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Martedì 21 aprile 2026 ore 17:48

Politica

L’incuria che crea il disastro. Ne va ricordata l’enorme responsabilità nella Giornata della Terra

Martedì 21 aprile 2026 ore 15:49 Fonte: Strisciarossa
L’incuria che crea il disastro. Ne va ricordata l’enorme responsabilità nella Giornata della Terra
Strisciarossa

Giornata della Terra  (Earth Day) è, il 22 aprile, il giorno in cui da 56 anni le Nazioni Unite invitano a “celebrare” l’ambiente e la salvaguardia del nostro pianeta. Ma, ormai, fra guerre, morti, distruzioni, visioni di un futuro imperscrutabile, sentirsi impotenti nelle mani di criminali che nemmeno un nuovo processo a Norimberga riuscirebbe a condannare all’ergastolo e a mandare in galera per sempre (tra l’altro uno potrebbe avere i domiciliari in qualche clinica – che perfino Basaglia sarebbe contento di ospitare – in quanto vittima di infermità mentale); fra tutto ciò e oltre che rapidamente riassumevo, con che coraggio possiamo fermarci a ricordare che il 22 aprile c’è una celebrazione in corso?

Tuttavia provo a farlo non muovendomi tra i 510 milioni di chilometri quadrati del nostro pianeta, ma occupandomi di un piccolo quartiere del villaggio globale Terra: i 302.000 chilometri quadrati dell’Italia. L’Italia in bilico alluvione campi Bagnacavallo Lo faccio partendo dalla copertina di “Nuova ecologia“ mensile di Legambiente del marzo 2026, che in poche righe vale un intero numero:

“Italia in bilico” è il titolo seguito da un sommarietto: “Disastri, denunce, promesse non mantenute.

Una storia sempre uguale. Eppure otto milioni di persone convivono ancora con il dissesto idrogeologico.

Ma alla cura del territorio dedichiamo solo lo 0,05% del Pil”. Finita questa citazione potrebbe anche finire la mia riflessione.

Tuttavia almeno due considerazioni mi invitano a proseguire. La prima riguarda lo 0,05% del Prodotto interno lordo per curare il fragile territorio confrontato con il 2% del PIL per armarci e mandare armi a chi se le prende per andare a distruggere vite umane, chilometri quadrati di territorio e l’ambiente globale.

L’altra considerazione me la offre quel “convivono ancora“ in cui l’ancora è lo specchio della “politica del rattoppo” che dalle esondazioni del Po nel Polesine di 75 anni fa a Firenze nel 1966 alle frequenti alluvioni in Romagna e in Liguria insieme con le frane in Sicilia, in Calabria   e dovunque ancora il territorio non ce la fa a resistere; da tutto ciò, dicevo, non si è mai usciti una volta per tutte, ma solo a danno avvenuto mettendo pezze e rattoppando qua e là il territorio senza quasi mai rimuovere le cause che avevano provocato i disastri: rattoppando, appunto. La fragilità del paese Ma il Po mi richiama e mi autorizza un’altra citazione che non è di bravi geologi (cui pure si deve la salvezza di tante vite umane) o di responsabili della Protezione civile.

No, di nessuno di questi. Bensì di uno scrittore che molto ho amato:

Giovannino Guareschi. Ne ho tra le mani il suo libro più famoso:

Mondo piccolo. “Don Camillo” (La mia copia forse della prima edizione è stata stampata (finita di stampare) il 29-X-1952 nelle officine Rizzoli E C. Anonima per l’arte della stampa.

Piazza Carlo Erba. Milano).

Nelle XXXVI pagine iniziali Guareschi scrive che  “con tre storie e una citazione” vi si “spiega il mondo di “Mondo Piccolo”. Queste storie “vivono in un determinato ambiente” che è un pezzo della pianura padana.

E qui, aggiunge Guareschi, “bisogna precisare che, per me, il Po comincia a Piacenza”. È una precisazione importante perché ne consegue che a Piacenza comincia anche il “Mondo piccolo” delle sue storie.

Queste precisazioni di Guareschi mi consentono di spiegare quale è il suo ruolo nelle cose che cerco di dire sulla fragilità dell’Italia. La storia, scrive Guareschi, “non la fanno gli uomini: gli uomini subiscono la storia come subiscono la geografia. … Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi, e, così facendo, si illudono di dare un corso diverso alla storia, ma non modificano un bel niente, perché un bel giorno, tutto andrà a catafascio.

E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere; crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra”. Le misere previsioni del Pil Guareschi scriveva nel 1952; l’alluvione del Polesine è del novembre 1951.

Fu un evento catastrofico che potremmo definire la madre di tutti i disastri che hanno caratterizzato la fragilità dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Un evento che coinvolse gran parte del territorio della provincia di Rovigo e parte di quello della provincia di Venezia (Cavarzerano), causando circa cento vittime e più di 180.000 senzatetto.

Che cosa ne conseguì? Ricordo le “catene della fraternità” .

Un programma radiofonico con Sergio Zavoli, Silvio Gigli e Corrado nel quale i conduttori si alternavano per sollecitare raccolte di fondi necessari alla ricostruzione e alla solidarietà dopo l’alluvione del Polesine. Foto di Hermann Traub da Pixabay Poi nacque, ancora nel 1951, il Magistrato per il Po : un ente con sede a Parma, con poteri di intervento su tutto il corso del Po dal Monviso all’Adriatico.

Ma, direi soprattutto, cominciò lo spopolamento del Polesine: la provincia di Rovigo che al censimento del 1951 contava 357.963 residenti si ridusse a 242.538 presenti nel 2001. Forse faremmo cosa utile per il Paese e i “paesani” se il 22 aprile provassimo a chiedere ed ottenere qualche centesimo di Pil in più da investire per prevenire le alluvioni e bloccare le frane.

La Terra ne sarebbe molto contenta. Perché in tal modo i governanti la cosa pubblica Italia imparerebbero a non più “correggere la geografia” bensì a trarre insegnamento dalle sue indicazioni.

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