Politica
Prince e la sovranità dell’artista
Sono passati dieci anni da quel giovedì 21 aprile 2016 in cui i fan del folletto di Minneapolis hanno subìto uno shock. Ricordo con precisione quella sensazione immediata e quasi fisica: non era semplicemente la scomparsa di un artista.
Oggi, la figura di Prince diviene ancora più affascinante perché va oltre la storia della musica e i ricordi personali di chi ne ha seguito la carriera. È un interprete incredibilmente lucido del rapporto tra creazione artistica e industria culturale contemporanea.
In lui, il copyright non è un dispositivo neutro: è uno strumento di emancipazione e il terreno di una battaglia simbolica sulla sovranità dell’autore. “If you don’t own your masters, your master owns you” Nella vita di un Prince decisamente affermato, gli anni Novanta sono segnati dal conflitto con la Warner Bros.
È il momento in cui la sua musica smette di essere soltanto musica e diventa anche una battaglia sul significato stesso del creare. La sua frase più celebre – “Se non possiedi i tuoi master, il tuo padrone possiede te” – è una dichiarazione di principio chiarissima: senza il controllo della propria opera, l’artista non è davvero libero.
In quegli stessi anni, porta questa tensione su un terreno che ben sa dominare: nell’immaginario collettivo. In alcune apparizioni pubbliche compare con la parola “SLAVE” scritta sul volto: un gesto che certo non cerca mediazione.
Abbandona anche il proprio nome, più volte a dire il vero, come se perfino l’identità dovesse sottrarsi a un sistema che pretende di registrare, possedere, catalogare tutto. Questi gesti si parlano e raccontano la battaglia per trattenere il controllo su ciò che crea, su quando e come la sua arte sia da consegnare al mondo.
Per Prince, il sistema è costruito per “estrarre valore dall’artista”, che rischia di diventare parte di un ingranaggio che lo supera e lo schiaccia. Quella battaglia, durata decenni, ha trovato una conclusione simbolica solo nel 2014, quando un accordo storico gli ha restituito la proprietà dei master dei suoi successi mondiali, trasformando il rapporto con la major in una partnership di licensing.
“Internet è completamente finito” Prince è anche una delle prime figure globali a interrogare criticamente la distribuzione digitale della musica, difendendo la sua visione di controllo sulla circolazione delle proprie immagini e canzoni. La sua non è tecnofobia, ma una visione etica del valore della proprietà intellettuale.
È stato protagonista di casi legali epocali, come il caso Lenz vs. Universal, una vicenda solo apparentemente marginale:
Stephanie Lenz nel 2007 aveva caricato su YouTube un video in cui il figlioletto ballava in cucina sulle note di Let’s Go Crazy. Quei pochi secondi di filmato furono rimossi su richiesta della Universal, titolare dei diritti del brano, dando origine a un contenzioso durato undici anni.
Se oggi fosse qui, la sua posizione coinciderebbe con ogni probabilità con un’opposizione feroce alle modalità con cui si è svolto – e in parte continua a svolgersi – l’addestramento dei sistemi di Intelligenza Artificiale. Avrebbe probabilmente visto nell’IA generativa l’apice di quel sistema costruito per estrarre valore dall’arte senza riconoscerne la paternità umana e spirituale.
Copyright, identità e storia Il rapporto di Prince con la tutela della propria musica è anche intrinsecamente legato alla sua identità nera. Per lui, il diritto d’autore è uno strumento di emancipazione politica.
Nelle sue riflessioni private e nel suo memoir incompiuto, The Beautiful Ones, collega lo sfruttamento dell’industria discografica a eventi tragici come il massacro della “Black Wall Street” di Tulsa del 1921. Vede la creatività della comunità nera come un patrimonio che il sistema delle major cerca sistematicamente di drenare.
Possedere il proprio lavoro quindi è un atto di giustizia storica e una forma di resistenza culturale in linea con i valori dei movimenti per i diritti civili. L’ultimo concerto in Italia:
Perugia, 2011 Nel novembre 2015 era stato annunciato il Piano & A Microphone Tour, con una possibile data in Italia, purtroppo mai concretizzata. L’ultimo ricordo vivo della sua presenza in Italia è stato il concerto, durato più di tre ore, all’Umbria Jazz nel 2011.
Il giorno seguente, grande frustrazione per i fan che cercavano online testimonianze della performance: non c’era nulla. Ma forse, in fondo, è stato meglio così perché anche questo faceva parte della sua idea di opera: l’esperienza come evento non completamente trasferibile.
Risonanze contemporanee Nel frattempo, alcune dinamiche sembrano riattivare, in forme indirette, il suo immaginario. Durante le recenti proteste in Minnesota, sono stati numerosi i riferimenti a colui che è stato uno dei più importanti figli di Minneapolis:
“In Minnesota we have no kings, only a Prince”. Parallelamente, la serie Stranger Things, con un’operazione nostalgia, e una magistrale e faticosa gestione dei diritti, ha fatto impennare nelle classifiche e nelle piattaforme di streaming due brani iconici come Purple Rain e When Doves Cry.
All’uscita dell’ultimo episodio, i feed dei social sono stati popolati da video reaction di fan commossi. Eredità sovrana A dieci anni dalla sua morte, il lavoro postumo sul suo catalogo continua a restituire frammenti di un archivio vastissimo, si parla di migliaia di brani ancora inediti nel suo Vault.
Il processo di successione, durato anni in assenza di testamento, ha definito un patrimonio complessivo di circa 156,4 milioni di dollari. Ma questa cifra, per quanto significativa, è secondaria rispetto alla riflessione che Prince ha imposto sull’autodeterminazione dell’artista.
Oggi, nel linguaggio del diritto e della cultura digitale, molte delle sue battaglie possono apparire fuori tempo. Ma forse il punto che varrebbe la pena ereditare è la sua postura: l’idea che l’artista non sia un ingranaggio del sistema, ma un soggetto sovrano rispetto alle condizioni della propria esistenza creativa.
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