Politica
L’utopia concreta di chi resiste contro il rischio dello spaesamento
C’è una parola che racconta bene il disorientamento di questa epoca di guerre come unica soluzione e di profonda ingiustizia sociale come regola: spaesamento. Essere smarriti, disorientati, in un mondo in cui memoria e futuro spariscono, schiacciati in un presente continuo, scintillante e un po’ triste.
Spaesamento: la solitudine di non sentirsi a casa, di non avere voce, di percepirsi estranei in una storia che dovrebbe riguardarci, ma è sempre narrata da altri. Una storia di successi e muscoli, di armi e ferocia, di propaganda, di ricchezze e borghi incantati incastonati da qualche parte, di retoriche commerciali a innervare la vita e di bene comune costantemente perduto a favore di interessi privati indiscutibili, ma a danno dei cittadini e del loro essere comunità attiva, co-humanitas.
Un libro di Vald’O per sottrarsi al conformismo che ci minaccia Il libro appena editato dalla nostra minuscola e resistente vineria letteraria, Vald’O-avamposto culturale nel senese, sovverte il tema spinoso della premessa. “Cronache di utopia concreta” è il titolo e il sottotitolo recita:
“Raccontare e raccontarsi contro lo spaesamento”. Una testimonianza corale che è partita da alcune domande: come sottrarre la narrazione del presente, in particolare nei territori del nostro vivere quotidiano, da un immaginario culturale sempre più conformista, mediatico e orientato dal marketing, quindi sempre meno culturale nel senso più profondo del termine?
Come affrontare la crisi epistemica che toglie valore a ogni forma di umanità e alle conoscenze collettive, schiacciandoci in una visione senza profondità, da schermo piatto, obbediente un po’ ignorante? Ne è venuto fuori un discorso collettivo fatto di cronache (i vecchi vizi non si perdono) che raccontano fatti, persone, storie, visioni, povertà di mezzi e ricchezza di poesia.
Raccontano chi resiste, chi agisce perché il mondo non sprofondi nella totale bruttezza. Chi difende il seme, chi traccia la terra per coltivarla, chi non sfrutta gli altri e neanche la natura (così recita la controcopertina).
Il libro parla di resistenza, di lavoro e di attivismo. Parla di un territorio magnifico e fragile e dello spazio civile tra la Val d’Orcia, la montagna sacra dell’Amiata, l’Umbria e il nord del Lazio; con i suoi paesaggi umani, con il suo abitare lento, profondo e soave, con il coraggio di chi per tanti motivi, storici e culturali, sceglie il fare del pensiero un’azione e non si adegua.
Con coraggio, perché il cuore di tenebra della missione civilizzatrice del tempo in cui viviamo tende ad annullare concezioni traboccanti di interpretazioni possibili: uniforma, globalizza, rende tutto conforme a una idea modaiola disciplinata dell’esistenza. A livello globale, certo.
Ma anche con una declinazione infida e fatale nei luoghi in cui sapienti del passato hanno inventato modi di vivere rispettosi per il futuro e per il bene comune. Paesi di storia e gentilezza in cui arrivano i ricchissimi investitori che prima ancora di trasformare i posti, asfaltano ogni differenza culturale, relegando la memoria in un contesto folcloristico a disegnare scenografie per il lusso.
L’utopia concreta è ritrovare la voce, prendere la parola, insieme: le artiste, le vignaiole, le ricamatrici della tovaglia di comunità, quelle che tessono insieme memorie e stoffe. I coraggiosi delle cooperative di comunità, quelli del Teatro Povero e del Parco Vivo; chi ricicla con arte, chi coltiva agroboschi, chi canta il Maggio, chi elegge il bosco, comunità vegetale, a simbolo e ispirazione di un progetto di Fondazione che rovescia il sistema, allontanandosi dall’idolatria del denaro, relegandolo al suo ruolo originario di mezzo.
E poi chi ostinatamente continua a ricordarci che se un paese perde la chiesa, e anche la piazza, non è più un paese… Se il problema è che siamo governati dagli infelici… Questa storia è appena cominciata. Vald’O, con i suoi otto anni di storia infinita dichiara il fine editoriale con chiarezza: siamo piccoli e non cresceremo.
Pronti a collaborare con chi vuole cambiare il mondo, lavoreremo perché le esperienze di ascolto reciproco e le azioni per una vita più felice e non ostaggio dell’arroganza dell’epoca, possano moltiplicarsi. Riannodare il filo interrotto della memoria è il primo passo.
Per tornare a sentirsi a casa. Ci attende un futuro di scelte e sarebbero facili se non fossimo obnubilati da un incantesimo che ci disumanizza, ci fa ammirare chi è spropositatamente ricco, chi investe ma devasta e sfrutta, chi ci toglie il pane della sapienza, la semplicità delle cose belle e ci rende infelici.
E lo fa per infelicità. Stefano Bartolini, docente all’Università di Siena di Economia della Felicità, spiegando statisticamente il caso americano, con crescita del Pil e dell’uso di psicofarmaci a fronte di un diffuso calo della sensazione di felicità, ha detto: il problema è che siamo governati dagli infelici.
Già… Ps – Lo spaesamento è una condizione culturale, sociale e politica. Riguarda anche il perdere una casa comune, uno spazio di costruzione di un pensiero indipendente, con sapienza contro il potere.
Riguarda la storia di tanti di noi che abitano queste pagine. Il libro, “Cronache di utopia concreta” è dedicato a tutti noi, a chi non si arrende, ai nostri figli battaglieri, a quelli che sfidano le comodità per occuparsi dei diritti di tutti, perché “…ci stiamo rendendo conto che spesso l’eroe è la collettività, il movimento, la comunità, e che pescare dalla massa un singolo da consacrare non funziona”.
Così scrive Rebecca Solnit su Internazionale in un testo intitolato: “Non abbiamo bisogno di leader né di eroi”.
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