Politica
Il carcere e la sua piazza di spaccio
Secondo le statistiche ufficiali, la percentuale di detenuti con problematiche da uso di sostanze stupefacenti è piuttosto significativa e in crescita negli ultimi anni – circa il 40% della popolazione carceraria complessiva secondo i dati del 2025 dell’Associazione Antigone –, così come alto, intorno al 34%, si presenta il numero di persone detenute per violazioni della legge sulla droga (DPR 309/90). La già difficile situazione è stata ulteriormente appesantita dal decreto Caivano del 2023, che introducendo l’arresto in flagranza per spaccio lieve, ha inasprito ulteriormente le sanzioni per la non occasionalità dello specifico reato, rendendo impervia la strada verso pene miti anche per i casi sporadici, così come dal DDL Sicurezza n.48 – convertito in legge nell’estate 2025 – che, apportando modifiche alla normativa sulla canapa (Legge 242/2016), ha equiparato di fatto la cannabis light a tutte le altre sostanze stupefacenti.
Da una parte, dunque, un regime sanzionatorio sempre più rigido e aspro, dall’altra l’annoso trascinarsi di una sanità intramuraria spesso non in grado di garantire esaurientemente l’adeguatezza dei trattamenti riabilitativi, hanno finito per rendere il carcere italiano un’allettante piazza di spaccio. Se, infatti, fino a poco tempo fa, all’interno della vita ristretta e nell’ancora più ristretta quotidianità di una cella, il consumatore, e più ancora il dipendente patologico, era mal sopportato per l’imprevedibilità dei comportamenti, spesso dettati dall’astinenza e dal craving, per una riconosciuta e condivisa inaffidabilità rispetto alle dinamiche relazionali interni e per l’essere, non sempre ma di frequente, portatore di patologie psichiche e infettive (vedi epatite C), oggi non sembra essere più così.
La fattanza in carcere, dunque, non è più un problema da contrastare con la pretesa morale e di verifica della caratura caratteriale del dipendente, attraverso l’imposizione tra detenuti di scalaggi veloci (vedi metadone) fuori dalla necessaria supervisione medica, ma un’occasione favorevole per gli affari a schema (decisamente) multilivello e piramidale. Mentre, infatti, la criminalità organizzata continua a riconoscere il sostegno economico a capi clan e affiliati strategici, va sempre più riducendosi il supporto garantito ai detenuti di livello più basso – soprattutto piccoli spacciatori – che spesso si ritrovano privi di qualsiasi sussistenza economica per sé e per i propri familiari all’esterno.
Lo spaccio intramurario, dunque, va sempre più delineandosi, come un improprio ma efficace ammortizzatore sociale, una chance lavorativa, un’opportunità economica, una fonte di sostentamento, una possibilità di guadagno con un bacino di clienti – facilmente rintracciabili – disposti a tutto pur di arrivare all’agognato oggetto del piacere. Tanti clienti e un craving continuamente stimolato da elementi capaci di svolgere un ruolo trigger (grilletto), ossia di innesco della stessa compulsione, di cui il carcere è il contesto ideale per via di un’articolata combinazione di fattori ambientali, relazionali, sociali e psicologici.
Numerosi studi hanno esaminato i fattori associati all’uso di droghe in carcere, ma sono piuttosto ridotte le revisioni sistematiche sulle evidenze individuate. Una di queste, comparsa sulle pagine dell’International Journal of Drug Policy nel dicembre del 2023, ha sottolineato la correlazione del consumo in ambito detentivo con le inefficienze del sistema giudiziario penale, le cattive condizioni carcerarie, il consumo di droghe prima della detenzione e le diagnosi psichiatriche, unitamente all’esiguità delle attività presenti in carcere, alla provenienza da un contesto sociale in cui il consumo di droghe è percepito come accettabile, alla pressione esercitata da altri detenuti che può trasformare l’uso di sostanze in una modalità per sopportare la condizione di privazione della libertà, per conformarsi alla cultura carceraria, per ottenere protezione o essere accettati all’interno di dinamiche di gruppo.
In sintesi, il carcere agisce da trigger per una sorta di meccanismo di sopravvivenza bio-psico-sociale. Per criminali già avvezzi alla detenzione il carcere è difficile, ma non traumatizzante come per chi non ha possibilità economiche ed è anche molto giovane.
Poco importa se la Legge ingiunge che per chi introduce o spaccia droga in carcere le pene sono severe, con la reclusione che può variare da 2 a 6 anni per le droghe leggere e da 8 a 20 anni per le quelle pesanti, con possibili aggravanti legate alla commissione del reato all’interno di un istituto di pena. Studi di sociologia e criminologia, inoltre, confermano che la spinta intimidatoria decresce con l’aumento della frequentazione di un certo contesto.
Gli affari sono affari e la dipendenza è una malattia cronica e recidivante (Organizzazione Mondiale della Sanità)… Se questo fa ancora fatica ad essere compreso dalla società civile, per la criminalità è inoppugnabile. Le autorità hanno individuato diversi canali utilizzati per far entrare sostanze psicoattive negli istituti penitenziari, che vanno dai pacchi alimentari (vedi carcere di Lecce, dove sono stati sequestrati 1,3 kg di hashish occultati in doppi fondi di borse della spesa cosparsi di caffè per eludere il fiuto dei cani nel mese di ottobre 2025) o da quelli postali, ai droni (carcere di Foggia nel febbraio 2026), ai lanci dall’esterno (carcere di Verona nel marzo e di Torino nell’aprile del 2026), al rientro da permessi premio o nel corso dei colloqui con i familiari (anche solo con un bacio o tenendo tra le braccia un bambino piccolo).
La Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Perugia ha denunciato ben 63 episodi nell’ultimo triennio, nei soli istituti di Spoleto, Terni e Orvieto. Le inchieste recenti confermano che la droga, spesso, è ordinata dai detenuti attraverso cellulari introdotti illegalmente e pagata dai complici o parenti all’esterno.
Inutile precisare che nel sistema carcere oltre a mancare un adeguato numero di agenti di polizia penitenziaria, mancano anche i jammer (disturbatori di frequenza), i sistemi antidrone, gli scanner di moderna concezione. A tutto ciò non è improbabile dover aggiungere, poi, qualche compiacenza da parte di chi lavora all’interno degli istituti carcerari o di chi entra con compiti specifici (avvocati, fornitori, ecc.).
Il pagamento fuori elude le transazioni dirette di denaro cash all’interno degli istituti penitenziari, costringendo, però, persone esterne alla vendita e all’assunzione a entrare in contatto con il mondo della piccola e media criminalità. A chiedersi cosa accade in caso di mancato pagamento, ci sarebbe da distinguere tra chi sta dentro (più uomini) e chi sta fuori (più donne).
Il carcere non è il luogo deputato alla cura della dipendenza patologica, pur intercettando, suo malgrado, un numero di consumatori ricreativi e/o di dipendenti superiore a quello dei Servizi specialistici stessi; il rischio sempre più evidente, però, è che se fino a qualche tempo fa la difficoltà di reperimento della sostanza nel carcere poteva, sulla carta, favorire l’allontanamento dall’uso, oggi non è impensabile che l’avvio della carriera tossicomanica avvenga proprio nel corso della detenzione. Sta alla politica scegliere se il tempo della detenzione può tradursi in un’indubbia opportunità di aggancio terapeutico, nonché di vera e propria presa in carico per i Servizi per le dipendenze (Ser.D.), prima intra e poi extra muraria, o trasformarsi nella (s)comoda occasione di contatto con una delle più grandi piazze di spaccio presenti in specifici territori.
Sarebbe auspicabile che una qualche decisione, mirata e condivisa con quanti ogni giorno – con diversi ruoli professionali – si confrontano con il mondo della detenzione, non tardasse ad arrivare. In fondo, dovrebbe essere noto ai più, che la prontezza è l’anima degli affari… e anche del trattamento socio-sanitario.
CREDITI FOTO: La Casa Circondariale di Civitavecchia, 01 febbraio 2024.
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