Politica
Gli avvocati trattati come servi di regime con un premio a chi fa espatriare l’immigrato
Questa maggioranza, che oramai dispone del Parlamento avendo capovolto la forma di Governo, opera apertamente come una squadra di littori a protezione della Premier – in evidente difficoltà dopo la sconfitta al referendum lo scorso 23 marzo – nel suo percorso programmatico. Vero che ad oggi i suoi principali obiettivi si sono progressivamente indeboliti ma, in attesa di tempi migliori, esercita spavaldamente questo suo predominio.
L’ultima prova di questa spavalderia si è avuta lo scorso 17 aprile con l’approvazione al Senato degli emendamenti al disegno di legge in sede di conversione del decreto-sicurezza (decreto legge n. 23/2026). L’esame in seconda lettura alla Camera, dove il Governo ha annunciato l’apposizione del voto di fiducia, deve avvenire entro il 25 aprile 2026, termine di decadenza del decreto-legge e la fretta è massima.
I legali considerati agenti di collaborazione nei programmi governativi In particolare, l’articolo 30 bis del decreto-legge, inserito dal Senato modifica la disciplina dei programmi di rimpatrio assistito ex art. 14 ter del Testo Unico immigrazione perché ora il Consiglio Nazionale Forense (CNF) sarebbe individuato come agente di collaborazione nei programmi di rimpatrio volontario e assistito. Si aggiunge poi, in modo assolutamente originale, che “al rappresentante legale munito di mandato, che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito, è riconosciuto, ad esito della partenza dello straniero, un compenso pari alla misura del contributo economico per le prime esigenze”.
In altri termini, all’avvocato che ha indotto il migrante a richiedere il rimpatrio volontario, lo Stato pagherebbe una ricompensa tramite il Consiglio Nazionale Forense: l’ammontare del cosiddetto “contributo economico per le prime esigenze” del migrante in questione, pari a 615 euro, ma solo alla partenza del malcapitato. Insomma, nella logica del Governo, gli avvocati, invece di pensare a difendere i migranti da eventuali abusi del potere – interessato a rimpatriare a prescindere il maggior numero di migranti – dovrebbero invecei affiancare lo Stato nella sua scellerata politica di espulsioni.
Il compenso però, è pagato a “lavoro fatto”, cioè quando il migrante se ne è tornato a casa sua, altrimenti niente paga perché forse l’avvocato non ha lavorato con convinzione. Questa vicenda dimostra, fra altre cose, supponenza e trumpismo smodati del Governo, derivanti dalla convinzione di avere l’intera categoria degli avvocati a propria disposizione.
In realtà, prima della pubblicazione della notizia sulla stampa, il Consiglio Nazionale Forense, organismo apicale istituzionale dell’Avvocatura che rappresenta l’intera classe forense, non sapeva nulla. In un’intervista al manifesto, il suo presidente Francesco Greco dichiarava stupito che “né preventivamente, né durante l’esame al Senato, né dopo l’approvazione del decreto sono stato avvisato”.
Peraltro, Greco puntualizzava che “la legge attribuisce al CNF certe prerogative e tra queste non esiste la possibilità di erogare denaro agli avvocati o di fare da tesoreria di altri soggetti”; in una nota del 18 aprile scorso, il CNF si è espresso nel merito respingendo un “ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti […]. L’istituzione chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”.
L’altro aspetto preoccupante è nel fatto che per effetto dell’articolo 29, terzo comma del decreto-sicurezza lo straniero non potrà più accedere al gratuito patrocinio che prima era a carico dell’erario. Su questi profili si registra anche una netta presa di posizione da parte di Magistratura Democratica che di fronte al pagamento degli avvocati che collaborano e all’impossibilità per i migranti di potersi difendere gratuitamente afferma senza esitazione che “una difesa adeguata è il primo presidio dei diritti e un diritto che deve essere riconosciuto a tutti e a tutte e non può essere aggirato attraverso la previsione di incentivi che di fatto sviliscono il ruolo del difensore favorendo una condotta collaborativa che si pone in aperto e palese contrasto con gli interessi dei propri assistiti.
Magistratura democratica denuncia la palese contrarietà all’articolo 24 della Costituzione […] ed esprime vicinanza allo stato di agitazione dell’Organismo Congressuale Forense augurandosi che in sede di conversione alla Camera tale emendamento venga ritirato”. Cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario del Consiglio Nazionale Forense. (Copyright Fotogramma / IPA) Un articolo di legge incompatibile con i principi della Costituzione L’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), con una nota della Giunta sempre del 18 aprile 2026, parla di “apologia dell’infedele patrocinio” specificando che l’emendamento al decreto sicurezza che prevede un compenso per l’avvocato soltanto se il cittadino straniero assistito presenta domanda di “rimpatrio volontario” e viene effettivamente rimpatriato, “trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione.
È una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza. Questa previsione tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione.
Un’idea che non può che essere respinta con fermezza, in nome di una funzione difensiva libera, indipendente e rivolta esclusivamente alla tutela dei diritti della persona assistita”. Esprime sconcerto l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) con una nota del 18 aprile 2026 della Giunta esecutiva centrale intitolata “Sconcerto per attacco a diritto di difesa previsto dal decreto sicurezza”; l’Organismo Congressuale Forense (OCF) in sintonia con questa gigantesca levata di scudi, si è così espresso:
“Nel ribadire la posizione critica già manifestata in ordine a numerose norme del decreto sicurezza, [l’OCF] esprime forte stupore e ferma contrarietà nei confronti del testo risultante dagli emendamenti approvati il 17 aprile dal Senato della Repubblica in tema di diritti dei migranti […]. Il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento.
La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia ed appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito”. La levata di scudi da parte delle principali organizzazioni della Magistratura e dell’avvocatura che si sono registrate ad oggi (vedremo gli sviluppi), testimonia senza dubbio vari caratteri di questo Governo che ormai sono sotto gli occhi di tutti: l’autoritarismo e il disprezzo per l’autonomia (in senso ampio).
Caratteri tipici del fascismo che si perpetuano nello scellerato disegno di raggiungere la Costituzione della destra contro quella nata dalla Resistenza. L'articolo Gli avvocati trattati come servi di regime con un premio a chi fa espatriare l’immigrato proviene da Strisciarossa.