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Domenica 26 aprile 2026 ore 12:30

Politica

Di bandiere e provocazioni

Domenica 26 aprile 2026 ore 12:30 Fonte: MicroMega

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Le contestazioni alle bandiere ucraine durante le celebrazioni del 25 aprile evidenziano l'influenza della propaganda russa, che ha permeato il dibattito pubblico e ha suscitato reazioni contrastanti in merito al conflitto in corso. Questi episodi rivelano non solo le divisioni politiche e sociali all'interno della società italiana, ma anche come le questioni internazionali possano riflettersi in manifestazioni locali, mettendo in luce la complessità delle opinioni e delle emozioni legate alla guerra in Ucraina.
Di bandiere e provocazioni
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Nelle piazze del 25 aprile sventolano sempre diverse bandiere. Innanzitutto quella italiana, nella versione però dell’ANPI, cioè nella versione che rivendica quella bandiera non come simbolo nazionalista e identitario, ma come emblema della resistenza contro la dittatura, come segno di quel patriottismo repubblicano e costituzionale che dovrebbe unire l’Italia intera, rifondata ottant’anni fa sulle macerie lasciate dal fascismo, dall’occupazione nazista e dalla guerra.

Accanto a quella, si vedono altre bandiere. Alcune sono pienamente accolte e per nulla controverse.

In questo 2026, per esempio, le bandiere palestinesi: simbolo di un popolo senza Stato, a cui è negata l’autodeterminazione, che da decenni subisce occupazione e soprusi e che negli ultimi due anni è stato travolto da uno sterminio di massa. Quella della bandiera palestinese è una presenza che non suscita contestazioni e che si inserisce naturalmente dentro il senso di una giornata che celebra la resistenza contro l’oppressione.

Poi ci sono le bandiere controverse. Innanzitutto quelle di Israele, comparse nello spezzone della Brigata ebraica a Milano, nel quale sfilavano anche bandiere iraniane con il simbolo dello Scià di Persia (non dunque le bandiere di un popolo che lotta contro il regime che lo opprime, ma quelle dell’altro regime contro cui quello stesso popolo si era ribellato decenni fa).

È stata soprattutto la presenza di queste bandiere a innescare le proteste di alcuni partecipanti al corteo e a indurre infine la polizia ad allontanare lo spezzone della Brigata ebraica. Ora, bisogna essere o ingenui o in mala fede per pensare che, in un corteo che celebra la resistenza dei popoli contro l’oppressione, la presenza della bandiera di uno Stato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, sul cui capo di governo pende un mandato di cattura internazionale, che è coinvolto in un contenzioso davanti alla Corte internazionale di giustizia per genocidio, che da decenni si macchia di violazioni dei diritti di quel popolo senza Stato di cui parlavamo prima potesse passare inosservata.

Quello che invece risulta completamente incomprensibile è come possa essere percepita, anche solo lontanamente, come una provocazione la presenza delle bandiere ucraine. Mentre i cortei in tutto il paese erano quasi tappezzati di bandiere palestinesi, quelle ucraine non solo non erano presenti in massa, ma quelle poche portate da singoli sono state in molti casi contestate e chi le portava è stato costretto a lasciare il corteo, come è accaduto a Tino Ferrari, un signore di ottant’anni, a Bologna o ad Arianna Ciccone a Perugia.

Per fortuna non è andata ovunque così: i compagni di Sinistra per l’Ucraina hanno raccontato di aver potuto sfilare a Milano in maniera del tutto indisturbata con il loro grande striscione che accomunava le due resistenze, quella palestinese e quella ucraina. La bandiera ucraina è la bandiera di un popolo che da più di quattro anni subisce un’aggressione armata da parte di un regime autoritario, una potenza militare nucleare, enormemente più forte, e che mostra una capacità e una volontà di resistenza straordinarie.

Così come oggi la bandiera di Israele non può non essere associata alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che quello Stato sta perpetrando, allo stesso modo la bandiera ucraina oggi non può non essere associata alla resistenza di un popolo contro l’invasione e l’aggressione russa. E allora come si spiega questo atteggiamento di ampi settori della sinistra e dell’antifascismo italiano?

L’unica spiegazione plausibile è che mentre la solidarietà con il popolo palestinese si inscrive perfettamente nello schema con cui la sinistra italiana guarda alle vicende politiche – quello schema che divide ancora il mondo in “campi” geopolitici e in cui la lotta antiimperialista si rivolge esclusivamente all’imperialismo occidentale –, la causa ucraina quello schema lo mette completamente in crisi perché costringe a riconoscere che colonialismo, imperialismo, oppressione possono provenire anche dal resto del mondo. Ma al di là delle analisi e della ricerca delle genesi, resta comunque la grande amarezza di constatare – le prove ormai si accumulano da anni – che la causa ucraina non è considerata da ampi settori dell’antifascismo italiano degna della nostra solidarietà e che la propaganda di un regime fascista è riuscita a penetrare così in profondità da rendere irriconoscibile, agli occhi di molti, un popolo che sta semplicemente difendendo la propria libertà.

Ottant’anni dopo che i nostri partigiani difesero la nostra. CREDITI FOTO:

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