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Lunedì 20 aprile 2026 ore 16:23

Politica

Economia pubblica o barbarie

Lunedì 20 aprile 2026 ore 15:01 Fonte: Terzogiornale
Economia pubblica o barbarie
Terzogiornale

Dire che i sistemi capitalistici producono diseguaglianze e tensioni, che portano inevitabilmente alla guerra, è un’affermazione quasi scontata. Sostenere che contro il sistema delle oligarchie economiche, che restringono la democrazia, non è stata finora prodotta un’alternativa valida, dopo il fallimento del “socialismo reale”, è anche un altro dato assodato.

Massimo Florio, professore emerito di Scienza delle finanze all’Università di Milano, autore di numerosi studi sul welfare, molto attivo nel Forum diseguaglianze e diversità, e già nostro ospite in un incontro seminariale (vedi qui e qui), rovescia completamente questo modo di vedere il mondo e la politica. Nel suo Il Capitale contro lo Stato, l’intelligenza sociale e il futuro della democrazia (Feltrinelli, 2026) formula una proposta basata su una “scoperta” mai presa in considerazione: nelle economie avanzate il settore pubblico è cresciuto molto più del mercato.

Si smonta così il vecchio slogan “meno Stato, più mercato”. Anche nelle economie capitalistiche più avanzate, l’unico soggetto che continua a crescere è lo Stato.

Ed è proprio questo “fatto” che non si vuole vedere, ma che è suffragato da numeri e statistiche a determinare una tensione diventata insopportabile. L’attacco sistematico allo Stato sociale, che ha preso il via con Thatcher e Reagan, e che oggi si ripropone in modi quasi grotteschi con Trump o Milei, ha le sue radici proprio in questa tensione.

Il capitalismo oligarchico delle Big Tech vuole arrivare alla resa dei conti finale: basta con lo Stato sociale, non possiamo più permettercelo. Florio lo spiega con dovizia di particolari, mettendo però in evidenza la principale contraddizione del capitalismo che, da un lato, attacca lo Stato, ma, dall’altro, non può fare a meno del suo sviluppo vorticoso.

Sono quindi tre i livelli di analisi dell’opera di Florio. Nella prima parte, si racconta la crescita dei settori pubblici:

“Lo Stato del presente”. Nella seconda, l’attacco allo Stato e la natura delle politiche delle destre:

“Lo Stato alla deriva”. Infine, l’ultima sezione del libro è la parte propositiva, e si intitola “Lo Stato che verrà?”.

Per capire come andrà a finire la storia, Florio riparte da molto lontano, dal 1848, da una pagina del Manifesto del partito comunista, che Marx ed Engels non ritrattarono mai: dieci punti che parlano di nazionalizzazioni, nuove forme progressive di tassazione della ricchezza, scuola pubblica, ruolo attivo dello Stato nella produzione industriale, in agricoltura e nei servizi, educazione pubblica gratuita. Per Florio non si tratta di una semplice provocazione intellettuale.

Si tratta, piuttosto, di ricominciare a contrapporre al disastro del capitalismo oligarchico una possibile via d’uscita, e quella singola paginetta, ripulita dalle ragnatele della storia, potrebbe riproporsi oggi come una “piattaforma” politica valida e attuale (basti pensare alle proposte del nuovo sindaco di New York, o alle conquiste che sono state realizzate anche nei Paesi capitalistici nel corso di un secolo intero). Centrale, nella proposta di Florio, la costruzione di nuove alleanze sociali e politiche per difendere e rilanciare lo Stato sociale e, nello stesso tempo, attivare una riappropriazione della conoscenza, che oggi si concentra in poche mani, e che è diventata la merce più importante del nuovo capitalismo.

Ma come si fa a ripartire dal pubblico, quando ormai siamo stati abituati a dare valore solo al privato? Come si fa a evitare gli errori del passato, che hanno portato al crollo del comunismo, alla crisi storica della socialdemocrazia, alla disfatta della “terza via” di Tony Blair, e oggi al capitalismo di Stato cinese?

Lo abbiamo chiesto direttamente all’autore. Nel libro, proponi un modello nuovo di produzione (postcapitalistica) basato sull’economia pubblica.

Non si tratta però né di socialismo, né di una riedizione della “terza via” di Blair. Di che si tratta allora?

Per la definizione di produzione pubblica si deve partire dalla constatazione che, all’interno di un contesto che resta capitalistico, la crescita che già c’è stata del settore pubblico è stata talmente ampia da aver determinato una situazione nuova, una situazione che contiene anche alcuni elementi di socialismo. E questo fatto storico si capisce meglio se pensiamo alle grandi infrastrutture create dallo Stato nel corso dell’ultimo secolo.

Prendiamo, per esempio, la sanità. La sanità pubblica in un Paese come l’Italia ha circa ottocentomila dipendenti.

Si tratta di una struttura (un’infrastruttura sociale) che risponde alla logica del “ciascuno secondo i propri bisogni”. Evidentemente, è una logica non capitalistica che, nel tempo, è andata strutturandosi nella forma del servizio pubblico universale.

Quindi come una colonna portante del welfare. Quando infrastrutture di questo tipo cominciano a diventare, all’interno dell’economia, una parte così consistente, ci troviamo già in una situazione che è in parte postcapitalistica, nel senso che non si può più dire che viviamo in economie completamente dominate dal capitale.

C’è però una contraddizione: esiste una tensione tra queste strutture basate sul modo di produzione pubblico e i meccanismi economici regolati sull’accumulazione capitalistica. Quando i tassi di crescita del Pil erano nell’ordine del 3-4% l’anno, la contraddizione in qualche modo era tenuta sotto controllo perché la base fiscale, la tassazione dei redditi e dei consumi, sembrava sufficiente a giocare e controllare la partita.

Quindi la socialdemocrazia tradizionale tassava con tassazione progressiva e contributi obbligatori, e forniva una base fiscale a queste infrastrutture del modo di produzione pubblico. Ora, però, la tensione è diventata evidente; e così, da qualche decennio, in particolare poi negli ultimi anni di questa parte iniziale del XXI secolo, l’idea è che le due cose non riescano più a stare molto assieme.

Siamo dunque in presenza di due modi di produzione che cercano di convivere, ma in maniera molto più conflittuale di quello che era successo durante il secolo scorso. Nel libro, troviamo un’altra affermazione non scontata, che spariglia parecchi luoghi comuni o, come si dice oggi, parecchie “narrazioni”: lo Stato è cresciuto più del mercato.

Di che si tratta? Nel libro faccio l’esempio del G7, perché potremmo dire che i Paesi che fanno parte del G7 sono il cuore del capitalismo contemporaneo.

È chiaro che, se prendessi in considerazione solo i Paesi scandinavi, il discorso sarebbe ancora più evidente. Ma concentriamoci sul G7, e quindi su quei Paesi che vanno dal Giappone alla Francia, due delle maggiori economie che caratterizzano il sistema capitalistico.

Ebbene, se si ricostruisce la storia dell’espansione della sfera pubblica, avremmo un risultato puramente matematico, estremamente semplice. Se si parte dal 2%, che era il rapporto della spesa pubblica sul Pil degli Stati Uniti all’inizio del Novecento, si passa poi al 35% dei nostri giorni.

Siccome stiamo parlando di un rapporto, con le percentuali che si sono raggiunte, questo vuol dire che il numeratore è cresciuto quasi diciotto volte più del denominatore. La crescita del settore pubblico è allora sotto i nostri occhi.

La situazione è molto chiara: il modo di produzione pubblico è cresciuto più dell’economia di mercato. Ma neanche di poco.

Molto di più. La domanda successiva è se queste misurazioni siano valide e quindi attendibili.

Sicuramente, il rapporto tra spesa pubblica e Pil, nei suoi limiti, è un modo di misurare accettato ovunque. Perciò i dati sono attendibili e reali.

Per spiegare ancora meglio la tendenza generale, sto facendo un altro lavoro, un altro tipo di operazione: considerare il valore aggiunto. Ovviamente, la spesa pubblica ha due componenti: una componente relativa alla produzione di beni e servizi e un’altra relativa ai trasferimenti monetari (pensioni, assegni di invalidità, sussidi alle imprese, ecc.).

Questa seconda “voce”, i trasferimenti, non fa parte per definizione del valore aggiunto. Ma anche se si prende in considerazione soltanto la parte relativa alla produzione – quindi se faccio il rapporto tra valore aggiunto creato dal settore pubblico e valore aggiunto creato dal settore privato –, si ha un risultato molto notevole.

Quello che si osserva è che, mentre il valore aggiunto del settore pubblico, ovvero la produzione pubblica all’inizio del secolo scorso, era estremamente ridotto, praticamente marginale, con un’occupazione limitata al settore militare e repressivo e a qualche altra infrastruttura, oggi il rapporto, in Paesi come la Francia, è nell’ordine di circa il 30%. Tradotto, possiamo dire che l’economia nel suo insieme è 30% pubblica e 70% privata (una parte minore della quale è, peraltro, economia sociale o solidale).

Per coprire produzione e trasferimenti pubblici, vediamo che, in economie come quella francese, la tassazione va ben oltre il 50% del reddito prodotto. Allora ci si rende conto che siamo in presenza di economie capitalistiche, dove però la classica accumulazione dei capitali con meccanismi di mercato comincia a diventare stretta.

Questa realtà fa capire anche l’origine profonda delle politiche contro lo Stato sociale che vanno dalla Thatcher a Trump. L’idea (reazionaria) è semplice: distruggiamo lo Stato sociale, facciamolo fuori perché non possiamo più permettercelo.

Ai tempi della Thatcher e di Reagan, il momento scatenante era legato alle crisi petrolifere e al conflitto sociale. Oggi siamo daccapo, e il tema si ripresenta forse in forma ancora più estrema.

L’aggressione allo Stato sociale, e allo Stato come espressione istituzionale della sfera pubblica in generale, non è un incidente di percorso. Si tratta di una vera e propria lotta per il controllo dell’economia e della sua base fiscale.

Quindi abbiamo, da una parte, questa crescita dello Stato in economia, che non è evidente ma viene dimostrata con dati scientifici. Eppure, per l’opinione diffusa, forse anche per tutti noi, le società capitalistiche sono composte di solo privato.

Tutto è privato, o tutto è da privatizzare… È vero, questa è la rappresentazione comune del capitalismo contemporaneo, e questo il senso di tutte le politiche neoliberiste. Voglio però aggiungere che la critica da sinistra al neoliberismo non sempre ha reso un buon servizio al ragionamento e alla comprensione dei problemi e delle possibili soluzioni.

La critica al neoliberismo come ideologia è giusta, prima di tutto perché si tratta di un’ideologia falsa: si parla di mercato, ma poi si va nella direzione dell’oligopolio e della concentrazione. Si parla di libertà, e invece si va nella direzione della repressione.

Quindi è giusto dire che il dilagare di retoriche neoliberiste va contrastato nettamente. Ma dire che oggi il neoliberismo ha vinto è un po’ come gettare il bambino con l’acqua sporca, perché, se il neoliberismo avesse vinto davvero, allora che ci facciamo con il milione di dipendenti nel settore dell’istruzione pubblica in Italia?

Tra istruzione pubblica e ricerca, in Italia, ci sono circa 1.300.000 persone. Che vogliamo farci con tutte queste persone che non sono funzionali all’accumulazione del capitale?

E inoltre, a questo punto, viene spontanea un’altra domanda. Come facciamo a costruire un’alleanza sociale che valorizzi il lavoro anche nel pubblico?

Come si fa a creare un’alleanza tra utenti del servizio pubblico e lavoratori del servizio pubblico, nel momento in cui appunto la tassazione che pagano i cittadini rasenta la metà del totale? Insomma, se continuiamo ad andare in giro a dire che tutto è in mano al capitale, ci perdiamo per strada gli alleati possibili e, in un certo senso, finiamo anche per dare ragione alla rivolta antifiscale.

Perché, a quel punto, uno in buona fede, un operaio o un pensionato che guarda le ritenute potrebbe dire: “Ma insomma io pago le tasse per una cosa che è solo funzionale al capitale?”.

Per questo diventa facile per la destra anti-Stato catturare una parte dei gruppi sociali che si sentono oppressi. Bisogna invece rovesciare la frittata.

Si dovrebbe cioè rivendicare l’idea che questo percorso, che in un secolo ha costruito la sfera pubblica, non solo va difeso, ma che addirittura oggi dobbiamo allargare decisamente la sfera pubblica per far fronte ai bisogni sociali e alle sfide della transizione futura. Ecco, a questo punto possiamo parlare di un’altra originalità del libro, in cui non solo si dimostra la crescita dei settori pubblici che vanno più veloci di quelli privati, ma si dice anche che bisognerebbe ripartire dalle proposte di Marx ed Engels nel Manifesto, che paradossalmente in parte è stato realizzato.

E non stiamo parlando del socialismo sovietico, ma di un processo molto più ampio. La tua è solo una provocazione?

Non si tratta solo di una provocazione intellettuale. Guardiamo cosa è successo nella storia.

Sostanzialmente oggi, dal punto di vista dei sistemi economici, abbiamo due modelli: il capitalismo oligarchico, come quello degli Stati Uniti, e il capitalismo di Stato come quello cinese. Il capitalismo di Stato è una variante autoritaria del capitalismo, dove però esiste un settore pubblico forte.

Il modello sovietico non rientra in questo schema, perché il capitalismo di Stato non è stato possibile costruirlo, a causa della guerra civile in Russia. Sappiamo com’è andata.

Hanno vinto linee politiche diverse da quella di Lenin, che invece sul capitalismo di Stato come transizione ci puntava. Anzi, la politica economica del “capitalismo di Stato” pare sia ad attribuirsi proprio a Lenin (anche se ve ne sono precedenti in Engels e altri).

Ma quell’ipotesi non ha mai preso vita in Urss. Basterebbe ricostruire la storia bloccata dell’agricoltura e della scienza sovietiche, come faccio con alcuni esempi in un capitolo nel mio libro, per capire ciò che non è andato: nell’Unione sovietica non ha funzionato né la pianificazione centrale, né il capitalismo di Stato, e così il sistema non era in grado di favorire una dinamica sostenibile basata sul progresso tecnologico.

Basterebbe fare lo stesso esercizio di analisi per la Cina, dove invece il capitalismo di Stato ha avuto un successo spettacolare, sotto il nome di “socialismo dalle caratteristiche cinesi”. Un modello dinamico ma autoritario.

Certo non il socialismo di Marx. Ma, per tornare in Occidente, oggi siamo di fronte a uno scontro che può andare solo in due direzioni: o in quella del capitalismo oligarchico, in cui lo Stato viene subordinato agli interessi di chi controlla gli oligopoli (digitale, militare, farmaceutico, ecc.), oppure in quella che chiamo un modo di produzione pubblico: una società che mantiene molti tratti capitalistici, ma che, al suo interno, è in una transizione postcapitalista, con elementi di socialismo che in qualche modo erano tutti prefigurati nella famosa pagina del Manifesto.

Una parte dei punti contenuti in quella pagina si è realizzata alla lettera (come l’istruzione pubblica e gratuita). In altre parti, si tratta di rileggerla.

Che cosa vuol dire oggi, per esempio, l’espressone “superamento dell’opposizione fra città e campagna”? Non stiamo parlando magari di quello che oggi chiamiamo “gestione del territorio e dell’ambiente”, “politiche basate sui luoghi e le persone” (un tema caro al Forum disuguaglianze e diversità)?

Si tratta di attualizzare quella pagina storica e capirne lo spirito. Marx ed Engels avevano le idee molto chiare parlando di “Stato come comitato di affari della borghesia”; ma questo non vuole dire affatto che escludevano una transizione di tipo pubblico come fuoriuscita dalla società capitalistica.

Anzi, su quell’ipotesi fanno esempi concreti, anche se poi gli stessi autori hanno sempre detto che le cose scritte nel Manifesto non andavano prese alla lettera, ma che quelle indicazioni si sarebbero dovuto adattare alle realtà dei singoli Paesi. Appunto.

Suggerisci di riprendere lo spirito di Marx ed Engels. Ma non ti sembra un’operazione quasi impossibile in un Paese in cui la presidente del Consiglio rinnega non il Manifesto del partito comunista (che per una con la sua storia è normale), ma anche quello di Ventotene… Capisco la tua battuta, ma credo che Giorgia Meloni, Orbán e Trump siano dei reazionari, nel senso di persone che guardano all’indietro.

Al di là degli interessi che rappresentano, sono la risposta reazionaria a dei problemi reali. Ora i problemi reali bussano alla porta, e non a caso comincio il libro con una citazione di Gramsci in carcere.

I problemi che si pongono sono anche quelli che già chiedono e prefigurano una soluzione. E i problemi di oggi sono i problemi della transizione climatica, sono i problemi dell’uguaglianza, della conoscenza come bene pubblico.

Se si guarda all’indietro, non si risolvono. Dobbiamo avere uno sguardo lungo, perché appunto, quando i problemi si pongono, vuol dire anche che le soluzioni sono possibili immediatamente.

Se a New York si può eleggere un sindaco, che si dichiara socialista e democratico, con un programma centrato sui servizi pubblici, vuol dire che tutto è possibile. L’ultima domanda riguarda l’intelligenza collettiva a cui fai appello nel libro, e che sembra in risposta al dilagare di un’altra intelligenza, quella artificiale.

Che cosa intendi, dunque, per intelligenza sociale? Per me è un modo di rovesciare il paradigma dell’intelligenza artificiale.

Questa che cos’è? Sono le conoscenze generali dell’umanità catturate e privatizzate, messe in magazzini, i data center, e restituite a pagamento nel momento in cui si riesce veramente a farne un modello di business.

Stiamo parlando di conoscenza generale privatizzata. L’intelligenza sociale è il percorso logico opposto, ed è quello di dire che, se queste conoscenze sono nostre, non dobbiamo farcele espropriare, ma dobbiamo invece valorizzarle in progetti collettivi di comunità.

Torniamo all’esempio delle infrastrutture pubbliche. Prendiamo la sanità.

Tu potresti avere sulla sanità una deriva, diciamo così, tecnocratica; ma la sanità è anche un elemento di conoscenza condivisa, di comunità appunto. Un ospedale è qualcosa dove lavorano medici, paramedici, personale infermieristico.

Molti ospedali hanno ormai le dimensioni che avevano le fabbriche di un tempo. Poi ci sono le comunità dei pazienti e – terzo – ci sono i territori.

Gli ospedali sono essenziali, e quindi dovrebbe essere un tema prioritario della politica mettere assieme tutte queste cose. Penso a un’alleanza tra il personale pubblico dell’ospedale, le comunità dei pazienti e le comunità dei territori: aprire delle rivendicazioni anche nei momenti in cui, invece, ritorna la tendenza alla privatizzazione.

Bisogna permettere una riappropriazione da parte della collettività con le sue conoscenze, le proprie capacità. Quando dico conoscenze, penso anche alla capacità di trovare soluzioni ai problemi.

I pazienti sanno tante cose. Come le sanno i medici, come le sanno gli infermieri, ma come le sanno anche le persone comuni.

Su questi temi mi ha molto colpito un recente fatto di cronaca, che ha coinvolto il sindaco di Isernia. Beh, Isernia non è New York.

Ma a un certo punto un sindaco indipendente – che tra l’altro di formazione è un fisico – ha deciso di condurre una battaglia molto particolare. L’ospedale di Isernia è carente di organico, come tanti ospedali pubblici in Italia.

C’è carenza, in particolare, di personale di pronto soccorso, di cardiologia e di ginecologia e ostetricia. Questo sindaco, a un certo punto, ha piantato una tenda davanti all’ospedale e ha detto:

“Io non mi muovo da qua finché la Regione non risolve questo problema”. C’è andato come cittadino-sindaco, e ha saputo creare così una mobilitazione che ha coinvolto migliaia di persone.

Pensiamo se la stessa cosa si facesse a Roma e in cento altri luoghi… Tutti in tenda davanti agli ospedali da difendere, insomma? Nel libro scrivo che dobbiamo considerare ogni ospedale (ogni pezzo di Stato) come un “palazzo d’inverno” da espugnare per ridarlo ai legittimi proprietari: i malati, la società intorno, chi ci lavora.

Se vogliamo, si potrebbe immaginare lo sviluppo di una nuova coscienza di classe, che non sarà più, come una volta, legata a una sola classe, ma che si manifesterà come intelligenza sociale. A me sembra l’unica strada per salvare lo Stato sociale, che il capitalismo delle Big Tech e altri poteri oligarchici vorrebbero eliminare una volta per tutte, insieme ai diritti dei cittadini.

Non basta, infatti, salvare lo Stato come istituzione. Lo abbiamo visto nella storia e lo vediamo in Cina.

Non vogliamo rilanciare quel modello, ma sarà essenziale ricostruire un progetto sulla base dell’economia pubblica. L'articolo Economia pubblica o barbarie proviene da Terzogiornale.

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