Politica
L’alternativa di governo si costruisce sul campo
Giorgia Meloni ha risposto con una linea demagogica e urlata alla vittoria del No nel referendum sulla Costituzione. Forse non sa fare di meglio per compattare i suoi sostenitori, attacca le opposizioni ripetendo una narrazione dei risultati del governo che in realtà non esiste Questa linea condanna l’Italia a galleggiare.
È la crisi del sovranismo come dimostra l’anatema di Trump contro Giorgia Meloni. La destra americana vuole adepti fedeli.
Meloni che ne aveva bisogno per legittimarsi, ora è nel mirino. Anche l’Europa è investita da un arretramento, le scelte passano sempre più con un accordo tra Ppe e destre.
Meloni ha lavorato per un’Europa debole, senza autonomia, facendo del green deal il feticcio di tutti i mali. I lager dei migranti in Albania sono la spia della volontà della destra di scardinare regole e diritti e dell’incapacità di ammettere che scelte sbagliate e inefficaci andrebbero semplicemente cambiate.
Meloni è prigioniera della sua ideologia politica sbagliata, la cultura politica e istituzionale di questa destra la rende incapace di imparare dai suoi errori che per definizione non esistono. Giorgia Meloni Il significato politico di quei tanti no al referendum In un quadro di incapacità di governare è intervenuto con forza il risultato del referendum costituzionale, con una vittoria del No.
Sono tornati al voto elettrici ed elettori che non partecipavano e hanno fatto la differenza. Solo se si riuscirà a convincerli che è importante tornare alle urne nelle politiche l’attuale opposizione potrà avere una vittoria netta, raccogliendo la spinta del referendum Ha votato NO la maggioranza dei giovani.
Lo stesso ha fatto il Mezzogiorno, dove i sostenitori del NO sono andati alle urne con percentuali da record, mentre l’appello di Meloni a sostenere il governo non ha sortito effetti, questo spiega perché con meno partecipanti al voto il No ha prevalso alla grande. Il Sud ha capito, malgrado la propaganda di Meloni, che il governo ha scelto il nord per compiacere la Lega, con il risultato di condannare il Mezzogiorno all’abbandono, all’emigrazione interna ed internazionale.
Scegliere il Nord a spese del Sud è un’altra narrazione sbagliata. Con l’autonomia regionale differenziata Calderoli e il governo hanno deluso tanti elettori di destra.
Il referendum sulla legge Calderoli è stato negato dalla Corte costituzionale nel gennaio 2025 malgrado 1.300.000 firme, ritenendo che le sue sentenze l’avessero bloccata. Purtroppo la Corte non ha tenuto in conto che quando è in campo un’impostazione sbagliata e c’è Calderoli di mezzo si può arrivare a 4 accordi fotocopia con le regioni Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria per il trasferimento di poteri e soldi, che il Veneto ha già calcolato in 300 milioni e la Lombardia in 500, mentre la Calabria, ad esempio, dovrà aumentare il numero dei medici cubani per garantire i servizi e mettere a bilancio 70 milioni per i rimborsi dei ricoveri dei calabresi a partire dagli ospedali del nord.
Il patto di potere delle destre per il governo porta a un’Italia sempre più divisa. Un governo che si ritiene investito dalla volontà popolare ma dimentica che rappresenta una minoranza, il resto è il frutto del “regalo” del 15% di parlamentari fatto dalla legge elettorale e dalla demenziale divisione dell’attuale opposizione nel 2022.
Il governo Meloni invece di preparare subito un piano serio sulle energie da fonti rinnovabili pensa alla proroga del carbone e tenta di reintrodurre in Italia il nucleare civile, bocciato da due referendum, che arriverebbe comunque fuori tempo massimo. Delle piccole centrali Smr non esistono prototipi verificabili e approvabili, mentre la crisi energetica dopo la guerra scatenata da Trump e Nethanyau in Iran ha bisogno di risposte ora.
La spinta che viene dal referendum è forte e va oltre la bocciatura della legge Meloni/Nordio. Le opposizioni però non possono contare su un automatismo dopo il referendum.
Elettrici ed elettori debbono essere convinti ad avere fiducia nei partiti coalizzati per governare. Bisogna proporre, convincere, e sarebbe un errore partire dalle primarie per il leader, anzitutto perché non si può essere subalterni al mito del capo/a della destra.
Occorre un gruppo dirigente plurale capace di costruire un rapporto vero con gli elettori, occorre un Parlamento che si riprenda la sua funzione centrale. Per questo è necessaria una legge elettorale che dia la possibilità di scelta dei parlamentari, che non possono più essere nominati dall’alto.
Quindi, ora si discuta di cosa fare, si elabori un programma di legislatura, discusso e approvato anche sottoponendo agli elettori scelte da decidere, chiamandoli a costruire da protagonisti l’alternativa politica alla destra. In piazza a Napoli dopo il risultato del referendum.
Foto di Antonio Balasco/LiveMedia Ripartire da senso profondo della Costituzione Le opinioni nel referendum erano diverse ma sono riuscite a coesistere, a collaborare per arrivare alla vittoria del NO. Più complesso è costruire un’alternativa politica ma le diverse posizioni vanno unificate, nel rispetto di tutti e con disponibilità all’ascolto.
La Costituzione è un complesso di valori e indirizzi istituzionali e deve essere il riferimento per il programma alternativo alla destra, che non a caso ne ha fatto un bersaglio. Basta con il revisionismo costituzionale.
La Costituzione va difesa ed attuata, questa è la parola d’ordine che deve essere in testa al programma dell’alternativa alle destre a partire dall’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra). Il patrimonio di mobilitazione costruito attorno al No nel referendum ha la complessità e varietà descritta da Gaetano Azzariti sul manifesto e il radicamento nella Costituzione descritto da Daniela Padoan.
Dovrebbe bastare per riflettere su come dare continuità alla partecipazione della società che nessuno rappresenta da solo, nemmeno la più importante organizzazione e che potrebbe essere uno straordinario contributo alla costruzione di un’alternativa politica, senza fare coincidere i ruoli ma convergendo su obiettivi da realizzare. Le destre vorrebbero cambiare la legge elettorale per mantenere il potere.
Nella discussione occorrono posizioni chiare, se ci si discosta dal proporzionale su cui sono costruiti i meccanismi previsti dalla Costituzione occorre che vengano alzate le clausole di garanzia a salvaguardia di compiti che non debbono essere monopolio della maggioranza, qualunque essa sia. È una vecchia e saggia proposta dei Comitati Dossetti.
Meglio una legge proporzionale. Un tempo piaceva quella tedesca, se fosse passata di moda occorre comunque un meccanismo che consenta all’elettore di decidere chi vuole mandare in parlamento.
La maggioranza ha i numeri per approvare la sua legge elettorale, ma l’opposizione dovrebbe dire in modo chiaro che è pronta a bloccare tutto quanto è bloccabile per impedire di buttare anche la prossima legislatura, senza trascurare il ricorso alle sedi che possono impedire lo scempio. L’alternativa politica è un risultato possibile dopo il referendum in cui si è stabilita una connessione tra l’obiettivo e la maggioranza dei votanti.
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