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Politica

Pirelli, il “problema cinese” di Giorgia Meloni

Giovedì 16 aprile 2026 ore 15:00 Fonte: Terzogiornale
Pirelli, il “problema cinese” di Giorgia Meloni
Terzogiornale

I guai non vengono mai da soli. L’antico proverbio si applica perfettamente a quello che sta succedendo a Giorgia Meloni in questi giorni.

Aveva sperato di diventare il “ponte” europeo verso Donald Trump, di ottenere posizioni di privilegio nello scontro globale e soprattutto di essere la rappresentante del Made in Italy nel mondo, la frontwoman del tricolore. E invece il castello si sta sbriciolando.

Lo si vede in grande con le bacchettate di Trump, che si dice deluso dalla leader italiana, e con la risposta sempre più imbarazzata di palazzo Chigi. E lo si vede, in piccolo, anche nelle cronache economiche.

Un fatto apparentemente secondario o di settore fa parlare addirittura di uno scontro tra l’Italia e la Cina a proposito di un importante e storico gruppo industriale italiano: la Pirelli. Il governo italiano ha fatto infuriare i cinesi del conglomerato statale Sinochem, da anni presente nel consiglio di amministrazione della casa di pneumatici e che ora viene fortemente limitato dall’ultimo golden power.

Il provvedimento impone restrizioni molto pesanti, indicando un tetto massimo al numero dei consiglieri di amministrazione che potranno essere nominati dai cinesi: non potranno essere più di tre su quindici e non potranno rivestire l’incarico di presidente, vicepresidente e amministratore delegato, né presiedere comitati. Inoltre, il governo ha vietato alla società controllata da Pechino di vendere le azioni Pirelli a soggetti collegati, controllati o controllanti, né tanto meno della State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council (Sasac) di Pechino.

Oltre alla rilevanza economica (e politica) del nuovo intervento del governo (c’erano già stati in passato altri golden power, detti in precedenza golden share), si deve sottolineare il profilo delle motivazioni che hanno spinto palazzo Chigi ad agire. Il provvedimento è stato preso in seguito al pericolo che la società della Bicocca possa subire uno stop, da parte delle autorità statunitensi, a vendere sul loro territorio gli pneumatici “intelligenti” che si stanno producendo.

Si tratta infatti di un’innovazione tecnologica rilevante. Sulle nuove gomme Pirelli è montato il Pirelli Cyber Tyre, il primo sistema al mondo in grado di raccogliere dati tramite pneumatici sensorizzati, elaborarli e trasmetterli in tempo reale al sistema elettronico del veicolo.

Una raccolta di dati finalizzata alla sicurezza della guida. Ma per gli americani, in guerra con il mondo, la sicurezza che conta è quella militare e dell’ordine pubblico.

Gli pneumatici cinoitalici potrebbero essere considerati un rischio. Da qui la probabilità altissima di uno sbarramento del mercato statunitense, perché le misure di protezione degli Stati Uniti che vogliono tornare grandi non riguardano solo i dazi commerciali, ma anche il controllo totale delle tecnologie e delle intelligenze artificiali.

Si tenta di evitare le asimmetrie commerciali statunitensi, dov’è in vigore la norma sui connected vehicles, che vieta la vendita di hardware e software provenienti da società cinesi, tra cui appunto il Cyber Tyre di Pirelli. L’algoritmo e la tecnologia delle nuove gomme per auto sono made in Italy, ma per gli Usa l’azienda che le ha messe a punto è controllata dalla Cina.

Il problema, oltre a Pirelli, coinvolge anche le centraline su cui è installato l’algoritmo. L’applicazione della norma rischia, però, di compromettere tutti i piani di sviluppo dell’azienda negli Stati Uniti, che vale il 40% delle vendite degli pneumatici high-value.

Per evitare dunque il blocco della vendita dei nuovi prodotti, occorreva limitare l’influenza del socio cinese nella gestione della società. E il governo italiano ha eseguito.

I cinesi non l’hanno presa bene, e ora annunciano azioni legali contro un provvedimento giudicato contrario alla legislazione vigente e lesivo della libera attività imprenditoriale. Le ritorsioni potrebbero essere dure, e infatti pare che in gioco ci siano anche altri investimenti industriali che la Cina aveva già programmato per l’Italia.

Ma le ripercussioni della decisione, presa la scorsa settimana dal governo italiano, saranno ovviamente pesanti soprattutto sull’azienda di pneumatici, dove la controllata cinese Marco Polo International Italy è il primo azionista, dal 2017, con il 34,1% della società. Guardandola da fuori, la decisione di palazzo Chigi potrebbe essere vista come un fatto positivo.

Un esempio di quella difesa della nazione e del carattere nazionale dell’industria nostrana (è stato perfino cambiato il nome al ministero). In realtà, il golden power anticinese è un’ulteriore prova della debolezza dell’Italia produttiva, ricattata e pressata su più fronti.

Da una parte, c’è il ricatto della potenza economica cinese, che si mostra sempre più espansiva, e che continua a conquistare quote di potere in tutte le economie europee. Il ricatto consiste nel fatto che i cinesi hanno i soldi da investire e capacità progettuali che gli europei, a quanto pare, hanno perso sulla strada del riarmo.

Dall’altra, però, c’è un altro grande ricatto, forse ancora più pesante: quello dell’America di Trump, che vuole tornare grande limitando ovunque l’avversario economico più temibile: la Cina. Gli Stati Uniti chiedono e impongono all’Italia di rimanere in Occidente: o con noi o contro di noi.

Non si possono fare affari con la Cina, anche nel caso in cui una loro azienda si chiami Marco Polo. L’Italia deve quindi restare fedele all’alleato, e deve schierarsi in campo aperto nella crociata contro Pechino.

Inizialmente, Trump ha pensato di cavarsela con i dazi sempre più pesanti nei confronti dei cinesi, e ha cercato di costringere l’Europa a stare dalla sua parte. L’Occidente deve boicottare la Russia di Putin – ma soprattutto la Cina di Xi Jinping.

Un approccio che ha logorato i rapporti con gli alleati, e sta perfino fomentando sentimenti antiamericani proprio tra gli amici più antichi e più fedeli degli Stati Uniti. Intanto, nel gioco globale, sembra comunque vincente proprio la Cina (Aresu sostiene anzi, in un libro recente, che la Cina ha già vinto).

Pechino è forte (lo si vede anche in questi giorni nella sua veste di mediatore per lo stretto di Hormuz), e sfrutta al meglio la sua arma speciale, ovvero il quasi monopolio sulla produzione di terre rare processate. Quella che era una volta “la fabbrica del mondo” vanta poi vari altri vantaggi competitivi nel campo dell’innovazione tecnologica e della transizione alla sostenibilità.

Il capitalismo di Stato cinese ha una grande forza di penetrazione nei sistemi del vecchio capitalismo liberale, e anche in Africa. Non una partita facile per Trump, mentre per lo stellone dell’Italia, che aveva tentato di giocare la partita dell’autonomia consenziente, ora rischia di aprirsi la strada di una subalternità assoluta.

È una questione complessa, che non si potrà risolvere a suon di comunicati all’insegna dell’ipocrisia della diplomazia economica. Né a suon di golden power.

Se infatti la presenza dei capitali cinesi non si limita alla Pirelli di Marco Polo (altri due casi importanti sono quelli della Cdp Reti che controlla tre società strategiche, Snam, Terna e Italgas, dove dal 2015 il colosso State Grid of China ha acquistato il 35%; altro caso è la Ferretti, società produttrice di yacht di lusso che, nel 2011, è stata salvata dal colosso statale cinese Weichai Group), la penetrazione straniera nelle industrie italiane riguarda soprattutto gli Usa. Come ci ha spiegato in vari studi lo storico Alessandro Volpi, ormai l’Italia industriale e finanziaria è colonizzata dai giganti della finanza americana, le tre big BlackRock, Vanguard e State Street, potentissimi fondi finanziari statunitensi, che gestiscano i risparmi globali e hanno posizioni strategiche nelle principali società italiane, tra le quali Unicredit, Intesa Sanpaolo, Enel, Prysmian, Rai Way, EI Towers, Bpm, Mps, Generali e Terna.

Contro questa penetrazione, l’Italia non ha mai eccepito nulla. Anzi, come ricorderete, ci sono state varie occasioni di richiesta di aiuto agli alleati finanziari, mentre Giorgia Meloni non ha mai nascosto le sue simpatie per tecnocrati e speculatori vari.

A cominciare da Musk. Un nazionalismo a stelle e strisce.

Ma a quanto pare la storia è maligna e presenta il conto. L'articolo Pirelli, il “problema cinese” di Giorgia Meloni proviene da Terzogiornale.

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