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Puglia, oltre la cartolina

Martedì 21 aprile 2026 ore 07:07 Fonte: MicroMega
Puglia, oltre la cartolina
MicroMega

Percorrendo la via Appia Nuova verso la Puglia, il paesaggio si trasforma lentamente. Colline, campi, piccoli centri che da oltre duemila anni vivono in dialogo con la stessa direttrice: quella strada che dalla fine del IV secolo a.C. ha contribuito a modellare l’Italia meridionale, aprendo commerci e mettendo in contatto regioni e popolazioni diverse.

Poco prima di arrivare a Taranto, tuttavia, la strada attraversa un ambiente che rompe bruscamente quella continuità. L’Appia entra nel complesso industriale dell’ex Ilva, l’acciaieria più grande d’Europa, un sistema produttivo che occupa circa 15 chilometri quadrati di territorio.

Le torri metalliche, le tubature, le ciminiere cominciano a comparire già prima di Massafra. Ma è un dettaglio quasi impercettibile a rivelare la natura del luogo.

Il guardrail lungo la strada è rosso. Non un rosso vivo come quello dei papaveri che punteggiano i campi in primavera.

È un rosso spento, sporco, che lascia intravedere sotto di sé il grigio del metallo. Si tratta delle polveri ferrose depositate nel tempo sulle superfici esposte: residui ossidati che raccontano decenni di emissioni industriali.

Quella polvere si trova ovunque. Sul bordo della strada, sulle barriere, sui terreni circostanti, sulle case, sui panni stesi.

È il segno tangibile della diffusione delle diossine che per anni hanno avvelenato lentamente non solo chi lavorava all’interno dell’impianto, ma anche la popolazione dei quartieri circostanti. Visto così, posato sulla superficie liscia del guardrail, il deposito perde parte dell’“aggressività” che assume quando viene eiettato dai camini degli altiforni sotto forma di nube aeriforme.

Qui appare quasi inerme, quiescente: un manto rossobruno compatto e silenzioso. Un nemico mortale, ma momentaneamente a riposo.

Oggi l’ex Ilva ha fermato gli altiforni ed è al centro di una complessa fase di compravendita industriale. Si parla di una possibile riapertura dell’impianto produttivo.

La quiete prima della tempesta. Non mi soffermerò qui sulla cronistoria delle vicende industriali e giudiziarie che hanno accompagnato l’impianto negli ultimi decenni; per chi volesse approfondire rimando al libro di Raffaele Cataldi Malesangue.

Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025) e all’articolo di Valentina Petrini Taranto, acciaio e malattie, pubblicato nel numero di The Passenger – Puglia. Lasciata alle spalle Taranto, la strada risale verso l’entroterra.

Grottaglie, destinazione di questo viaggio, si trova circa 20 chilometri più a est, su una collina che domina la pianura circostante. Uno sguardo nello specchietto retrovisore basta a ricordare ciò che si è appena attraversato.

L’ex Ilva resta lì, sullo sfondo, a dominare l’orizzonte e a occludere lo sguardo verso il mare. Nei giorni uggiosi come questo, quando cumulonembi grigi dai riflessi violacei si addensano sopra la pianura, le ciminiere degli altiforni emergono tra le nuvole come una presenza irreale.

Il paesaggio, qui, porta i segni di un conflitto antico tra essere umano e natura. Ed è proprio da questa tensione che bisogna partire per capire Grottaglie. *** La campagna che circonda Grottaglie ha una storia molto diversa.

Il territorio si colloca ai margini orientali della Valle d’Itria, nel punto in cui il tavoliere ionico comincia a salire verso le Murge: una zona di passaggio che riunisce elementi paesaggistici di regioni diverse. La roccia calcarea è stata modellata da processi naturali e dall’intervento umano dando origine alle gravine, profondi solchi nel terreno che scendono verso la pianura.

La stessa pietra estratta per secoli ricompare nelle architetture del centro storico: ancora una volta il paesaggio trasformato e restituito sotto forma di città. Il suolo qui ha un colore intenso, bordeaux.

Non è il rosso spento e metallico incontrato poco prima lungo la strada dell’acciaieria, ma un rosso vivo, fertile, carico di energia. È questa terra a mantenere l’equilibrio vegetale della campagna di Grottaglie, insieme al calore del sole e alla brezza marina che risale dalla costa ionica, distante appena 20 chilometri.

Un paesaggio antico e profondamente umano. È seguendo le tracce di questa terra che ci siamo messi alla ricerca dell’antico tracciato della via Appia che attraversava queste campagne.

Per chi – come me – lavora con l’archeologia ogni spostamento diventa inevitabilmente anche una ricerca: quali strati di storia si nascondono sotto il paesaggio contemporaneo? Nel caso di Grottaglie si tratta della fase repubblicana della strada, quella che da Taranto conduce verso Brindisi attraversando le campagne dell’entroterra ionico.

Dell’imponente infrastruttura restano ancora oggi lacerti di basolato sparsi nell’area extraurbana. Così, tra una mulattiera e campi di ulivi che si estendono a perdita d’occhio, perdiamo progressivamente l’orientamento.

Invece di tornare indietro decidiamo di abbandonarci alla deriva della scoperta. È così che ci imbattiamo nella Masseria Misicuro.

Ad accoglierci è il signor Abramo, insieme ai suoi cinque cani. L’incontro avviene con una naturalezza sorprendente.

Dopo il primo sguardo e un semplice “buonasera”, accompagnato da un sorriso timido ma sincero, si crea immediatamente una connessione profonda, come se il luogo stesso imponesse un ritmo diverso alle relazioni umane. Abramo ci racconta la storia della sua masseria con la stessa spontaneità con cui si offre un bicchiere d’acqua a chi ha sete.

La famiglia possiede la masseria dagli anni Sessanta, anche se la storia del sito è molto più antica. Dietro il corpo principale dell’edificio si conserva ancora una grande cisterna di epoca romana costruita con materiali di reimpiego provenienti da una struttura ancora più antica, probabilmente messapica.

Poco distante, negli ultimi anni, la soprintendenza di Lecce ha condotto uno scavo che ha riportato alla luce un piccolo complesso termale e altre strutture che suggeriscono la presenza in quest’area di una mansio: uno di quei luoghi in cui i viaggiatori dell’antichità potevano fermarsi a riposare lungo la via Appia. Abramo ci indica con la mano un punto poco distante oltre gli ulivi. «Là dietro», dice, «si vedono ancora i basoli della strada».

La sua terra è talmente carica di storia che ogni zolla smossa restituisce frammenti di ceramica che vanno dal IV secolo a.C. fino a epoche molto più recenti. Ma ciò che colpisce non è solo l’archeologia.

È l’atmosfera. Nell’aria si mescolano gli odori degli agrumi, dei fichi maturi e della terra scaldata dal sole; tra le dita resta la polvere rossastra del suolo, mentre sopra di noi il cielo limpido comincia lentamente a velarsi dei colori del crepuscolo.

Sono odori, colori e superfici – insieme agli ulivi che circondano la masseria – che abitano gli stessi sensi da secoli. Abramo è prima di tutto un agricoltore.

Possiede ettari di terreno e diverse coltivazioni: uva da tavola, fichi, pomodori, olio, fagiolini, agrumi, cucummarazzu. Parlando con lui emerge subito la difficoltà di portare avanti un lavoro come questo oggi.

I problemi sono molti: cambiamenti climatici sempre più imprevedibili, costi di produzione in aumento, un sistema fiscale che lascia margini di investimento vieppiù ridotti. Lo Stato chiede tasse e contributi a chi lavora la terra, ma spesso senza offrire strumenti reali per affrontare le trasformazioni che l’agricoltura contemporanea sta vivendo.

Da un lato si celebra il made in Italy e si invoca un ritorno all’autosufficienza alimentare; dall’altro le politiche economiche e fiscali finiscono per penalizzare proprio i piccoli produttori che quel sistema agricolo lo tengono in vita. La filiera produttiva assorbe progressivamente il valore del lavoro: tra intermediari, trasporti e distribuzione, il guadagno pagato dal consumatore si dissolve prima ancora di arrivare a chi produce.

Abramo racconta tutto questo con la calma di chi ha imparato a convivere con queste difficoltà. La sua voce non è polemica, ma concreta.

In questo senso la terra assume un significato che va oltre la semplice produzione agricola. È memoria, ma anche resistenza.

Al momento dei saluti promettiamo di tornare. Il nòstos, da queste parti, non è soltanto un concetto letterario: è una pratica concreta delle relazioni umane.

Ripartiamo con le braccia piene di pomodori, fagiolini e basilico, dono spontaneo di un uomo che, prima ancora di conoscerti, ha deciso di trattarti come un ospite. *** La città di Grottaglie si sviluppa principalmente a est del centro storico, che rispetto all’espansione urbana più recente conserva dimensioni contenute e una struttura ancora leggibile. Nel punto più alto si trova il castello; più in basso la chiesa madre, la cui facciata originaria della seconda metà del XIV secolo richiama quello stile romanico che caratterizza gran parte dell’architettura dell’Italia meridionale.

Passeggiando tra le strade del centro si cammina su un lastricato di chianche, le grandi lastre di pietra calcarea tipiche della regione. In molti punti, però, il pavimento è in pessime condizioni.

Le pietre sono sconnesse, i bordi consumati dal tempo e dalla mancanza di manutenzione. Uno sguardo superficiale potrebbe fermarsi proprio qui: all’immagine di un centro storico trascurato, lasciato a sé stesso da un’amministrazione locale che fatica a prendersi cura di uno spazio urbano che pure, negli ultimi anni, vede crescere il flusso di visitatori.

Eppure, osservando con più attenzione, emergono segnali diversi. Sui muri compaiono murales colorati, slogan umanitari, installazioni luminose e piccole decorazioni urbane.

Non sono tentativi di nascondere l’incuria, ma piuttosto di riappropriarsi degli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni. È una forma di rigenerazione spontanea, costruita dal basso, che restituisce vitalità a luoghi che altrimenti rischierebbero di rimanere sospesi tra abbandono e turismo superficiale.

Il centro storico custodisce anche ferite più antiche. Accanto alla chiesa di San Francesco de Geronimo, una stretta stradina sconnessa si incunea nel tessuto urbano.

Lì, sulla sommità di un edificio del complesso conventuale, sono ancora visibili i segni dei bombardamenti alleati del 1943: colpi di mitragliatrice aerea che hanno lasciato sulla pietra cavità precise, distribuite lungo il margine superiore della facciata. L’edificio oggi è nascosto tra costruzioni più recenti e più alte che lo circondano su più lati.

Ma nel 1943 doveva essere l’unico a sporgere sopra il profilo basso del quartiere: facile bersaglio per l’aviazione alleata. Quella sommità bucherellata è rimasta lì, silenziosa, mentre intorno la città cresceva e la seppelliva a metà.

A casa abbiamo una pagina di La Nazione del 1943 che riporta la notizia di quei bombardamenti. La stessa storia sopravvive lì, sulla carta, e qui, nella pietra della facciata.

Alle propaggini meridionali del castello, come una zona di transizione tra la città antica e quella più recente, si sviluppa il cosiddetto quartiere delle ceramiche. Grottaglie possiede una tradizione ceramica che affonda le sue radici almeno nel XVIII secolo.

Nel tempo le maestranze della città si sono distinte per una particolare abilità nel lavorare l’argilla locale. Negli ultimi decenni, però, la diffusione commerciale della ceramica grottagliese ha portato molti laboratori a orientarsi verso una produzione sempre più standardizzata.

Le logiche del mercato globale tendono a privilegiare oggetti facilmente replicabili, colorati e perfetti, destinati a un pubblico turistico sempre più ampio. Il risultato è una trasformazione progressiva dell’artigianato in un sistema quasi industriale: aumenta il profitto, ma si perde quella dimensione artistica e umana che rende ogni oggetto unico.

Tra le molte botteghe del quartiere ce n’è una che dà bene la misura di questa tensione. La bottega Anti si trova in una posizione leggermente defilata, dietro una porta a vetri che dall’esterno non appare particolarmente invitante.

Varcata la soglia, però, si entra in un ambiente completamente diverso da quello incontrato lungo le vie più turistiche. La porta funziona come un filtro.

All’esterno restano i colori lucidi e le forme perfette delle vetrine destinate ai visitatori; all’interno si apre uno spazio più autentico, dominato dal lavoro e dalla materia. Gli artigiani Anti sono conosciuti soprattutto per la produzione di repliche di ceramiche di epoca classica.

L’attività nasce nel 1940 e nel corso dei decenni ha sviluppato una straordinaria capacità di riprodurre fedelmente forme e decorazioni dell’antichità, collaborando anche con istituzioni museali. Le superfici non sono perfette, alcune sfumature di colore sconfinano leggermente oltre il disegno, la cottura lascia talvolta piccole imperfezioni.

Sono proprio queste imperfezioni a restituire autenticità al manufatto. Qui la ceramica non è soltanto un prodotto da vendere, ma il risultato di un sapere tecnico e artistico tramandato nel tempo.

Un modo, silenzioso ma determinato, di opporsi all’omologazione. *** Arriviamo in città proprio nei giorni del Festival del Brigante, giunto alla sua XVI edizione. L’iniziativa è organizzata da Sud in Movimento, un collettivo di associazioni e movimenti locali.

L’atmosfera che si respira durante le serate del festival è molto diversa da quella delle manifestazioni turistiche tradizionali. Non si tratta di un evento costruito per attirare visitatori occasionali, ma di uno spazio di discussione pubblica in cui la comunità locale prova a interrogarsi sul proprio futuro.

Alla prima serata partecipano ospiti come Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati, e il giornalista Alberto Negri. I loro interventi spaziano tra diritti umani, politica internazionale e conflitti contemporanei.

Il pubblico è eterogeneo: studenti, attivisti, famiglie, persone arrivate dai paesi vicini. Il teatro ricavato all’interno della Cava di Fantiano si riempie, mentre il sole scende dietro i pini.

Ciò che colpisce non è soltanto il contenuto degli interventi, ma il fatto che eventi come questo trovino spazio in una realtà nel mezzo di un territorio che porta ancora i segni di un abbandono istituzionale e decenni di industria pesante. La Puglia è stata spesso raccontata quasi esclusivamente attraverso il turismo balneare e le immagini patinate delle località costiere.

Ma esiste un’altra regione, fatta di comunità attive e di iniziative sociali che provano a costruire alternative concrete. Esperienze come il Mulino di Comunità e la Notte Verde di Castiglione d’Otranto, le battaglie per i diritti dei lavoratori agricoli a Nardò, le attività di NoCap, i movimenti civici che animano molte città del Sud raccontano un territorio che non è soltanto periferia geografica, ma soprattutto laboratorio politico e culturale.

Una terra che discute, resiste e prova a immaginare forme diverse di convivenza. Il Festival del Brigante è parte integrante di questo sistema di resilienza e riscatto.

Grottaglie appare come un territorio attraversato da tensioni profonde. Da un lato il peso della grande industria, che pochi chilometri più in là continua a segnare la storia e il paesaggio.

Dall’altro la persistenza di un’economia agricola e artigiana che cerca di adattarsi a un mondo in rapido cambiamento. In mezzo, una società civile che prova a ricostruire spazi di partecipazione e di solidarietà.

Il paesaggio custodisce tutte queste tracce. La terra rossa delle campagne, le gravine scavate nella roccia, le masserie disseminate tra gli ulivi raccontano una relazione millenaria tra essere umano e ambiente.

Le ciminiere dell’acciaieria e le polveri depositate sul guardrail ricordano quanto questa relazione possa diventare fragile. Forse è proprio questa coesistenza – di bellezza e ferita, di memoria e resistenza – a rendere Grottaglie un luogo così difficile da ridurre a cartolina.

Il rosso che macchia il guardrail e il rosso che colora la terra non sono la stessa cosa. Ma vengono dallo stesso posto.

CREDITI FOTO: Gabriele Poggi L'articolo Puglia, oltre la cartolina proviene da MicroMega.

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