, compressione, con cuciture, che aggettando nello spazio coinvolgono e disorientano nella tensione narrativa di racconti profondi. La materia ha assimilato la storia di una terra, la sua memoria, le tradizioni, le lavorazioni, i suoi meravigliosi e inebrianti colori.

Alternative Practices and Unbound Forms. African Artists Across Recent Biennales -Primo Marella Gallery - Milano Alla Biennale di Venezia più spazio all’Arte dell’Africa Dare uno sguardo alle edizioni della Biennale di Venezia (la prima fu inaugurata il 30 Aprile 1895) ci permette di verificare che autrici/autori africani e afro-discendenti, non abbiano mai avuto una presenza significativa alla più antica Biennale d’Arte Contemporanea del mondo.

Tuttavia gradualmente, e per la tenacia di galleristi e critici illuminati, si è potuti passare dalla pura illusione di poter rappresentare adeguatamente l’arte di un continente costituito da 55 nazioni, a presenze in continuo sensible aumento accolte da un notevole successo di pubblico e di critica. Dall’edizione 2022 è possibile affermare un’inversione di tendenza rispetto al passato, con l’inserimento definitivo dell’"Africa a Venezia", contribuendo così a colmare la lacuna della grave mancanza di una rappresentanza artistica selezionata africana che completi il panorama mondiale contemporaneo; una nuova visibilità merito non solo di una graduale apertura progressiva verso l’arte dell’Africa, ma l’esito di una trasformazione da parte di chi, da qualificata/qualificato, cerchi, osservi, legga e riconosca l’autorevolezza della produzione di una/un artista.

Alternative Practices and Unbound Forms. African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Un’occasione da non perdere Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales è senza alcun dubbio da considerarsi un’occasione da non perdere. Gli ampi spazi della Primo Marella Gallery consentono perfettamente di ammirare le particolari lavorazioni di chi ha già partecipato alle scorse edizioni della Biennale di Venezia, o sarà presente all’Edizione 2026.

Ogni Biennale che abbia creduto nel valore di lavori impegnativi, offrendo spazi per l’esposizione delle opere di autrici e autori africani, ha potuto successivamente constatare il progredire effettivo dei riconoscimenti con risposte significative e concrete. L’accoglienza è stata successivamente riconfermata per l’importanza di ricerche pulsanti di vita, paesaggi interiori, squarci di mondo.

Come ha osservato lo scrittore e critico d’arte camerunese Simon Njami (Losanna, Svizzera, 4 Gennaio 1962) attraverso le ricerche svolte sulla produzione artistica e culturale in Africa, non si tratta della semplice inclusione di emergenti “fenomeni”, ma dell’adeguato riconoscimento a presenze artistiche già attive nel sistema dell’arte, personalità forti a cui oggi è correttamente attribuito il merito di rappresentare ad alto livello il proprio continente. Il lavoro curatoriale di Simon Njami è molto noto, soprattutto per aver portato all’attenzione di un pubblico più vasto la produzione del suo paese d’origine.

Egli scrivendo, poiché per conoscere meglio il mondo lo si deve raccontare, ha approfondito l’osservazione delle opere ed espresso una definizione ampia e inclusiva di Arte Contemporanea africana. Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Alternative Practices and Unbound Forms – Arti Alternative e Moduli senza vincoli Il titolo della collettiva orienta alla comprensione della scelta curatoriale: l’aver separato in due contesti le differenti modalità espressive. Alternative Practices presenta chi fa della materia il principio strutturale dell’opera;

Unbound Forms riunisce invece chi costruisce la forma nella libertà di strutturare la composizione. Uno sguardo più approfondito su ognuno di loro Moffat Takadiwa Moffat Takadiwa, KoreKore hand writing VII, 2023, Keyboard keys and plastic toothbrush head, 266 × 178 × 15 cm Moffat Takadiwa è nato nel 1983, vive e lavora nella periferia di Harare capitale dello Zimbabwe.

Harare è la città più densamente popolata, il principale centro amministrativo, commerciale e delle comunicazioni, uno dei più grandi centri di riciclo del paese. Egli è tra gli autori più noti e considerati della scena emergente africana, per le strutture murali concettuali realizzate collegando materiali abbandonati tra i quali: detriti di bombolette spray, tappi di bottiglia, pezzi di tastiera per computer.

Moffat Takadiwa si rivolge alla spiritualità, al colonialismo, all'identità culturale e ai temi ambientali. Appartiene alla generazione post-indipendenza e sin dall'inizio della produzione la sua arte si è dimostrata utile e funzionale a riabilitare la propria comunità, attraverso collaborazioni attivate con giovani artisti e designer locali al fine di fondare il primo centro artistico al mondo che utilizza materiali di riciclo.

È davvero molto abile nel trasformare i residui del disinteresse post-coloniale in mosaici e altri motivi intrecciati che collegano ai movimenti contemporanei in Africa allo scopo di decolonizzare il paesaggio culturale. I materiali di recupero sono stati i primi da lui usati a causa dell'impossibilità, durante periodi di grande difficoltà, di poter acquistare in Zimbabwe tele, colori ad olio o acrilici.

Quello che è accaduto è che quei materiali, nel tempo, hanno acquisito un altro grande valore. Ha affermato: «Ora, penso che i materiali trovati mi aiutino a dire ciò che voglio dire... li uso più come prova di come la mia società sta vivendo.».

Alternative Practices and Unbound Forms. African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Moffat Takadiwa, dopo aver raccolto grandi quantità di piccoli oggetti scartati e abbandonati, averli ordinati per colore e forma, li intreccia creando scenografici arazzi.

I materiali post-industriali lavorati ad intreccio e appesi, a guisa di arazzi antichi, offrono alla materia una nuova vita. Tappi di bottiglie, di medicine, coperchi, tubetti di dentifricio, spazzolini da denti, anelli e altri oggetti non più riutilizzabili, lavorati dalla sapiente manualità dell'artista, vengono nuovamente inseriti nello spazio della vita umana acquisendo più forza nella stretta coesione della lavorazione.

Parlando del proprio lavoro ha affermato: «Sento che le radici del mio paese dominano ancora nel mio lavoro. I ricordi delle fattorie di tabacco e le questioni legate alla terra e all'ambiente sono tutte influenzate dalla mia origine agricola.» Ciò che parrebbe incredibile è realtà.

In una delle discariche più grandi del paese, l’artista ha attinto la materia che ha trasformato per generare le proprie opere d’arte. Con questa operazione non solo ha saputo creare bellezza ma ha offerto la più alta espressione di riflessione diretta, e volutamente di facile interpretazione, per lanciare un messaggio chiaro all’umanità.

L’attingere nella discarica ha portato il mondo a guardare al suo interno e al proprio, trovandosi necessariamente a dover riflettere e interrogarsi sul consumismo, su ciò che ha provocato e provoca, sul progresso travolgente e sul potere che piega la natura al suo volere. Troy Makaza Troy Makaza, Dzimba centric, 2026, silicone infused with pigment, 154 x 114 x 3 cm. - Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Troy Makaza è nato nel 1994 ad Harare (Zimbabwe) dove vive e lavora. Le sue opere sono costituite da silicone infuso con inchiostro e vernice, con le quali tratta temi personali determinati dalle esperienze vissute o sociopolitici.

Parlando del proprio lavoro ha affermato: «Il mezzo è intimamente connesso al mio lavoro su diversi livelli. Innanzitutto, combina un mezzo artistico tradizionale con uno nuovo.

Questo è un aspetto che sono molto consapevole di fare come artista contemporaneo dello Zimbabwe: creare un ponte tra la tradizione e la pratica contemporanea. In secondo luogo, questo mezzo mi permette di muovermi tra la scultura e la pittura e di rompere le categorie stabilite da persone che non sono noi, quindi in un certo senso è come se affermassi il mio diritto di artista di determinare come sono visto e di non permettere a me stesso o ai miei contenuti di essere categorizzati.

Il mio soggetto è altrettanto fluido e si muove tra astrazione e figurazione perché nessuna delle due categorie è di fatto pura e la formalità di queste definizioni non ha senso per me.». Mescolando inchiostri e silicone industriale ottiene forme che modella, intreccia e dipinge in strutture e texture, dai valori tattili e al contempo alieni, contemporanee e legate alla tradizione.

Troy Makaza riflette sulle relazioni, in continua evoluzione, tra i suoi contemporanei dello Zimbabwe: in ambito politico, culturale ed economico. Con le reti di fili intrecciati si rivolge direttamente alla grave situazione del suo paese, contro la concentrazione di ampi poteri che soffocano il dissenso ricorrendo ad arresti, detenzioni e vessazioni.

Sono narrazioni personali, ideologicamente intense, in opposizione a un governo che interferisce pesantemente con le attività delle organizzazioni dell'autorità civile e lo stato di diritto, riducendo lo spazio civico. Tuttavia, la modalità espressiva di Troy Makaza offre allo sguardo superfici dove il colore, il segno e la forma lo collegano alla cultura visiva del suo popolo e ai simboli tradizionali della sua terra.

Egli ha studiato e trovato uno stile personale con cui esprimersi ottenendo un canale diretto, e privilegiato, per parlare ai suoi contemporanei. Le opere sono collegate allo stile Hip Pop internazionale quanto alle tradizioni dello Zimbabwe, stimolo inesauribile con cui sperimenta e porta in superficie il pensiero e l'energia della fantasia.

Abdoulaye Konaté (Autore dell'immagine in evidenza) Abdoulaye Konaté è nato il 1° Febbraio 1953 a Diré, nella Repubblica del Mali. Vive e lavora a Bamako, capitale e città più estesa dell'ottavo paese più grande del continente africano.

È una delle figure più prestigiose dell'Arte Contemporanea per aver proposto una produzione di combinazione tra elementi tratti dall'estetica territoriale con temi globali, e fuso posizioni politiche con l'artigianato tradizionale. Lavora utilizzando abiti tessuti e tinti, provenienti dalla Repubblica del Mali, suo paese d'origine, e da altri paesi del mondo.

Le opere, sia figurative che astratte, eseguite con grande attenzione nel mantenere un perfetto equilibrio di armonia visiva, sviluppano temi relativi a situazioni socio-politiche e ambientali. Riferendosi alla tradizione dell'Africa Occidentale, e nello specifico all'uso del tessuto come mezzo di comunicazione, si riferisce a questioni d'interesse globale, alla propria vita e al suo paese.

Gli interrogativi più frequenti sono orientati alle modalità con cui le società e gli individui siano stati influenzati da fattori come la guerra, la lotta per il potere, la religione, la globalizzazione, i cambiamenti ecologici e l'epidemia di AIDS. Tutto questo mirabilmente trasfuso, nella maggior parte dei casi, in arazzi composti da nastri di cotone sovrapposti e ricamati a mano, dove la colorazione assume un ruolo fondamentale.

Perché? La selezione del colore è orientata dall'idea dell'opera e dal valore simbolico che esso dovrà assumere, poiché i colori sono i termini espressivi della natura, permettono la comunicazione e l'interpretazione.

Abdoulaye Konaté utilizza soprattutto i due non colori Bianco e Nero e un colore primario, il Rosso: in Africa il Colore Rosso è simbolo religioso denso di significati. La gradualità cromatica di una ricerca raffinata, conducono lo sguardo ad acquisire il senso di un racconto dal linguaggio forte dato dal colore e dalle fibre di una struttura creata dall'uomo, divenuta occasione di creazione ermeneutica, morale e artistica.

Abdoulaye Konaté ha attuato nel tempo un'indagine profonda analizzando i simboli che potessero comunicare dell'essere umano e della natura per mezzo del colore. I colori comunicano raggiungendo l'interno del corpo; dopo essere stati accolti dalla forma significante rifondano il reale, ne decifrano l'invisibile, l'anatomia morale, quei legami che riflettono le strette trame del vivere espressi dai racconti vibranti, sinfonici, degli straordinari lavori tessili.

Dall'estrema cura esecutiva si irradia il linguaggio, un'armonia lirica nel perfetto dosaggio tra il tempo narrativo interno, che include tradizione e passato, e quello esterno composto in un equilibrio mirabile per la restituzione nell'opera di un'anima aperta all'aria e alla luce, luogo di raccolta di forze contrapposte della storia: dedizione e risentimento, impulso e misura, tenuta e resa. Samuel Nnorom Samuel Nnorom, Architecture of Return, 2026, African Print Fabric, 118 x 164 x 32 cm. - Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales -Primo Marella Gallery - Milano Samuel Nnorom è nato nel 1990 a Isiukwuato nello stato di Abia, in Nigeria, dove vive e lavora. Ha iniziato a disegnare dal vero all'età di nove anni, ritraendo i clienti che frequentavano il laboratorio di calzoleria del padre; ma è stato influenzato anche dal lavoro della madre che possedeva uno studio di sartoria, dove poteva giocare con tessuti colorati, aghi e fili.

La predisposizione innata e la possibilità di avere a disposizione sin da piccolo, il materiale più adatto a quella che sarebbe divenuta la sua contemporanea pratica artistica, ha permesso a Samuel Nnorom di elaborare una materia "annodata all'anima". Si esprime con il riciclo tessile per proporre una riflessione sociologica sulla condizione umana attraverso la gestualità del tagliare, cucire, legare.

Con questi gesti crea coloratissimi agglomerati di sfere di schiuma rivestite di tessuto, e accuratamente cucite le une alle altre. Le superfici rappresentano figurativamente il "tessuto della società" composto da strutture sociali chiuse come bolle separate ma al contempo unite, all'interno delle quali si svolge la vita nei diversi ambiti della quotidianità.

Per la sua ricerca seleziona abiti Okirika e tessuto Ankara che lavora e assembla. L'opera ha inizio dalla scelta della superficie tessile con cui successivamente, ricoprendo le “bolle”, ne modifica lo stato.

Le forme sferiche ricoperte di stoffa e assemblate, liberandosi nello spazio, proprio attraverso la gestualità che accompagna le varie fasi di lavorazione, danno vita al passaggio dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. La scelta non casuale del tessuto Ankara, la cui origine è complessa, ha una specifica relazione con il continente africano.

I tessuti costituiscono anche una forma di comunicazione ed espressione non verbale tra le donne africane, con schemi utilizzati come linguaggio condiviso e significati ampiamente compresi, con cui portano il loro messaggio nel mondo. Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Samuel Nnorom crea riferendosi direttamente alla sua terra per indagarne il simbolismo mutevole, e riconoscere ai simboli, dalla lunga storia e dal grande valore, l'essere tutt'ora presenza fondamentale e attuale nella propria comunità locale e in tutta l’Africa occidentale. La ricerca si muove dall'identità e dal significato di ogni specifico tessuto, valore acquisito nel tempo e determinante suggestioni strutturali di organizzazioni sociali di collegamento tra l'umanità.

La rappresentazione del – tessuto sociale – o di un – tessuto della società - ha delle caratteristiche specifiche in ogni contesto, la – bolla – invece è una struttura che contiene solo per un periodo di tempo limitato. L'artista con la costruzione intenzionale delle soffici architetture, desidera coinvolgere e stimolare a riflettere sulle strutture socio-politiche, sulle condizioni umanitarie che limitano la vita, sul significato di verità e complotto di un' esistenza avvolta nelle bolle della contemporaneità.

Accattivanti e cromaticamente attraenti, le opere di Samuel Nnorom appaiono come territori di una narrazione veicolata per mezzo di un tessuto dal valore antico, dal quale si avvia la creatività di un giovane artista che trasporta nel lavoro se stesso e tutto ciò che si muove oggi attorno alla sua vita. Collegando le forme rafforza il proprio linguaggio non verbale, un percorso che gli permetta di arrivare a quelle vie vicine alle sue origini, per risvegliare le coscienze nell'evocazione di realtà percepibili e inevitabilmente annodate al suo cuore.

Joël Andrianomearisoa Joël Andrianomearisoa, Promenade (Labyrinth of passion green process), 2026, Textile, Al. 120 x La. 70 cm. Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Joël Andrianomearisoa è nato nel 1977 ad Antananarivo, capitale del Maagascar, vive e lavora tra la terra d'origine e Parigi. La ricerca nell'ambito della moda, il design, la fotografia, i video, la scenografia, l'architettura, le installazioni, le arti visive, lo hanno stimolato alla creazione di lavori capaci di entrare nello spazio sensibile dello spettatore.

La formazione, avvenuta in una Scuola d'Arte del Madagascar, gli ha permesso di mettersi in contatto e lavorare con artigiani e designer internazionali di grande rilievo. Per la produzione utilizza diversi materiali con cui si esprime con modalità differenti sperimentando gli approfondimenti di una ricerca in continua evoluzione, allo scopo di trovare il perfetto equilibrio di un'estetica che consideri i sentimenti.

Joël Andrianomearisoa ha scelto di lavorare prima con il tessuto, poi ha incluso alla sua ricerca altri materiali che potessero permettergli di trasmettere emozioni. Parlando del proprio lavoro ha affermato: «Non è né un quadro, né una scultura, né un assemblaggio architettonico...è un'installazione che ha diversi elementi che si riferiscono all'architettura, alla pittura e alla scultura, ma anche all'amore, al desiderio, alla perdita, alla disperazione, alla speranza».

La materia si forma per essere espressione del pensiero, struttura compositiva di ciò in cui lui crede, espressione di idee, messaggi guidati dall’estetica, l’eleganza, la raffinatezza, ma soprattutto l’urgenza creativa di esperienze condotte con tenacia nel proporre di opera in opera, un’immagine descrittiva di un linguaggio che esaurisca tutte le identità. Esther Mahlangu Esther Mahlangu - Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Esther Mahlangu è nata a Middelburg in Sudafrica l'11 Novembre 1936. È una delle più celebri artiste sudafricane.

La combinazione di tecniche ancestrali e colori accesi hanno dato nuova vita a motivi di antica cultura, oggi accolta in musei o nata con collaborazioni prestigiose. Iniziò a dipingere a dieci anni, seguendo gli insegnamenti della madre e della nonna, per proseguire la tradizione locale di questo particolare tipo di tecnica pittorica caratterizzata da pattern geometrici dai colori intensi e vibranti, tramandata in famiglia e trasmessa solo dalle donne.

Pur continuando ad esprimersi mantenendo il legame con la tradizione dell’etnia Ndebele a cui appartiene, Esther Mahlangu nel tempo ha modificato tecniche e supporti per un’interpretazione contemporanea della sua arte tradizionale. Con pigmenti e colori industriali ha decorato di linee e forme geometriche: tele, sculture, ceramiche, automobili e aerei.

Oggetti sono creati anche utilizzando piccole perle colorate, tipiche della tradizione artigianale del Sudafrica, con cui richiama motivi decorativi della geometria tribale africana. Esther Mahlangu, Untitled, 2009, Sculpture in fabric, beads and assemblage of various materials, 28 × 12 × 8 cm.

Alternative Practices and Unbound Forms. African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Quest’anno compirà novant’anni, più degli anni della Repubblica del Sudafrica, ed è stata testimone della dissoluzione dell’apartheid.

La sua particolare e prolifica carriera artistica è divenuta simbolo della resistenza della cultura Ndebele, la terza per entità tra le etnie principali dello Zimbabwe che grazie al loro forte senso d’identità sociale, e al valore attribuito ai legami di parentela, sono riusciti a mantenere le proprie tradizioni. Lavora a mano libera, con un pennello di piume di gallina tracciando linee rette e mantenendo un equilibrio compositivo.

Le linee di un Bianco intenso perfettamente tracciate, delimitate da spessi contorni in Nero, e le campiture dai colori decisi, sono sempre state le caratteristiche fondamentali del suo stile. Hako Hankson Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Hako Hankson (Gaston Hako) è nato nel 1968 a Bafang in Camerun, e vive e lavora a Douala in Camerun. È un artista autodidatta che sin dalla frequentazione delle scuole elementari non poté trattenersi dal decorare le sue aule.

La modalità con cui ha iniziato a operare si è espressa a favore dell’aiuto verso i suoi coetanei. Attraverso la condivisione e lo scambio, veicolo d’eccellenza di creazione, ha creato un centro di accoglienza e luogo di residenza per gli artisti visivi in difficoltà.

Questa struttura: In and off art center, è stata inaugurata nel 2013 con mezzi propri.

Influenzato dall’arte e dalla cultura del suo paese Hako Hankson è cresciuto circondato dagli oggetti dei riti di iniziazione: maschere, figure umane, feticci, etc. utilizzati dal padre, primo notabile del suo villaggio e tra i più importanti notabili del Camerun. Quei preziosi oggetti di culto costituiscono da sempre una componente molto importante nelle culture della tradizione africana, per il ruolo fondamentale assunto dalla religione e dalla magia nelle popolazioni.

L’aver attinto a manufatti conosciuti da secoli dai popoli dell’Africa, e che per raffinatezza raggiunta nella loro produzione possono essere considerati opere d’arte, ha permesso a Hako Hankson di rendere più comunicativa la sua produzione raggiungendo un maggior numero di persone. La forte espressività raggiunta dal segno e dal colore è profondamente coinvolgente per i molti rimandi appartenenti al passato e riconosciuti nel presente; con questo vantaggio i messaggi non omologati densi dei simboli degli antichi rituali del suo popolo si fanno monito a non ripetere gli stessi errori.

Tegene Kunbi Tegene Kunbi, Many Times, Here I Was Born, 2023, Oil and textile on canvas, 200 × 165 × 4,5 cm. Alternative Practices and Unbound Forms.

African Artists Across Recent Biennales - Primo Marella Gallery - Milano Tegene Kunbi è nato nel 1980 a Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. La formazione e il conseguimento di riconoscimenti internazionali l’hanno portato oggi a vivere e lavorare tra Addis Abeba e Berlino.

Le sue opere sono composte dall’unione di colore a olio e materia: tessuti pregiati o comuni sono integrati ai colori e disposti con schemi dove ogni elemento assume valore strutturale, determinando ritmo, densità e profondità. Gli elementi compositivi, vibranti, luminosi, distribuiti sulla superficie, ricostruiscono cromaticamente storie della sua terra, tracce, mappe, una cartografia di punti magnetici dove il colore diviene respiro.

La scelta cromatica trasporta al terreno antico e fertile dalla bellezza folgorante, ma a lungo segnato da molte difficoltà. Tegene Kunbi porta in superficie l’esistenza, perché non solo l’Etiopia è considerata uno dei primi siti in cui si svilupparono gli esseri umani anatomicamente moderni, essendo state rinvenute ossa umane di Homo sapiens di Duecentomila anni fa, ma luogo ricco di cultura, pittura a soggetto sacro caratterizzata da colori molto forti e caldi, e architettura.

Tegene Kunbi si muove con padronanza anche sulle superfici estese, dove mantiene le strutture e deposita al loro interno un poema di testimonianza: un uomo, il luogo che gli diede i natali e l’energia con cui pone interrogativi, non soluzioni. L’uso anche dei tessuti è un’ascesi attraverso il silenzio, è fiamma del rogo di un rito, della sua sacralità e dell’inesausta pazienza di creare opere attinte da antiche tradizioni religiose.

Con profonda esperienza del fare accosta armonicamente il tessuto alle superfici pittoriche, creando riflessi di memoria, ritualità, identità, stratificando cultura, storia come eredità di comunità. Ogni spazio di colore contiene un’aura antica, canti, preghiere, e i tessuti muovono le superfici come danze cerimoniali di emozionanti tradizioni di tempi lontani.

Dipingere è per Tegene Kunbi lo svolgersi di un rituale: il pennello si muove con il pensiero nella direzione di esperienze vissute, personali o collettive, sintesi di un linguaggio visivo a più piani dove è incluso il concetto di moto come omaggio al passato e alla storia. La convivenza di quegli spazi coinvolge istinto e immaginazione, rompe gli schemi di una bellezza regolare scavando il cielo e la terra, perché in Africa tutto è profondo ma di eclatante bellezza.

Tegene Kunbi sarà presente alla 61ª Esposizione Internazionale d'Arte - Biennale di Venezia - Etiopia - Tegene Kunbi - Shapes of Silence – A cura di Abebaw Ayalew - Palazzo Bollani Alternative Practices and Unbound Forms. African Artists Across Recent Biennales Primo Marella Gallery Milano Via Valtellina, 31 – 20159 Milano - Italia Giorni di apertura e orari:

Dal Lunedì al Venerdì 09:00 – 13:00 14:00 – 18:30 Informazioni: info@primomarellagallery.com + 39 02 87384885 Immagine in evidenza: Abdoulaye Konaté, Un cerf-volant pour les enfants de mon pays, 2019, Textile, Al. 294 × La. 456 cm.

La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per ReWriters, la testata giornalistica digitale di advocacy sulla sostenibilità sociale fondata da Eugenia Romanelli, sono state autorizzate da Primo Marella Gallery - Milano. The post Da Primo Marella Gallery a Milano l’Africa incanta, comunica e scuote con una emozionante esposizione appeared first on ReWriters.

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