Nashr

Lunedì 20 aprile 2026 ore 15:01

Politica

Donald Trump, l’uomo che si crede Provvidenza e si trasforma in un pericoloso “dio della guerra”

Lunedì 20 aprile 2026 ore 13:28 Fonte: Strisciarossa
Donald Trump, l’uomo che si crede Provvidenza e si trasforma in un pericoloso “dio della guerra”
Strisciarossa

“Cut the middlemen”, eliminare intermediari, inutili procedure, passaggi superflui, agenti, sensali e procacciatori. Semplificare.

Ridurre tempi e, soprattutto, costi di produzione delle merci. Abbreviare – e, laddove possibile, annullare – le distanze che dalla fabbrica conducono al consumo.

Chiunque abbia qualche familiarità con i principi basici dell’economia aziendale, conosce questa litania. E più che probabile è che – a sostegno d’una spontanea, narcisisticamente esplosiva e da tempo stranota tendenza alla vanagloria – proprio questi principi microeconomici abbiano razionalmente ispirato le ultime evoluzioni d’un a prima (ed anche a seconda e terza) vista molto irrazionale fenomeno politico e pseudo-religioso: quello che, da ormai un decennio, va sotto il nome di “culto di Trump”.

Il caso di un presidente travestito da Gesù I fatti sono noti. Giorni fa il presidente Usa, Donald J. Trump, ha pubblicato su TruthSocial, il suo megafono in rete, un’immagine o, più propriamente, una classica “immaginetta” di sé stesso che – inequivocabilmente travestito da Gesu Cristo e sullo sfondo d’un cielo radioso, solcato non da angeli e cherubini, ma da aerei da combattimento – andava compiendo, in uno sfavillio di ieratiche luci da lui medesimo emanate, una miracolosa guarigione.

Beneficiario del prodigioso evento: un signore di mezza età, la cui del tutto involontaria ma egualmente significativa somiglianza con Jeffrey Epstein – il pedofilo suicida, o suicidato, amico di Trump e da tempo al centro d’uno scandalo le cui dimensioni politiche e geografiche vanno di giorno in giorno estendendosi – sarebbe poi stata, con malizia o con sgomento, da molti osservatori sottolineata in un florilegio di meme e contro-meme. Come ben sa chiunque vanti una sia pur minima conoscenza della storia del trumpismo – e come del trumpismo recita uno dei più diffusi slogan:

“Jesus is my Savior, Trump is my President”, Gesù è il mio Salvatore, Trump è il mio Presidente – il Nazareno (quello autentico) sempre è stato una rilevante presenza in discorsi, comizi ed invocazioni varie del culto. Gesù – un Gesù bardato con la medesima tunica che Trump ha posto addosso a sé stesso nella immaginetta di cui sopra – era stato ripetutamente rappresentato, come testimoniano decine di altre immaginette in questi anni diffuse dalla propaganda MAGA, nei panni d’un benevolo, rassicurante mandatario.

Collocato alle spalle o, più spesso, al lato di Trump era, quel Gesù, una sorta di celestiale polizza d’assicurazione, un’ombra lucente che guidava la mano del presidente mentre, nell’Ufficio Ovale, firmava uno dei suoi “executive orders”, o guidava, in rappresentazioni che molto da vicino stilisticamente ricordavano il vecchio realismo socialista, masse di popolo verso nuovi orizzonti di gloria. Per dieci anni, da presidente o da mistico capo dell’opposizione, Donald Trump aveva, in pressoché tutti i suoi comizi, intercalato l’incessante esaltazione di sé stesso e dei suoi successi, con una (ovviamente molto trumpiana) testimonianza d’umiltà e devozione, regolarmente accolta dalle standing ovation dei presenti.

“Tutti mi dicono – ripeteva – che io sono la persona più importante del mondo. Ma io rispondo loro, no way.

C’è qualcuno più importante di me. E questa persona è Gesù Cristo”.

Molti ricorderanno, inoltre, come nel luglio di due anni fa, a Milwaukee, proprio questo fosse stato, appena una decina di giorni dopo l’attentato consumatosi in quel di Butler, in Pennsylvania, il tema centrale della Convention del Partito Repubblicano: Donald Trump, il cui lobo sanguinante era divenuto simbolo d’una divina volontà di redenzione, era stato da Dio salvato perché lui potesse “Make America Great Again”, fare di nuovo grande – grande e, soprattutto, bianca – l’America.

Proprio così, del resto, era cominciata, mesi prima, la campagna elettorale di Donald Trump: con un gettonatissimo video che era la versione riadattata in chiave trumpista d’una sorta di preghiera inventata più di mezzo secolo fa, in omaggio alla più profonda America rurale, da Paul Harvey, ai tempi uno dei più famosi predicatori radiofonici della destra americana. Scritta a ridosso d’una finale del Super Bowl, era, quella preghiera, un omaggio stilisticamente ispirato alle pagine della Genesi, e dedicato a quello che Harvey considerava il simbolo, l’intrinseca, divina forza della “vera America”: “the farmer”, l’agricoltore, il contadino, l’uomo che lavora la terra, onora Dio e ama la Patria.

E così cominciava, nella riedizione trumpiana, quella preghiera: “Disse il Signore: ho bisogno di qualcuno che si svegli prima dell’alba, risani la Nazione, lavori l’intera giornata, combatta il marxismo, si conceda una cena frugale e quindi torni nello Studio Ovale e lì rimanga oltre la mezzanotte riunendosi con i capi di Stato di tutto il mondo…E fu così che il Signore creò Donald Trump…”.

Alla Casa Bianca un uomo che pensa di essere al di sopra di tutti Così, dunque, stavano fino a ieri le cose. Trump era, a tutti gli effetti, un uomo della Provvidenza.

E, in quanto tale, riconosceva, al di sopra di sé stesso, una forza, una volontà motrice, un Creatore. Che cosa lo ha spinto ora a cancellare ogni intermediazione e, tagliato “the middleman”, a rappresentare direttamente sé stesso, travestito da Gesù Cristo, come un Creatore dal ciel calato per guarire un mondo per l’occasione involontariamente e goffamente incarnato da un sosia di Jeffrey Epstein?

La prima ragione è, ovviamente, di natura strutturale. Nel suo patologico narcisismo Trump non concepisce, non vede né sente, nulla che si muova oltre la punta del suo naso o la proiezione della sua ombra.

Non c’è nulla che venga prima o dopo di lui. Nulla di lui al di fuori.

Donald Trump è uno spazio religiosamente, eticamente, ideologicamente vuoto. È vuoto perché da lui interamente ed esclusivamente occupato.

Non c’è, nell’infimo universo trumpiano, spazio per alcun dio, per alcun creatore che non sia lui stesso. Ed è proprio per questo, del resto – per il vuoto che Trump rappresenta – che attorno a lui ha potuto nell’ultimo decennio raccogliersi di tutto.

Ovvero: è per questo che in lui hanno potuto specchiarsi, con i più vari accenti, tutte le più diverse e spesso contrastanti tendenze autoritarie, vecchie e nuove, che – come contraltare ai principi di libertà ed eguaglianza che ne marcarono la nascita, o come modernissime riscoperte d’un passato preilluministico – scorrono nelle vene degli Stati Uniti. Dal fondamentalismo cristiano-protestante, alle passioni razziste e xenofobiche cupa eredità del peccato originale schiavista, fino alle pulsioni antidemocratico-medievali del più avanzato capitalismo.

Sicché prima o poi doveva inevitabilmente succedere. L’uomo della Provvidenza si è – dalla produzione al consumo – “razionalmente” trasfigurato nella Provvidenza.

L’ha incamerata, assorbita, così come oggi pretende di incamerare ed assorbire – e non certo nel nome d’una democrazia da restaurare – Cuba o qualunque località che possegga beni da lui desiderati. Per capire perché proprio oggi questa trasfigurazione si sia consumata – e consumata nella grottesca forma d’una immaginetta – occorre guardare al contesto.

Che è, come tutti possono quotidianamente constatare, un contesto di guerra. La guerra in corso in Iran, ovviamente.

E, più in generale, la guerra che – in forma di bombardamenti, di tariffe doganali o di minacciose pretese neocoloniali – è oggi la sostanza del torvo ritorno all’imperialismo delle cannoniere che viene delineato nella cosiddetta “Donroe Doctrine”, la nuova “Strategia per la Sicurezza Nazionale” compilata dall’uomo della Provvidenza fattosi Provvidenza. Gesù Cristo – anche il Gesù Cristo della molto dubbia e strumentale versione trumpiana – non era (non è) ormai, in questo contesto, che un elemento di disturbo, un corpo estraneo, un inutile intralcio.

Troppo incline al pacifismo. Troppo lontano dal revival dei più truci accenti biblici (i cosiddetti “salmi imprecatori” del Vecchio Testamento in particolare) che esaltano lo sterminio nel nome di Dio.

E che, in queste ore, in rossiniano crescendo vanno marcando tanto i discorsi, sconnessi ma inequivocabilmente violenti, di Donald Trump, quanto – anzi ancor più, considerato che Trump la Bibbia la vende a caro prezzo in edizione speciale da lui firmata, ma mai si è peritato di leggerla –  quelli del “Segretario alla Guerra”, Pete Hegseth. Un personaggio che oggi occupa la sua poltrona governativa proprio in virtù della sua dichiarata avversione, nelle vesti di commentatore televisivo per Fox News, ad ogni forma di regola o limitazione, nel nome dei diritti umani, al dispiegarsi della violenza sui campi di battaglia.

À la guerre comme à la guerre. Troppo in contraddizione era (è) Gesù – anche quello fittizio che, nelle vecchie immaginette, soavemente accompagnava la mano di Trump mentre firmava i suoi decreti – con la minaccia di “cancellare un’intera civiltà” dal medesimo Trump rivolta all’Iran.

Troppo poco conciliabile è la sua presenza con la “travolgente violenza contro nemici che non meritano pietà”, invocata ripetutamente da Hegseth. E troppo rischioso è averlo tra i piedi – capace che si metta a recitare, di nuovo, il “beati i mansueti” del Discorso della Montagna – giusto mentre il Segretario alla Guerra va recitando il salmo (1 Samuele 15, non per caso il medesimo citato da Bibi Netanyahu prima dell’offensiva contro Gaza) nel quale Dio ordina a Saul di uccidere tutti gli Amalechiti, “uomini, donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini”.

Per poi con Saul infuriarsi perché, disubbidendogli, quest’ultimo risparmia Agag, il re degli Amalechiti, mantenendo in vita in vita, come bottino di guerra. Non si sa mai.

A Gesù potrebbe, in qualsivoglia momento, saltar in mente d’invitare i presenti a “porgere l’altra guancia”. E questo nell’istante in cui il Segretario alla Guerra va rammentando alle truppe, magari mostrando la croce di Gerusalemme che porta tatuata sul petto, le pagine del Deuteronomico nelle quali quel medesimo Dio guerriero ordina di “non conservare in vita nulla che respiri” nella città di Canaan.

O, ancor peggio, che si metta a benedire i “portatori di pace”, mentre – come di fatto accaduto due giorni fa nel corso d’una “riunione di preghiera” al Pentagono – Pete Hegseth, non contento dei molti spunti regalatigli da vera Bibbia, di salmo ne propone, spacciandolo per autentico, uno ridicolmente “fictional”, tratto dal più “cult” tra i film “cult” di Quentin Tarantino: Pulp Fiction.

Più esattamente: mentre molto solennemente ripete la grossolana e celeberrima parodia di Ezechiele 25:17 che uno splendido Samuel L. Jackson (nel film uno spietato killer professionale) recita, con apocalittici accenti, prima di uccidere una delle sue vittime. Papa Leone XIV Il volgare attacco al Papa in nome di una “superiorità religiosa” Non per caso l’immaginetta di sé stesso nelle vesti di Cristo, Trump l’ha pubblicata poche ore dopo che, a Roma, papa Leone XIV aveva, pur senza mai nominarlo, condannato la sua guerra.

Quella che sta di fatto conducendo a suon di bombe e quella che ogni giorno minaccia di condurre nei giorni a venire, con toni da angelo vendicatore. “Dio – ha detto il Pontefice – non benedice alcun conflitto.

E chiunque sia un discepolo di Cristo, Principe della Pace, mai sarà al lato di chi un tempo brandiva la spada e oggi sgancia bombe”. Trump che oggi sgancia bombe e che, mentre minaccia di distruggere intere civiltà, farsescamente rappresenta sé stesso come l’unico accertato Principe della Pace – non è davvero il caso di tornare a descrivere qui la sua pantomimica pretesa di ricevere l’omonimo premio Nobel – ha risposto a Leone nel più semplice e trumpiano dei modi.

Prima con insulti, definendolo “debole contro il crimine e pessimo in politica estera”. E poi sostenendo, in un’ennesima testimonianza di patologica megalomania, implicitamente accusandolo di ingratitudine.

Vale a dire: sostenendo che fu solo grazie a lui che, un anno fa, venne eletto papa. Ultimo e definitivo passo: spazzata via ogni passata ambiguità e sgombrato il campo da ogni possibile mediazione o, in questo caso, concorrenza, Trump ha offerto a Sua Santità e al mondo la sua immedesimazione in Cristo.

L’immaginetta parla chiaro: io sono la Pace. Io, e soltanto io, sono il guaritore, la redenzione e la vita.

Ed è con me che dovete fare direttamente i conti. Come recita l’introduzione alle tavole della legge: non avrai altro dio all’infuori di me… Gli effetti di questo grottesco, ma inequivocabile messaggio?

Per Trump, non buoni. E non solo perché il Papa gli ha fatto sapere senza mezzi termini di non avere, quale che sia il suo travestimento, alcuna paura di lui.

E neppure per la valanga di meme satirici – frizzi, lazzi e pernacchie – che in ogni parte del pianeta, Iran “delendo” compreso, hanno fatto da controcanto alla sua immaginetta. Il vero problema è, per Trump, che il suo taglio del “middleman” – vale a dire la trasfigurazione da uomo della Provvidenza a Provvidenza – sembra avere aperto una breccia proprio nei più profondi e tenebrosi meandri di quel fondamentalismo cristiano che è tanta parte della sua base politica.

Il reverendo Douglas Williams, fondatore delle CREC (Communities of Reformed Evangelical Churches) non ha esitato a definire “blasfema” l’immaginetta trumpiana. E non si tratta d’una defezione da poco, considerato che le CREC sono la congregazione alla quale appartiene, in quel del Tennessee, proprio il Segretario alla Guerra Pete Hegseth.

E che Williams è oggi forse la più “emergente” tra le voci della cosiddetta “christian right”. Giusto per inquadrare il personaggio:

Douglas Williams è un fanatico nemico della separazione tra Chiesa e Stato, un aperto sostenitore di una “teocrazia cristiana” e – in termini non lontani da quelli propugnati dagli ayatollah iraniani – d’una società basata sul più rigido patriarcato (propone, tra l’altro, di abolire il diciannovesimo emendamento della Costituzione, quello che nel 1919 ha concesso alle donne il diritto di voto)   Tra un travestimento e l’altro Trump continua a buttare bombe Sarah Palin – ricordate la ruspante candidata alla vicepresidenza con John McCain nel 2008, poi diventata ultrareazionario idolo del “Tea Party” ai tempi dio Obama? – è emersa da un lungo silenzio dando prova, oltre l’indignazione, d’un insospettato “sense of humor”. E su “X” ha pubblicato, senza commento, l’immagine di un Gesù Cristo che visibilmente irritato – ed irritato dopo aver visto l’immaginetta di Trump – pronuncia, al medesimo Trump rivolto, queste parole:

“That’s enough, give me the phone”, questo è troppo, dammi il telefono”. Con ovvio riferimento al cellulare col quale Trump lancia i suoi post su TruthSocial E non è mancato chi tra le più estreme voci della estrema destra – Tucker Carlson, Marjorie Taylor Green, Candace Owens, Nancy Mace – ha addirittura ventilato la possibilità che Donald Trump possa, a questo punto, essere l’Anticristo, uno dei “falsi profeti” dal medesimo Gesù annunciati nel Vangelo, o l’apocalittica “bestia” descritta nel Libro della Rivelazione di Giovanni.

In risposta Trump – pur continuando a lanciar bombe ed insultare il papa – ha ritirato la sua immaginetta da TruthSocial, dopo aver fatto circolare, senza alcuna scusa, una spiegazione che, a tutti gli effetti, si presenta come la classica “toppa che è peggio dello strappo”. In quell’immagine, ha fatto sapere attraverso una portavoce, lui vestiva non i panni di Cristo, come maliziosamente sostenuto dalle “fake news”, ma quelli “un dottore”.

Ed ha quindi lanciato in rete un’altra ed alternativa immaginetta di sé stesso insieme ad un Nazareno che, sorridente, gli appoggia benevolmente la mano sulle spalle. Come a dire: vedete, Lui è ancora qui.

Ed è ancora dalla mia parte. Chissà, forse ha ragione Maureen Down, storica (e spesso velenosa) columnist del New York Times, che ieri ha commentato gli eventi, rammentando, in chiusura, una vecchia favola dei fratelli Grimm: quella che narra d’una coppia di poveracci che, nel fiume che scorre accanto alla loro miserabile baracca, pescano un giorno un pesce miracoloso in grado d’esaudire ogni loro desiderio.

Presi dall’entusiasmo i due chiedono prima una casa decente, poi una lussuosa mansione, poi una reggia e, quindi, di diventare, in quella reggia, re e regina. Ottenuto poi un impero, chiedono di diventare papi e, infine, di sostituire Dio stesso.

Ed a questo punto che il pesce miracoloso li rispedisce nella baracca dalla quale erano partiti. La conclusione di Maureen Dowd?

“It’s dangerous to play God – unless you are God”. È pericoloso giocare a fare Dio, a meno che tu non sia Dio.

Divertente. Fino al momento in cui, con la pelle d’oca, uno ricorda come chi, senza esser Dio, oggi va pericolosamente giocando a fare Dio – ed un Dio della guerra che minaccia di “cancellare intere civiltà” – sia anche il Presidente della più potente nazione del mondo, nonché il “Commander in Chief”, con tanto di atomica, della più potente e letale forza Armata del pianeta.

E questo senza che – almeno alla vista – appaia alcun pesce che possa rimandarlo nella sua baracca. O, quantomeno, in totale isolamento – con uso del cellulare vietato, come richiesto dal Cristo di Sarah Palin – nella sibaritica lussuria di Mar-a-Lago.

Nella vita reale la favola continua. E continua in forma di incubo.

L'articolo Donald Trump, l’uomo che si crede Provvidenza e si trasforma in un pericoloso “dio della guerra” proviene da Strisciarossa.

Articoli simili

Nella stessa categoria

Argomenti