Politica
Primarie per unire? Il rischio è indebolire la rappresentanza
All’indomani dell’esito referendario, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha deciso di porre sul tavolo il tema delle primarie, con un tempismo discutibile e con una coerenza logica molto dubbia. L’idea che il voto referendario si possa tradurre automaticamente in una partecipazione massiccia alle primarie è infatti tutta da dimostrare, ed è un salto logico che non regge.
Il Partito democratico e la sua segretaria lo hanno detto fin dal primo momento: i voti per il “no” al referendum non sono automaticamente voti per il centro-sinistra, sia perché una parte di quei voti proviene da elettori del centro-destra, sia – e soprattutto – perché una quota molto consistente è composta da cittadini che partecipano al voto referendario ma che alle elezioni politiche, con ogni probabilità, si asterranno o si sono già astenuti in passato. Il dato che emerge dal referendum è un altro: esiste un’area di cittadini tutt’altro che indifferente alla politica, tutt’altro che disinteressata alle sorti del paese, ma profondamente sfiduciata nei confronti dei partiti.
Quando è chiamata a pronunciarsi sui fondamenti della Repubblica, questa area risponde; quando invece si tratta di scegliere tra offerte politiche percepite come inadeguate, si ritrae. Questo è il punto.
E partire da lì per rilanciare immediatamente una querelle sulle primarie appare, francamente, un atto irresponsabile, dettato più dal desiderio di capitalizzare il momento che i sondaggi dicono favorevole che da una riflessione politica solida. Ah, i sondaggi!
Nel nostro paese sono ormai diventati una sorta di oracolo laico, utilizzato come se fosse in grado di predire il futuro. Non è così.
I sondaggi sono, nel migliore dei casi, una fotografia degli umori dell’elettorato in un determinato momento. Non dicono nulla su ciò che accadrà tra un anno, in un contesto che può cambiare radicalmente.
Ma soprattutto, ed è il punto più importante, i sondaggi non sono strumenti neutri: innanzitutto perché sono altamente manipolabili, dipendono dalle domande che si pongono e dagli scenari che vengono proposti agli intervistati, e in secondo luogo perché non si limitano a descrivere la realtà, ma la influenzano direttamente. Lo abbiamo visto proprio nel corso della campagna referendaria: ogni volta che un sondaggio dava in vantaggio il “sì”, si mobilitava il fronte del no, mobilitazione che a sua volta faceva modificare l’esito dei sondaggi successivi innescando la mobilitazione dell’elettorato del “sì”.
Quella che viene presentata come una fotografia si comporta in realtà come un fattore attivo, che modifica il quadro che pretende di rappresentare. Per questo i sondaggi politici vanno maneggiati con estrema cautela.
E, francamente, se fossi in Conte eviterei di dare troppo credito a rilevazioni che lo danno in vantaggio, perché si potrebbe innescare un meccanismo analogo e produrre una mobilitazione dell’elettorato a sostegno di altri leader, per esempio di Elly Schlein. Costruire una strategia politica su questo terreno è, nel migliore dei casi, miope.
Ma il punto più profondo, quello che rende questa discussione sulle primarie così poco convincente, sta altrove, e riguarda il modo in cui da trent’anni abbiamo deciso di organizzare la competizione politica in Italia. Negli anni Novanta si è voluto forzare il sistema politico in senso bipolare e maggioritario, tentando di avvicinarlo ai modelli anglosassoni – statunitense e britannico – che però si fondano su una storia istituzionale e politica completamente diversa dalla nostra.
Questo tentativo ha prodotto, tra le altre cose, un sostanziale obbligo per i partiti di costruire coalizioni prima del voto. Ed è proprio qui che si produce una distorsione significativa della volontà popolare.
Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky sulle pagine di MicroMega 1/2024, “la ‘vittoria’ delle elezioni non è un concetto costituzionale: le elezioni sono momenti importantissimi, feste della democrazia, in cui a essere in palio non sono la vittoria e la sconfitta come nel linguaggio politico corrente e improprio. (…) Si tratta dei momenti in cui si registrano le posizioni politiche e si dà loro rappresentanza perché possano entrare a far parte della deliberazione, cioè del confronto e, poi, della sintesi necessaria per legiferare. La democrazia deliberativa alla quale si ispira la nostra Costituzione (…) non vuole ‘vincitori’ in senso bellico.
Vuole invece che ciascuna posizione politica ottenga (…) la forza che ha dimostrato di avere nell’elettorato del paese”. Se si prende sul serio questa impostazione, diventa evidente quanto sia problematico forzare la costruzione delle coalizioni prima del voto.
Costruire le coalizioni prima significa infatti chiedere ai partiti di annacquare le proprie posizioni per non pregiudicare l’unità della coalizione stessa. Le differenze si smussano, le identità si diluiscono, le proposte si appiattiscono su un minimo comune denominatore che spesso è poco più che una sommatoria di ambiguità.
Questa operazione viene spesso presentata come un valore, come una prova di responsabilità. A me sembra invece un elemento di debolezza della democrazia.
Se le differenze politiche devono essere cancellate o attenuate per rendere possibile la convivenza, allora tanto vale fare un partito unico. I partiti hanno senso se esprimono posizioni diverse; se queste differenze vengono sistematicamente neutralizzate prima del voto, si priva l’elettore della possibilità di scegliere davvero.
Per questo sarebbe molto più coerente – e molto più trasparente – costruire le coalizioni dopo le elezioni, come accade in paesi come la Germania. In quel caso i partiti fanno campagna elettorale per sé stessi, cercando di rafforzare la propria identità, di massimizzare il proprio consenso, e poi si presentano al tavolo negoziale con il peso reale che gli elettori hanno loro attribuito.
È un meccanismo molto più trasparente del nostro attuale, in cui i compromessi si fanno prima, sulla base di equilibri del tutto ipotetici indicati dai sondaggi, quando ancora non si sa quale sarà il peso effettivo di ciascun partito. Si dice che questa distorsione sia il prezzo da pagare per garantire stabilità e governabilità.
È una tesi che si ripete da anni, ma che non trova riscontro nella realtà. La stabilità dei governi non dipende dal sistema elettorale, ma dalla cultura politica e dalla responsabilità di governo dei partiti e delle loro classi dirigenti.
Cultura e responsabilità che – ahimè – non si infondono per legge. La storia italiana degli ultimi trent’anni lo dimostra chiaramente: il passaggio a un sistema maggioritario o misto non ha prodotto governi più stabili.
Il governo di Giorgia Meloni, che se regge ancora qualche mese diventerà il più longevo della storia repubblicana, è stato eletto con lo stesso sistema che ha prodotto in passato governi fragilissimi. E, viceversa, se guardiamo ad altri paesi con sistemi proporzionali – di nuovo la Germania, ma non solo – vediamo che la stabilità può essere garantita anche senza forzature maggioritarie.
Il punto, dunque, non è il sistema, ma la qualità della politica. Alla luce di tutto questo, l’idea di rilanciare le primarie come strumento per costruire una coalizione prima del voto appare non solo debole, ma controproducente.
Non è la convergenza pre-elettorale su alcuni temi che rafforza una coalizione, ma la capacità post-elettorale di costruire un programma di governo sulla base di rapporti di forza reali. Tutto il resto – primarie comprese, se utilizzate in questo modo – rischia di essere poco più che un esercizio tattico, che distorce la rappresentanza e allontana ulteriormente i cittadini dalla politica. * * Questo articolo sarà disponibile anche all’interno della Newsletter Pubblico – Fondazione Giangiacomo Feltrinelli che a partire da sabato dedicherà un numero agli equilibri elettorali del centro-sinistra.
CREDITI FOTO: Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein durante i festeggiamenti a piazza Barberini per la vittoria del NO al referendum costituzionale sulla giustizia, Roma, 23 marzo 2026.
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI L'articolo Primarie per unire? Il rischio è indebolire la rappresentanza proviene da MicroMega.