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Ricostruire la dignità del lavoro nelle economie avanzate

Venerdì 1 maggio 2026 ore 07:54 Fonte: Valigia Blu
Ricostruire la dignità del lavoro nelle economie avanzate
Valigia Blu

Negli ultimi decenni, la dignità del lavoro è tornata a essere una questione aperta nelle economie avanzate. Le conquiste che avevano caratterizzato il Novecento appaiono oggi in una fase di stallo, quando non di arretramento.

Lungi dall’essere un accidente storico, questa traiettoria è il risultato di trasformazioni economiche e sociali profonde che hanno progressivamente ridefinito anche lo spazio delle scelte politiche. Di cosa parliamo in questo articolo:

La dignità del lavoro: una prospettiva storica Dalla classe lavoratrice ai consumatori fino alla comunità lavoratrice Che cosa ci dice la teoria e l’evidenza economica? Che cosa possiamo fare?

La dignità del lavoro: una prospettiva storica Nell’800 e poi all’inizio del ‘900, con l’avvento dei movimenti operai, dei sindacati e dei partiti politici di massa, si è assistito a un netto miglioramento delle condizioni di lavoro. Queste conquiste, che ancora oggi rappresentano uno dei capisaldi delle nostre società avanzate, non sono avvenute in maniera spontanea.

Al contrario, sono il frutto di anni di lotte, scioperi e di un contesto istituzionale in grado di incanalare la frustrazione e le richieste dei lavoratori per rappresentarle all’interno del dibattito politico. Soprattutto a cavallo dei due secoli, la politica aveva un fondamento di classe, proprio perché era comunemente accettato che nella società esistessero interessi divergenti e che la funzione di un determinato partito politico fosse, appunto, di rappresentarli, anche in maniera “performativa” come diremmo oggi.

Un esempio in tal senso è quello di Keir Hardie, uno dei fondatori del Labour Party. Quando venne eletto in parlamento per la prima volta, si presentò con una giacca di tweed e un deerstalker, un cappello tipico delle zone rurali e degli operai- in netta controtendenza rispetto allo stile tipico dei parlamentari dell’epoca, che venivano dalla borghesia altolocata.

Anche il vestire - così come i modi di comportarsi e di parlare - erano un segno di appartenenza e rappresentanza di una certa classe sociale. Questo non deve far pensare a una visione “marxista”: l’idea di interessi contrastanti tra classi era comune a buona parte degli economisti classici.

E nella pratica anche all’interno della tradizione marxista - e più in generale del socialismo - la situazione cambiò radicalmente rispetto a quanto prospettato da Marx. I partiti di sinistra sposarono nella pratica una linea riformista a favore di interventi graduali che andassero a migliorare la situazione della classe operaia.

Si pensi, sotto questo aspetto, al Programma di Erfurt, che dal 1891 segnò la linea della SPD, il partito socialdemocratico tedesco, che ebbe una rilevanza considerevole nella prima metà del ‘900. Il testo venne redatto dai due principali intellettuali del partito, Karl Kautsky ed Eduard Bernstein.

Se il primo si era concentrato sulla prima parte del manifesto, ribadendo l’ineluttabilità della rivoluzione socialista, il secondo si era occupato degli aspetti più pratici. La SPD avrebbe cercato di raggiungere obiettivi quali il suffragio universale, la giornata lavorativa di otto ore, l’abolizione del lavoro minorile attraverso mezzi democratici, con riforme progressive.

Ma l’esempio più di successo nella storia recente viene sicuramente dalla Svezia. A partire dagli anni ‘30 e quasi ininterrottamente fino agli ‘80, il paese venne governato dai socialdemocratici, guidati prima da Tage Erlander e poi da Olof Palme, con una forte presenza del sindacato.

Il modello si basava su una forte rappresentanza sindacale in grado di rappresentare gli interessi dei lavoratori - sviluppata in quello che prende il nome di Piano Rhein-Meidner. Il principio trainante era una politica salariale solidaristica: stesso lavoro, stesso salario.

Questo principio, oltre a salvaguardare il salario dei lavoratori invece di esporre a una competizione fra di loro, permetteva poi alle aziende sane di avere un vantaggio, poiché non era possibile la competizione sulle tutele. La socialdemocrazia e l’eredità di Olof Palme Allo Stato toccava invece il compito di fornire quei servizi essenziali per un’economia di mercato moderna, come già ribadito dal Rapporto Beveridge: nacque così il Welfare State Universalistico, spesso detto “dalla culla alla tomba”.

La classe lavoratrice, in un’economia competitiva, doveva essere in salute, istruita e sicura. Da qui la necessità di istruzione pubblica e di qualità, di un sistema sanitario nazionale ed edilizia sociale.

A ciò si aggiungeva una politica fiscale e monetaria rigorosa che garantisse la stabilità necessaria per lo svolgimento delle attività economiche- anche se la questione è più complessa. Con tutte le peculiarità nei singoli paesi, il secondo dopoguerra fu contraddistinto proprio da questo consenso socialdemocratico, che coincise con quello che i francesi chiamano Trente Glorieuses (Trent’Anni Gloriosi).

Proprio grazie alla forza presenza dei sindacati e all’influenza del movimento operaio, queste politiche vennero portate avanti non soltanto dai partiti di centrosinistra, ma anche dai politici di centrodestra, che cercavano però di stemperare gli effetti più deleteri per le aziende. Negli anni ‘70, per una serie di fattori tra cui gli shock petroliferi, l’elevata inflazione e lo spostamento dall’industria verso i servizi, questo consenso entrò in crisi.

Si fecero strada politiche più orientate al mercato. Spesso si tende a identificare questo periodo con la salita al potere di Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan negli Stati Uniti, che intervennero proprio contro le rivendicazioni dei sindacati in maniera piuttosto dura.

Ma anche i partiti di centrosinistra subirono una mutazione, anche a causa della mutata situazione economica. Nel Regno Unito, ben prima della Terza Via blairiana, ci fu il discorso del 1985 del leader del partito Neil Kinnock, in cui accusò i sindacati che avevano guidato gli scioperi di aver giocato sulla vita delle persone.

Una disaffezione simile si ebbe in Spagna. Nel dicembre del 1988, l’Unión General de Trabajadores (UGT), sindacato vicino al PSOE, prese parte allo sciopero generale, passato alla storia come 14-D, contro le politiche in materia di mercato del lavoro del governo guidato da Felipe González, leader del Partido Socialista Obrero Español (PSOE), che avrebbero introdotto contratti precari per i giovani.

Il governo fu costretto poi a fare marcia indietro. Gli effetti di quella stagione si vedono ancora oggi in Europa.

Proprio a partire dagli anni ‘80 si nota un calo drastico della densità sindacale, che prendendo la media per paesi OECD si è dimezzata. Si sono introdotte tipologie contrattuali che sono andata ad aumentare la precarietà.

Questo è dovuto in parte a un’idea che fece presa nel dibattito economico negli anni ‘80 e ‘90: l’Eurosclerosi. Dopo gli shock degli anni ‘70, si assistette a una dinamica differente tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Se su entrambe le sponde dell’Atlantico si assisteva a una rinnovata crescita, il tasso d’occupazione aveva recuperato maggiormente negli Stati Uniti. La causa di questo fenomeno venne individuata nell’estrema rigidità del mercato del lavoro europeo.

In particolare, questa andava a incidere sui flussi - cioè alla variazione nel numero di occupati delle imprese. Semplificando, con leggi che proteggevano troppo i lavoratori, le aziende si ritrovano così disincentivate dall’assumere.

Per questo motivo era necessario ridurre le tutele per chi era già in una posizione lavorativa. In una fase di recessione, questa idea ha un suo razionale: per far fronte a una situazione economica negativa, le aziende possono aggiustare il loro stock, cioè licenziare.

Per far fronte alla situazione, quindi, si è intervenuti sulle tutele, ma allo stesso tempo sono stati introdotti vari contratti che hanno aumentato la precarietà. Si è assistita a una privatizzazione e a un sottofinanziamento dei servizi pubblici, a esternalizzazioni che hanno eroso la conoscenza tacita del settore pubblico, a liberalizzazioni che spesso non hanno dato gli effetti sperati-nell’ipotesi che non fossero proprio quelli gli effetti sperati.

Hanno preso piede con forza fenomeni di lavoro autonomo che vanno in realtà a peggiorare la situazione dei lavoratori: si pensi ad esempio al caso dei corrieri per la grande distribuzione, che spesso si trovano ad affrontare turni estenuanti, scarse garanzie sul lavoro e conseguenze devastanti sulla socialità e la vita privata. Un fenomeno che è stato rappresentato in tutta la sua durezza nel film “Sorry, We Missed You” di Ken Loach.

Se questo è il quadro storico, si può tuttavia trattare la situazione da un punto di vista più generale. Le conquiste sul fronte dei diritti dei lavoratori sono stati il frutto di lotte che venivano dal basso, grazie alla rappresentanza fatta da sindacati e dai partiti politici di massa.

Questa rappresentanza, assieme ai traguardi come il Suffragio Universale, hanno fatto pressione sui governi che hanno così sostenuto, anche quando rappresentavano altri interessi, il mondo del lavoro. Il ruolo dello Stato in questo caso era di governare i mercati per garantire gli interessi di una larga fetta dell’elettorato.

Quando, per una serie di motivi a cui accenneremo in seguito, questa rappresentanza è venuta meno, ha prevalso una visione diversa. Si è sposata una visione in cui il mercato era “l’unica alternativa”, parafrasando Margaret Thatcher.

Ma è proprio su questo che vale la pena insistere: non si è trattato di un qualcosa di spontaneo, quanto di una volontà politica che, affievolitasi la forza dei sindacati e delle organizzazioni che rappresentano i lavoratori, di intervenire sul processo economico introducendo una visione economicista che tende a oscurare l’esistenza di interessi contrastanti per schierarsi a favore di un approccio di breve periodo e agli interessi dell’impresa- quando è noto che l’interesse del singolo può non coincidere con quello sociale. Dalla classe lavoratrice ai consumatori fino alla comunità lavoratrice Abbiamo detto che uno dei fattori che ha portato al cambiamento nell’approccio al mondo del lavoro è il venir meno del vincolo politico di rappresentanza degli interessi di lavoratori e lavoratrici.

Il punto sottile qui è che a venir meno è l’idea che un insieme di individui abbia degli interessi collettivi coincidenti. D’altronde, proprio su questo si è basato il successo della destra radicale nel corso di questi anni.

La “formula vincente” della destra radicale, che coniuga politiche economiche di sinistra con un approccio nativista e conservatore sui diritti civili, si basa proprio sul raccogliere il consenso delle fasce meno abbienti della società, lasciate indietro dalla crisi economica, ma senza rappresentarne gli interessi come classe. Da qui proposte che vanno a intervenire direttamente sul lavoratore e non su tutti i lavoratori, come la difesa delle imprese native con i dazi, ad esempio.

Questo venir meno del sentimento comune può essere collegato all’erosione del capitale sociale. Si tratta di un fenomeno profondamente indagato, soprattutto per quel che riguarda gli Stati Uniti.

Nel suo volume “Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community” il sociologo Robert Putnam pose l’attenzione proprio sulla riduzione della socialità a cui si è assistito a partire già dagli anni ‘50.

Questo calo della socialità, indica Putnam, ha delle conseguenze cruciali per il tessuto democratico. Dietro questa erosione, Putnam individua vari fattori.

In primo luogo i cambiamenti tecnologici che hanno permesso una maggiore individualizzazione dei bisogni. Se un tempo per vedere un film era necessario recarsi al cinema, un luogo in cui era poi possibile fare interazioni sociali, con l’approdo delle piattaforme questa socialità è calata sensibilmente.

Ma anche i cambiamenti generazionali e del lavoro giocano un ruolo cruciale. Ce n’è uno che è spesso sottovalutato in questo tipo di discussioni.

A partire proprio dagli anni ‘70, per via della natura energivora delle economie occidentali, si è assistito sempre di più a uno spostamento della forza lavoro dall’industria ai servizi. Ma la natura delle interazioni nei due settori è sensibilmente differente.

Non è un caso se scioperi che sono entrati nella storia, come quello del Pane e delle Rose, avvenivano in un contesto di capitalismo industriale. Proprio perché i lavoratori si trovano in uno stesso ambiente, facendo lavori simili, potevano poi sviluppare una visione d’insieme, formare sindacati e avanzare richieste come una massa comune.

Con il calo dell’occupazione nell’industria e l’aumento nei servizi, questo tipo di comunità è venuto meno per le forme di organizzazione del lavoro che sono tipiche del settore. Quello che è cambiato quindi è che si è passati dalla classe lavoratrice ai lavoratori, cioè da un qualcosa che è più della somma delle parti e ha interessi comuni a un atomizzazione elevata che aumenta la diversità delle richieste e delle esigenze politiche.

Ma la mancanza di una massa critica che si muove coordinata, ad esempio attraverso i sindacati, ha delle ripercussioni politiche considerevoli: la sociologia e anche i modelli matematici sottolineano proprio come sia l’esistenza di una massa critica che porta avanti determinate idee a essere fondamentale per fare in modo che questa si diffonda poi a una porzione più ampia della popolazione. In assenza di queste strutture in grado di convogliare il dissenso e di rappresentare gli interessi, quando la situazione politica è deteriorata, non c’è più stata la “Politica di Massa” dell’epoca socialdemocratica.

Al contrario, come evidenzia il ricercatore in Storia del Pensiero Politico all’University College, Anton Jäger, nel suo volume Iperpolitica, si è entrati in una fase di anti politica, come dimostra l’esperienza italiana del Movimento 5 Stelle degli albori, e di iperpolitica. Quelle che sono venute a mancare sono proprio quelle istituzioni e associazioni che influenzavano la politica rappresentando interessi comuni.

Al contrario, queste nuove forme di politica si basano su un approccio più individualista che riesce, in certi casi, a raccogliere consensi, ma non ad avere poi un’azione di governo trasformativa né un collegamento vero e proprio con la classe lavoratrice. Che cosa ci dice la teoria e l’evidenza economica?

Queste politiche che vanno a discapito dei lavoratori sono spesso giustificate con argomentazione che affondano le loro radici nella teoria economica. Di per sé, ciò rappresenta un vulnus democratico di non poco conto.

Di certo il vincolo economico gioca un ruolo preponderante nelle scelte politiche. Ma l’aver accettato - soprattutto all’interno del dibattito, meno nell’elettorato - la giustificazione di certe politiche su basi puramente tecniche, come se si trattasse di mera ingegneria, è uno svuotamento della democrazia pericoloso.

Eppure, proprio la teoria economica, assieme alle evidenze empiriche, ci offre un quadro della situazione più sfumato. Negli scorsi anni, il Premio Nobel per l’Economia Daron Acemoglu aveva individuato proprio nella mancanza di Good Jobs una delle principali criticità nelle economie contemporanee.

I cambiamenti avvenuti nelle economie occidentali negli ultimi decenni hanno portato a una mancanza cronica di buoni posti di lavoro. Ciò ha poi delle ricadute sulle produttività, sull’economia in generale ma anche sul tessuto democratico e sociale.

Per questo motivo è necessario un intervento dello Stato. Il lavoro da solo non basta: serve un buon lavoro In particolare, Acemoglu individua tre pilastri per una strategia finalizzata alla creazione di Good Jobs.

Il primo riguarda gli investimenti in innovazione. Attraverso questi, le imprese possono aumentare la produttività del lavoro e quindi assumere più persone.

In questo frangente, lo Stato può giocare un ruolo cruciale, proprio perché l’innovazione è un fenomeno complesso-che coinvolge spillover, coordinamento ed è caratterizzato da dipendenza dal percorso. Gli Stati Uniti, con il loro sistema di agenzie pubbliche come il National Institute of Health (NIH) e soprattutto la ricerca portata avanti dai militari, forniscono un esempio del ruolo vitale che gioca il pubblico nell’orientare l’innovazione- e i tagli dell’amministrazione Trump lo confermano.

Un aumento della spesa, sia privata sia pubblica, in ricerca e innovazione non è sufficiente da solo. Un ruolo fondamentale è svolto da misure che rendano la ricerca e l’innovazione profittevole.

Queste passano proprio da un salario minimo a una soglia adeguata, dal ruolo che giocano i sindacati nel rappresentare i lavoratori e le loro esigenze, oltre alla regolamentazione sono cruciali. Pensiamo, per rendere la trattazione meno astratta, a due aziende.

La prima decide di investire per aumentare la produttività e offrire un prodotto migliore. La seconda invece continua a fare lo stesso prodotto, traendo invece profitto da una bassa remunerazione dei lavoratori, da scarsa sicurezza sul posto di lavoro ed eventualmente da evasione fiscale.

Poiché i benefici dell’innovazione richiedono tempo e il processo è incerto, la seconda impresa può risultare avvantaggiata in assenza di interventi stringenti da parte dello Stato e di una scarsa densità sindacale che richieda salari più elevati. Si potrebbe quindi creare una situazione in cui sono le aziende meno produttive e innovative a sopravvivere, una situazione che ha conseguenze nefaste sull’economia nel suo complesso.

Su questo aspetto, è interessante citare una ricerca empirica sugli effetti del salario minimo in Germania. Dopo l’approvazione della misura, le aziende meno produttive che non erano in grado di pagare salari adeguati sono fuoriuscite dal mercato, ma i lavoratori non sono rimasti disoccupati: al contrario le aziende più produttive hanno riassorbito questa forza lavoro.

Infine, il terzo pilastro si concentra sull’istruzione. Nella misura in cui l’innovazione richiede una forza lavoro che abbia competenze specifiche e possa poi acquisirne sul proprio posto di lavoro.

Anche l’economista di Harvard Dani Rodrik si è concentrato sul tema dei Good Jobs, evidenziando proprio uno degli aspetti cruciali. Il supporto a partiti di destra radicale, sottolinea Rodrik sulla base di varie evidenze empiriche, è proprio collegato a mancanza di buoni posti di lavoro e depauperamento delle aree periferiche.

Non solo: il fenomeno della perdita di buoni posti di lavoro ha tutta una serie di ripercussioni dal punto di vista della salute mentale e fisica. Oltre alle argomentazioni teoriche, ci sono anche evidenze empiriche che puntano verso gli effetti negativi di certe politiche che vanno contro gli interessi dei lavoratori.

Senza darne una visione sistematica, ci limitiamo a citare alcuni esempi. In primo luogo, la teoria economica stabilisce che il salario è determinato dalla produttività.

Resta quindi da capire che cosa determina la produttività. Per quanto i fattori siano svariati, vale la pena citare un articolo uscito sul settimanale The Economist di una decina di anni fa che si è interessato al tema.

Basandosi proprio su studi svolti al tempo, si evidenzia come a loro volta i bassi salari possono influenzare negativamente la produttività, proprio per il ragionamento fatto in precedenza. Poiché un’impresa può fare profitti con salari bassi, non ha bisogno di efficientare il suo processo di produzione per rimanere competitiva.

Anche le leggi sulla protezione dei lavoratori dai licenziamenti giocano un ruolo cruciale nella produttività. In un lavoro del 2014, i ricercatori hanno riscontrato proprio che se i lavoratori sanno di non poter essere licenziati facilmente, sono più disposti a fare investimenti specifici in conoscenza e a rischiare su progetti innovativi senza timore che l'azienda si appropri del valore creato.

Le tutele occupazionali funzionano quindi come assicurazione che incentiva l'innovazione dal basso. Che cosa possiamo fare?

Se questo è il quadro storico ed economico, allora la questione della dignità del lavoro non può essere ridotta né a una nostalgia per il passato né a un semplice problema tecnico di policy. È, prima di tutto, una questione politica nel senso più pieno del termine: riguarda il modo in cui interessi diversi vengono rappresentati, organizzati e resi compatibili all’interno delle istituzioni.

La traiettoria degli ultimi decenni suggerisce che il venir meno di forme di rappresentanza collettiva - sindacati, partiti di massa, luoghi di socialità - non ha semplicemente indebolito la posizione contrattuale dei lavoratori. Al contrario, ha inciso sulla capacità stessa delle società di orientare lo sviluppo economico.

In assenza di coordinamento, anche meccanismi che sulla carta dovrebbero favorire efficienza e crescita rischiano di produrre una situazione non ottimale: produttività stagnante, scarsi investimenti in innovazione e diffusione di lavori a bassa qualità. Questo non implica un ritorno meccanico ai modelli del secondo dopoguerra, né la riproposizione delle stesse istituzioni in un contesto profondamente mutato.

Le trasformazioni tecnologiche, la globalizzazione e la nuova composizione settoriale delle economie rendono impraticabile una semplice restaurazione del passato. Tuttavia, ignorare il ruolo delle istituzioni collettive e della rappresentanza significa rinunciare a comprendere uno degli elementi centrali che hanno reso possibile, storicamente, l’espansione dei diritti del lavoro.

La sfida, allora, non è soltanto quella di correggere singole politiche, quanto di ricostruire forme di coordinamento e rappresentanza adeguate alle condizioni contemporanee. Senza una massa critica in grado di esprimere interessi comuni, anche le migliori proposte rischiano di rimanere isolate; con essa, invece, diventano politicamente praticabili.

Pertanto, la dignità del lavoro non è un esito automatico dei mercati né una variabile residuale delle politiche economiche. È il risultato di equilibri istituzionali e sociali che devono essere costruiti, sostenuti e, quando necessario, ripensati.

Ed è proprio su questo terreno - più che su quello delle sole soluzioni tecniche - che si giocherà la possibilità di coniugare, ancora una volta, crescita economica e giustizia sociale.  

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