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Se la sinistra smette di essere il “sistema”: la sfida e qualche buona idea che arrivano da Barcellona

Martedì 21 aprile 2026 ore 04:49 Fonte: Strisciarossa
Se la sinistra smette di essere il “sistema”: la sfida e qualche buona idea che arrivano da Barcellona
Strisciarossa

“Siamo diventati il sistema…”. È una frase semplice e illuminante perché indica il cuore del problema della sinistra: essersi fatta permeare dai venti liberisti, avere trasformato l’aspirazione a governare per cambiare le cose nel culto del governo trasformato in un totem, aver dimenticato che la questione non è solo tentare di correggere a valle gli squilibri del sistema capitalistico ma modificare a monte i meccanismi perversi di quel modello, aver archiviato l’internazionalismo che durante il Novecento è stata una bussola preziosa per capire il mondo e per tentare di cambiarlo.

Quella frase l’ha pronunciata il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva a Barcellona durante la Global Progressive Mobilisation, la convention dei progressisti organizzata nei giorni scorsi dal premier spagnolo Pedro Sànchez con l’intento di creare un’alternativa alla destra nazionalista e populista che sta vivendo un momento di profonda crisi in ogni parte del mondo. Dall’America di Trump all’Ungheria di Orban all’Italia di Meloni, il sovranismo, dopo aver fatto leva sulle paure – paura dell’altro, paura dei confini insicuri, paura dell’identità minacciata – è oggi esso stesso a fare paura a chi è costretto a misurare la fragilità della propria condizione in un mondo di nuovo dominato dalle guerre e dalla crisi economica.

Luiz Inácio Lula da Silva con Pedro Sánchez durante la convention dei socialisti e progressisti (Photo by Kike Rincón / Europa Press/ABACAPRESS.COM) Il rapporto con il liberismo ha disarmato la sinistra La sinistra, che all’inizio del secolo occupava posti di comando in mezzo mondo – dall’America di Clinton all’Inghilterra di Blair, dalla Germania di Shroeder all’Italia di D’Alema, solo per citarne alcuni –, oggi deve trovare una nuova identità radicale che le consenta di costruire una vera alternativa alla destra. È costretta a questa ricerca, difficile e tratti affannosa, proprio perché, come dice Lula, era “diventata il sistema”, si era adeguata al mondo com’era, aveva siglato un compromesso con il liberismo che prometteva benessere e prosperità – ve la ricordate la fasulla “teoria dello sgocciolamento” in base alla quale l’arricchimento dei più ricchi avrebbe prodotto vantaggi anche per i ceti più poveri?

In fondo, detto in modo un po’ semplicistico ma efficace, aveva deciso di fare meno peggio, o un po’ meglio decidete voi, quello che faceva la destra. Il risultato è stato che la sinistra si è ritrovata disarmata, avendo perso per strada gli elementi fondanti della propria identità: l’uguaglianza, la libertà, i diritti dei meno protetti.

Insomma, i punti cardinali di un’alternativa di “sistema”. Oggi si tratta di ricostruire quella identità, di dargli una sostanza nuova che permetta alla sinistra di agire in un mondo diverso, forse più traballante, sicuramente più pericoloso, nel quale vengono meno i puntelli che lo reggevano trent’anni fa: il multilateralismo, la superiorità del diritto internazionale e la centralità degli organismi sovranazionali.

Nello stesso tempo c’è bisogno di mettere in discussione un modello di sviluppo che non ha fatto “sgocciolare” nulla (o davvero molto poco) e che ha creato evidenti sacche di disuguaglianza aumentando la distanza tra una minoranza di sempre più ricchi e una maggioranza di sempre più poveri. Si tratta di contrastare una destra che, come ha spiegato Pedro Sanchez, urla più forte “perché sa che il suo tempo sta per scadere”.

Si tratta di mettere in piedi una sinistra che sappia “dimostrare di essere in grado di offrire protezione e pace, speranza per un futuro migliore e più giusto”, come ha spiegato la segretaria del Pd Elly Schlein presente alla convention. Insomma, sembra arrivato il “tempo per noi”, come ha detto il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa.

Di certo si è aperta “un’oppor tu nità per mobi li tarsi, per unire le forze del cam bia mento” che non bisogna lasciarsi sfuggire. Insomma, per dirla con Lula, bisogna sapere interpretare la missione di “recu pe rare la capa cità tra sfor ma tiva del pro gres si smo”.

Foto di gruppo con, tra gli altri, Sànchez, Lula e Elly Schlein (Copyright Europa Press/ABACA / IPA)   Se parlassimo di idee e di programmi invece che solo di primarie Dalla convention di Barcellona sono emersi i temi su cui questa nuova sinistra dovrebbe insistere. La pace, innanzitutto, una pace che sia giusta, perché la guerra è la morte della politica e la distruzione della convivenza – e su questo Sànchez ha dato ampia prova di coraggio nei confronti di Trump.

La democrazia, sotto attacco da parte della destra sovranista trumpista, perché è il luogo dove si costruisce il cambiamento e si rispettano i diritti e dove il potere delle tecnocrazie digitali incontra i limiti e le regole. Pensando anche, come ha suggerito la tecnologa dell’informazione Francesca Bria, a costruire un’infra strut tura pub blica digi tale che possa servire in modo libero all’uma nità contrastando la tentazione dei tecno-oligarchi di voler gestire lo Stato e di occupare gli spazi della politica.

L’uguaglianza, perché senza di essa crescono gli squilibri, aumentano le aree di disagio e di povertà e si foraggiano le classi più ricche favorendo un “capitalismo estrattivista” i cui profitti non finiscono in investimenti che producono lavoro ma nell’acquisto di azioni o in bonus aziendali spropositati, insomma nel grande castello dell’economia di carta. L’economista Mariana Mazzucato, che ha denunciato questa tendenza, ha proposto di condizionare qualunque sostegno pubblico alle imprese alla creazione di lavoro con diritti certi e salari adeguati.

Come si vede qualche buona idea è venuta fuori da una iniziativa che per la prima volta da molti anni ha messo insieme le forze di ispirazione progressista. Certo, è un primo passo.

Certo, meglio evitare facili ottimismi. Certo, ce n’è di strada da fare.

Tuttavia, il punto centrale è qui, nella costruzione di un programma di alternativa democratica e progressista che recuperi la radicalità dei contenuti che ha segnato la nascita del movimento operaio e dei partiti socialisti. L’obiettivo della sinistra non è amministrare l’esistente e nemmeno farsi contaminare da un governismo senza idee.

La sinistra, infatti, è nata per stare dalla parte dei più deboli, per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro, per difendere i diritti, per cercare di cambiare il mondo e non di farsi cambiare dal mondo. È una sfida non facile perché troppa ruggine si è depositata negli ingranaggi del pensiero di questa parte della politica.

Ma è una sfida che sarebbe bello accogliere con mente aperta, con orgoglio, con coraggio mettendo in connessione idee, passioni, proposte. Delle persone e non solo dei gruppi dirigenti.

Diciamo la verità: a dispetto del teatrino politico che domina nella nostra bolla, questi sono i temi veri di una proposta politica credibile. Certamente non il ritornello primarie sì-primarie no che da quasi un mese condiziona il dibattito pubblico e che fa perdere di vista il cuore del problema.

Ha ragione Elly Schlein quando dice che i populisti possiamo batterli, ma “non li batteremo inseguendoli sul loro terreno, non li batteremo cercando di parlare la loro stessa lingua”. Si possono battere solo se si troverà un nuovo alfabeto progressista che produca le parole giuste per dare nuova speranza a chi non è disposto a sottostare alla dittatura dell’odio e del rancore e che vuole tornare a pensare che un altro mondo è ancora possibile.

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